PROSECCO, SANT’ANTONIO E IL SANTO GRAAL

Alla ricerca del Santo Graal: la Confraternita sbarca sulle Colline del Prosecco

Un’antica pergamena non mente mai, soprattutto se riaffiora dai faldoni impolverati della millenaria biblioteca dell’Abbazia di Praglia grazie all’acume del nostro Supremo Custode e Guida. È stato proprio il Gran Maestro Salmistraro in persona a decifrare gli oscuri indizi che collegano il mitico Tesoro dei Templari, e con esso la possibilità, tutt’altro che remota, di rinvenire persino il Santo Graal, il sacro calice dell’Ultima Cena e tra le reliquie più famose della cristianità, a una precisa coordinata geografica: le terre benedette delle Colline del Prosecco.

Una rivelazione di tale portata non poteva certo rimanere chiusa in un cassetto. Partire per questa impresa era un dovere morale: in fondo, eravamo “in missione per conto di Dio”, proprio come the Blues Brothers!

È scattata così la chiamata alle armi per una spedizione d’alto bordo, che ha visto schierati i migliori elementi della Gloriosa Confraternita dei Cacciatori di Capitelli di Sant’Antonio. In prima linea, un ritorno a lungo atteso: il Gran Maestro Salmistraro, di nuovo in sella e pronto a domare la bicicletta dopo un periodo di forzato riposo, affiancato dall’inestimabile emerito Confratello Scopino da Pietraferrazzana e da una pattuglia di sceltissimi Confratelli Esploratori, decisi a non lasciare inesplorato neppure il più remoto capitello della zona.

Le primissime luci dell’alba vedono la pattuglia convergere su Pieve di Soligo, eletta a quartiere generale e base di partenza per questa sacra crociata su due ruote. Uno alla volta, i Confratelli fanno il loro ingresso nel punto di ritrovo, preparando le biciclette e ripassando mentalmente gli antichi codici della caccia. Alle 8:30 l’armata è quasi al completo, ma il destino decide di mettere subito alla prova la nostra tempra: il Confratello Andrea invia un dispaccio di resa forzata. La sua auto ha deciso di alzare bandiera bianca e, a nulla servendo le invocate benedizioni e i tentativi di rianimazione meccanica, è costretto ad alzare le mani e rinunciare alla spedizione.

Non c’è tempo per piangere i caduti prima ancora del via. Il Gran Maestro dà l’ordine di muovere le fila e la spedizione parte in rigorosa fila indiana. La prima manovra tattica si consuma dopo pochissimi chilometri: l’individuazione del primo bar sul percorso, un avamposto immediatamente censito, ispezionato e approvato a pieni voti anche in ottica del fondamentale “terzo tempo” previsto per il rientro. Ci manca moltissimo il furgone delle meraviglie di Valter (e Valter!!!) .

E poi, finalmente, la caccia vera ha inizio. Sotto un cielo terso e baciati da una temperatura semplicemente perfetta, i Confratelli si addentrano nel cuore delle colline. Se quello è il momento che le bollicine del Prosecco stanno per nascere, noi ci trovavamo esattamente nella sala travaglio. Pedalare nel mezzo di quel mare sconfinato di vigneti, con il fermento dei contadini che dalle rive ci salutavano caldamente, invitandoci a scendere di sella per unirci alla vendemmia, faceva vibrare l’aria di una solennità quasi pagana.

Che la giornata promettesse grandi gesta era un presagio chiarissimo, ma la prima conferma tangibile non si è fatta attendere: l’impatto con il primo capitello della giornata. A scovarlo tra le fronde, con la prontezza di chi ha la caccia nel sangue, è stato l’esploratore Don Nicola degli Affamati (già noto nei registri secolari come Nicola Doni). Un appellativo, il suo, guadagnato sul campo non certo per difetto di forze, bensì per un appetito leggendario e insaziabile che lo attanaglia a qualsiasi ora e a qualsiasi altitudine, rendendolo un radar infallibile sia per i luoghi di culto che per le osterie di passaggio. L’illustre Confratello, che già in passate spedizioni aveva dato prova di cieca abnegazione e di un fenomenale, quasi sovrannaturale colpo d’occhio, ha frenato bruscamente rischiando un maxi tamponamento di biciclette e sollevato il braccio: di fronte a noi, custode di pietre e segreti secolari, si ergeva il primo Capitello del Santo del nostro misterioso itinerario.

