Prefazione
Sulla scia del recente successo cinematografico firmato dal famoso regista Nolan, e avendo riscontrato alcune inesattezze nella narrazione, propongo una rilettura degli eventi basata sulle evidenze storiche, ampiamente documentate e sostenute dai più autorevoli storici contemporanei.

La vera storia del “Cavallo” di Troia
Canto I: Il Segreto della Boschettona
Venerdì 13 agosto 1180 a.C.
Sorgeva l’alba dorata sulla spiaggia della Boschettona, l’unico, glorioso sbocco al mare della provincia padovana. La sentinella di guardia, che avrebbe dovuto controllare le tante imbarcazioni nemiche e l’enorme accampamento dei greci che da 10 anni assediavano la spiaggia, si dà una violenta sberla per scacciare dal viso un’enorme zanzara che gli stava ronzando da un po’ vicino all’orecchio. Si girò su un fianco, aprì con difficoltà un occhio impastato di sgarbelle e salsedine. Aprì anche il secondo strofinando entrambi con le nocche degli indici sulle palpebre. C’era un silenzio inusuale sulla spiaggia, anzi non c’era nessuno, nessuna nave, nessuna tenda, nessun falò e soprattutto nessun soldato greco.
L’aria era stranamente limpida, e del minaccioso esercito nemico non rimaneva che un’immensa distesa di sabbia deserta. Ma proprio al centro dell’accampamento abbandonato, eretto con travi d’abete, nodi di pino e catrame, si stagliava un’ombra gigantesca e bizzarra.
La sentinella, stropicciandosi ancora gli occhi, tentò di scorgervi le forme di un maestoso cavallo da guerra. Eppure, più lo fissava, più quella sagoma tradiva una pancia prominente, orecchie decisamente troppo larghe e un grugno rotondo spaventosamente inconfondibile: non era un cavallo, sembrava più una grande porchetta, sì, un imponente e smisurato Maiale di Legno.

La sentinella troiana, abbandonata la sua postazione e recuperata un po’ di lucidità, iniziò ad avvicinarsi con cautela a quel monumentale maialone di legno, ancora scettica su ciò che i suoi occhi stanchi le stavano mostrando…
Nel giro di mezz’ora, insospettiti dal silenzio, arrivarono sul posto tutti i restanti figli di Troia, accorsi in massa per verificare la fine dell’assedio.
A guidare la folla c’era Luca Urban, un infiltrato greco tra le file dei troiani che come copertura faceva l’oste. Guardò il maiale, guardò il mare vuoto e urlò l’unica conclusione logica per la gente del posto:
«Ciò Fioiii! I Greci se ne sono andati! Si sono arresi davanti alla nostra fiera resistenza e ci hanno lasciato questo magnifico e devoto omaggio! Questo è chiaramente un dono agli dei per celebrare la vittoria!»
Un mormorìo di approvazione corse tra la folla. Priamo, il Re di Troia, con al suo fianco il figlio Paride (il fratello minore di Ettore, ucciso in duello da Achille qualche anno fa, colui che scatenò la guerra rapendo Elena, la moglie troia del re greco Menelao), alzò le braccia per fare silenzio e proclamò il decreto ufficiale:
«Non perdiamo tempo! Trovate corde, travi e rulli. Trascinatemi questo Maiale di Legno fin dentro le mura di Codevigo! Stasera stessa si festeggia: sotto la mia personale supervisione organizzeremo la più grande Sagra della Porchetta, Caparossoli e Fasolari che la Laguna Veneta abbia mai visto!»
Il popolo esplose in un boato di gioia. Corde di canapa vennero legate alle zampe della belva di legno e decine di braccia cominciarono a tirare, facendola scivolare a fatica sulla sabbia e poi sulla strada asfaltata verso il centro di Codevigo.

Era ormai il tramonto quando il gigantesco Maiale di Legno superò finalmente le porte di Codevigo, cigolando pesantemente sull’asfalto. Portare quella mole di pino e catrame a forza di braccia dalla spiaggia della Boschettona fin dentro la cittadella aveva prosciugato le ultime energie dei figli di Troia.
Esausti, sudati e con le mani piene di vesciche, i troiani crollarono al suolo. Per riprendersi dalla fatica immane, Luca Urban aprì le porte del suo bar in centro e fu un assalto immediato: fiumi di prosecco e birra alla spina vennero svuotati a ritmo record.
Ma la combinazione tra lo sforzo titanico e i fiumi di bollicine portò a una resa incondizionata. Con la testa che girava e le gambe molli, perfino l’infiltrato Luca Urban dovette cedere. Tra un abbiocco e l’altro, proclamò a stento: «Fioiii… la festa… la facciamo domani! Stasera tutti a nanna!». In breve tempo, una quiete tombale e alcolica calò su tutta Codevigo.