Rincuorati e rigenerati dallo spirito del primo inaspettato ritrovamento, abbiamo ripreso la via verso il cuore pulsante delle colline: Valdobbiadene. L’ingresso della nostra gloriosa pattuglia nella culla del Prosecco non è certo passato inosservato. La solennità delle nostre divise e l’inconfondibile portamento cavalleresco hanno attirato l’attenzione di passanti e turisti, che non hanno esitato a sfoderare i loro telefonini per immortalare la nostra spedizione. Immancabile la sosta d’ordinanza davanti al celebre laghetto al centro della grande piazza, dove ci siamo concessi agli scatti della folla festante con la solennità che si conviene agli eroi di una caccia secolare.

Ripreso il cammino, la spedizione ha riordinato le file per seguire con devozione il percorso tracciato con millimetrica precisione sulla mappa del Gran Maestro Salmistraro. Lungo il percorso si affacciano molti capitelli dedicati a Maria, a Cristo e ad altri Santi che speriamo non si offendano sentendosi scartati dalle nostre attenzioni: noi ce ne scusiamo umilmente, ma la nostra Confraternita è dedicata esclusivamente al Santo di Padova!

L’incontenibile Doni, lanciato in avanscoperta con l’acume e la foga di un vero segugio di razza, ha guidato la selezione portando a casa un bottino personale impressionante. Ma non è stato il solo: anche la Dama Simonetta Bernardi ha dimostrato una vista straordinaria scovando ben 2 capitelli, mentre il Confratello Paolo Maron (l’uomo di colore), tra un’incursione nei filari e l’altro, è riuscito a mettere il suo sigillo firmando il ritrovamento di 1 capitello. Con il morale alle stelle e la mappa ormai satura di annotazioni, la nostra marcia è proseguita senza sosta toccando in sequenza Guia, Combai e Campea, fino ad affrontare la salita che conduce al borgo da fiaba di Rolle.

Proprio mentre la strada prendeva a salire con decisione, la nostra avanzata si è incrociata con una solenne e lunghissima processione di pellegrini teutonici, giunti dal nord a bordo di fiammanti biciclette a pedalata assistita. Con la cavalleria e la magnanimità che contraddistinguono la nostra Confraternita, abbiamo ceduto loro il passo in salita, scambiando cenni di intesa e benedizioni ciclistiche. Giunti a Rolle, attirati dal fascino incontaminato dei luoghi, abbiamo rispettato il tracciato della mappa verso le meravigliose contrade di Zol de Quà e Zol de Là. Completamente immersi in un trionfo di verde e avvolti dagli odori inebrianti del mosto in fermentazione, la tentazione è diventata irresistibile per qualcuno: il Confratello Paolo Maron, ogni volta che adocchiava un filare momentaneamente sguarnito di contadini, non resisteva al richiamo e compiva veloci incursioni di frodo, impossessandosi impropriamente di succosi acini d’uva direttamente dalla pianta per ricaricare le proprie energie.