Nel frattempo, nel buio pesto e soffocante del ventre di quella bestia d’abete, la temperatura saliva vertiginosamente.
I più prodi guerrieri del Team LE TERME (probabilmente antenati dei bersaglieri in bicicletta) stipati all’interno cominciavano a dare i primi segni d’insofferenza. Chiusi nel guscio di legno, accatastati insieme alle loro amate biciclette in carbonio, la resistenza fisica veniva messa a dura prova.
«Ulisse, ma quanto manca?» sussurrò nel buio Pasquale, uno dei compagni, aggiustandosi il casco e tenendo una mano genitali tra le gambe strette. «Qua dentro fa un caldo della Madonna, e con il mio problemino rischio di farla addosso a Beppi!»
«Silenzio assoluto!» intimò a bassa voce l’astuto ULISSE, detto Flavio la Volpe, mantenendo la calma glaciale dei grandi condottieri. «La prima regola dell’agguato è la pazienza.»

Dentro la pancia scura del maiale, nel buio pesto, l’astuto Ulisse sbirciò nuovamente attraverso una fessura tra due assi del grugno di legno. Vedendo la piazza deserta e sentendo i russi sonori che si levavano da ogni casa, un sorriso furbo gli illuminò il viso.
«È la nostra ora,» sussurrò la Volpe girandosi verso la sua truppa, accatastata nell’ombra con gli elmi già allacciati e le scarpette pronte sui pedali.
Canto II: La Caduta di Codevigo e la Nascita di Venezia
Con un scricchiolio di tavole e un cigolio di cerniere, la botola segreta sotto la pancia del Maiale si spalancò.
Il primo a precipitarsi fuori, calandosi a rotta di collo dalla corda, fu Pasquale. Senza nemmeno sganciare l’elmo, corse dietro al primo cespuglio dei giardinetti davanti al municipio per espletare con un sospiro di sollievo primordiale il bisogno accumulato in ore di sofferenza, evitando per un pelo il disastro sui calzini di Beppi.

Subito dopo, l’astuto Ulisse (Flavio la Volpe) balzò a terra in completo silenzio, seguito a ruota dal resto della leggendaria truppa del Team LE TERME. Ognuno impugnava il manubrio della propria amata bici in carbonio e brandiva la corta spada assetata di sangue, gli elmi ben allacciati e le scarpette già agganciate ai pedali, pronti al blitz definitivo.
Mentre i troiani giacevano nel sonno profondo della sbornia da prosecco e birra alla spina, il commando prese il controllo della piazza. Ma l’obiettivo principale non erano le armi: era il banchetto.
Avvistate le immense griglie imbandite e i calderoni pronti per la sagra del giorno dopo, i prodi ciclisti diedero inizio al saccheggio. Per alimentare i braciari e arrostire a perfezione quintali di porchette e caparossoli, la truppa non esitò a dare alle fiamme steccati, gazebo e mezza cittadella. Nel giro di un’ora, Codevigo venne avvolta da un bagliore di fuoco e fiamme, mentre nell’aria si spandeva un delizioso e irresistibile profumo di grigliata di mare e di terra.
Ogni singola bottiglia di prosecco e ogni fusto di birra rimasto nel bar dell’infiltrato Luca Urban, come pure i magazzini di Re Priamo, venne perquisito, confiscato e caricato nei capienti borsoni sottosella e nelle borracce del Team.

Per i figli di Troia, al risveglio tra i fumi dell’alcol e della cenere, rimase solo desolazione, fumo e una sete devastante. Solo pochissimi superstiti, guidati dalla disperazione, riuscirono a fuggire a nuoto e su sgangherate barchette verso la vicina Chioggia.
In mezzo a quel caos, Elena e Paride riuscirono a squagliarsela di nascosto, inoltrandosi tra i canneti e le barene delle isole della laguna. Lì, tra fugaci passioni, litigi furibondi e i nuovi e immancabili tradimenti della troia di Elena di Troia, i due rifugiati avrebbero un giorno posato la prima pietra per fondare la bella Venezia dei giorni nostri (cos’ vi ho svelato anche come è stata fondata questa ineguagliabile città veneta).

Nel frattempo, carichi di gloria, porchette, caparossoli, fasolari fiumi di bollicine, i prodi del Team LE TERME si rimisero in sella. Sotto la guida dell’astuto Flavio la Volpe, la colonna di biciclette partì a ritmo di gran fondo verso Ovest, trasportando il trionfale bottino ad Aponus, la sacra città termale ai piedi dei Colli Euganei, dove la vittoria venne celebrata per sette giorni e sette notti.
Ancora oggi a Codevigo sulla torre campanaria si erge in tutta la sua fierezza la statua di Luca Urban che a braccia spalancate, come il Cristo di Rio, chiede scusa ai troiani e a Codevigo per il vile inganno.




Racconto pazzesco! Meglio del fim di Nolan…