Dopo la conquista di Rolle e le scorribande tra i filari, la tappa alla spettacolare Molinetto della Croda si è imposta come un vero e proprio obbligo morale e cavalleresco. Tra lo scroscio dell’acqua e la magia dell’antico mulino incastonato nella roccia, la tentazione di una breve sosta è diventata irresistibile. Trovato prontamente un piccolo bar a presidio del luogo, la spedizione ha dichiarato una tregua strategica. Tra uno scatto fotografico e un commento sulle mappe, ci si è divisi tra chi cercava refrigerio con una bibita e chi preferiva benedire la gola con una birretta fresca. Nel frattempo, le nostre dame al seguito, Monica e Simonetta (citate rigorosamente in ordine alfabetico per evitare contenziosi di corte), hanno saggiamente approfittato della sosta per un’ispezione tattica e approfondita dei servizi igienici del locale.

Lasciata la magia del Molinetto, la pattuglia ha fatto rotta verso Refrontolo per poi tuffarsi in una veloce discesa verso la pianura, consapevole che il momento più duro e glorioso della giornata era ormai alle porte: la temibile ascesa al famigerato Muro di Ca’ del Poggio. Di fronte a pendenze capaci di far vacillare anche i pellegrini più devoti, la Confraternita ha messo in atto una precisa strategia bellica: mentre gli scalatori puri spingevano sulle pedivelle per sfidare la gravità, una delegazione di saggi si è portata direttamente in quota con mossa tattica. Posizionatisi con cura sulla linea d’arrivo, i Confratelli in vetta hanno assunto il solenne incarico di giudici di gara, pronti a verificare l’ordine d’arrivo e a registrare i volti segnati dalla fatica (e dalla gloria) di chi ha domato il Muro.

Proprio sulla sommità del Muro, con il panorama mozzafiato delle colline a far da cornice e i battiti ancora alti per l’impresa, si è svolto il momento più solenne e toccante dell’intera spedizione. Il Gran Maestro Salmistraro, sfilata la pompa dal telaio a mo’ di espada d’ordinanza, ha ordinato all’Esploratore Don Nicola degli Affamati di inginocchiarsi sul sacrato asfalto. Con l’incredibile cifra di ben 8 capitelli scovati e censiti nell’arco di una sola giornata, record assoluto della spedizione, è scattata l’immediata investitura ufficiale sul campo: Nicola Doni è stato proclamato a pieni voti Gran Cavaliere dell’Ordine. Tra gli applausi commossi dei Confratelli, i complimenti per gli ottimi ritrovamenti degli altri Cacciatori, e le congratulazioni delle dame Monica e Simonetta, il neocavaliere ha giurato fedeltà eterna alla causa dei capitelli.

Domato anche il temuto Muro, con i battiti ancora a mille e il petto gonfio d’orgoglio, la spedizione si è riorganizzata per la parte finale del percorso che prevede ancora la salita a Collalto prima del finale verso Pieve di Soligo, chiudendo così il cerchio del nostro sacro pellegrinaggio.

Raggiunte le nostre auto nel parcheggio a Pieve di Soligo, la stanchezza ha lasciato immediatamente il posto al momento più sacro ed esoterico dell’intera giornata: l’ingresso al bar censito all’alba per il solenne “terzo tempo“. Qualcuno nella fretta di fare la borsa ha dimenticato le brache ed ha partecipato in mutande sotto l’imbarazzante sguardo della barista. È stato proprio lì, tra la schiuma di una birra d’ordinanza e il perlage dorato dei calici di Prosecco, alzati in alacre brindisi, che il Gran Maestro Salmistraro ha pronunciato la vertenza finale.

Il vero Tesoro dei Templari e il famigerato Santo Graal, in fondo, non erano nascosti in qualche polveroso scrigno di pietra, ma risiedevano proprio in quella magica alchimia di pedalate, gli 11 capitelli totali riportati alla luce dalla squadra (8 dal neocavaliere Doni, 2 da Simonetta Bernardi e 1 da Paolo Maron), i grappoli d’uva rubati dal Maron, le risate e l’amicizia condivisa attorno a un tavolo a fine giro.

Con le borracce vuote, le gambe pesanti e lo spirito alle stelle, la Gloriosa Confraternita dei Cacciatori di Capitelli di Sant’Antonio ha sigillato un’altra pagina memorabile della sua storia. E mentre le ombre del tramonto (e non solo quelle ombre) allungavano i profili delle colline, una sola certezza rimaneva scolpita nella roccia: la caccia non è finita, il prossimo capitello ci sta già aspettando!

Condividi:

L’ODISSEA

Prefazione

Sulla scia del recente successo cinematografico firmato dal famoso regista Nolan, e avendo riscontrato alcune inesattezze nella narrazione, propongo una rilettura degli eventi basata sulle evidenze storiche, ampiamente documentate e sostenute dai più autorevoli storici contemporanei.


La vera storia del “Cavallo” di Troia

Canto I: Il Segreto della Boschettona

Venerdì 13 agosto 1180 a.C.
Sorgeva l’alba dorata sulla spiaggia della Boschettona, l’unico, glorioso sbocco al mare della provincia padovana. La sentinella di guardia, che avrebbe dovuto controllare le tante imbarcazioni nemiche e l’enorme accampamento dei greci che da 10 anni assediavano la spiaggia, si dà una violenta sberla per scacciare dal viso un’enorme zanzara che gli stava ronzando da un po’ vicino all’orecchio. Si girò su un fianco, aprì con difficoltà un occhio impastato di sgarbelle e salsedine. Aprì anche il secondo strofinando entrambi con le nocche degli indici sulle palpebre. C’era un silenzio inusuale sulla spiaggia, anzi non c’era nessuno, nessuna nave, nessuna tenda, nessun falò e soprattutto nessun soldato greco.

L’aria era stranamente limpida, e del minaccioso esercito nemico non rimaneva che un’immensa distesa di sabbia deserta. Ma proprio al centro dell’accampamento abbandonato, eretto con travi d’abete, nodi di pino e catrame, si stagliava un’ombra gigantesca e bizzarra.

La sentinella, stropicciandosi ancora gli occhi, tentò di scorgervi le forme di un maestoso cavallo da guerra. Eppure, più lo fissava, più quella sagoma tradiva una pancia prominente, orecchie decisamente troppo larghe e un grugno rotondo spaventosamente inconfondibile: non era un cavallo, sembrava più una grande porchetta, sì, un imponente e smisurato Maiale di Legno.

La sentinella troiana, abbandonata la sua postazione e recuperata un po’ di lucidità, iniziò ad avvicinarsi con cautela a quel monumentale maialone di legno, ancora scettica su ciò che i suoi occhi stanchi le stavano mostrando…

Nel giro di mezz’ora, insospettiti dal silenzio, arrivarono sul posto tutti i restanti figli di Troia, accorsi in massa per verificare la fine dell’assedio.

A guidare la folla c’era Luca Urban, un infiltrato greco tra le file dei troiani che come copertura faceva l’oste. Guardò il maiale, guardò il mare vuoto e urlò l’unica conclusione logica per la gente del posto:

«Ciò Fioiii! I Greci se ne sono andati! Si sono arresi davanti alla nostra fiera resistenza e ci hanno lasciato questo magnifico e devoto omaggio! Questo è chiaramente un dono agli dei per celebrare la vittoria!»

Un mormorìo di approvazione corse tra la folla. Priamo, il Re di Troia, con al suo fianco il figlio Paride (il fratello minore di Ettore, ucciso in duello da Achille qualche anno fa, colui che scatenò la guerra rapendo Elena, la moglie troia del re greco Menelao), alzò le braccia per fare silenzio e proclamò il decreto ufficiale:

«Non perdiamo tempo! Trovate corde, travi e rulli. Trascinatemi questo Maiale di Legno fin dentro le mura di Codevigo! Stasera stessa si festeggia: sotto la mia personale supervisione organizzeremo la più grande Sagra della Porchetta, Caparossoli e Fasolari che la Laguna Veneta abbia mai visto!»

Il popolo esplose in un boato di gioia. Corde di canapa vennero legate alle zampe della belva di legno e decine di braccia cominciarono a tirare, facendola scivolare a fatica sulla sabbia e poi sulla strada asfaltata verso il centro di Codevigo.

Era ormai il tramonto quando il gigantesco Maiale di Legno superò finalmente le porte di Codevigo, cigolando pesantemente sull’asfalto. Portare quella mole di pino e catrame a forza di braccia dalla spiaggia della Boschettona fin dentro la cittadella aveva prosciugato le ultime energie dei figli di Troia.

Esausti, sudati e con le mani piene di vesciche, i troiani crollarono al suolo. Per riprendersi dalla fatica immane, Luca Urban aprì le porte del suo bar in centro e fu un assalto immediato: fiumi di prosecco e birra alla spina vennero svuotati a ritmo record.

Ma la combinazione tra lo sforzo titanico e i fiumi di bollicine portò a una resa incondizionata. Con la testa che girava e le gambe molli, perfino l’infiltrato Luca Urban dovette cedere. Tra un abbiocco e l’altro, proclamò a stento: «Fioiii… la festa… la facciamo domani! Stasera tutti a nanna!». In breve tempo, una quiete tombale e alcolica calò su tutta Codevigo.

Nel frattempo, nel buio pesto e soffocante del ventre di quella bestia d’abete, la temperatura saliva vertiginosamente.

I più prodi guerrieri del Team LE TERME (probabilmente antenati dei bersaglieri in bicicletta) stipati all’interno cominciavano a dare i primi segni d’insofferenza. Chiusi nel guscio di legno, accatastati insieme alle loro amate biciclette in carbonio, la resistenza fisica veniva messa a dura prova.

«Ulisse, ma quanto manca?» sussurrò nel buio Pasquale, uno dei compagni, aggiustandosi il casco e tenendo una mano genitali tra le gambe strette. «Qua dentro fa un caldo della Madonna, e con il mio problemino rischio di farla addosso a Beppi!»

«Silenzio assoluto!» intimò a bassa voce l’astuto ULISSE, detto Flavio la Volpe, mantenendo la calma glaciale dei grandi condottieri. «La prima regola dell’agguato è la pazienza.»

Dentro la pancia scura del maiale, nel buio pesto, l’astuto Ulisse sbirciò nuovamente attraverso una fessura tra due assi del grugno di legno. Vedendo la piazza deserta e sentendo i russi sonori che si levavano da ogni casa, un sorriso furbo gli illuminò il viso.

«È la nostra ora,» sussurrò la Volpe girandosi verso la sua truppa, accatastata nell’ombra con gli elmi già allacciati e le scarpette pronte sui pedali.

Canto II: La Caduta di Codevigo e la Nascita di Venezia

Con un scricchiolio di tavole e un cigolio di cerniere, la botola segreta sotto la pancia del Maiale si spalancò.

Il primo a precipitarsi fuori, calandosi a rotta di collo dalla corda, fu Pasquale. Senza nemmeno sganciare l’elmo, corse dietro al primo cespuglio dei giardinetti davanti al municipio per espletare con un sospiro di sollievo primordiale il bisogno accumulato in ore di sofferenza, evitando per un pelo il disastro sui calzini di Beppi.

Subito dopo, l’astuto Ulisse (Flavio la Volpe) balzò a terra in completo silenzio, seguito a ruota dal resto della leggendaria truppa del Team LE TERME. Ognuno impugnava il manubrio della propria amata bici in carbonio e brandiva la corta spada assetata di sangue, gli elmi ben allacciati e le scarpette già agganciate ai pedali, pronti al blitz definitivo.

Mentre i troiani giacevano nel sonno profondo della sbornia da prosecco e birra alla spina, il commando prese il controllo della piazza. Ma l’obiettivo principale non erano le armi: era il banchetto.

Avvistate le immense griglie imbandite e i calderoni pronti per la sagra del giorno dopo, i prodi ciclisti diedero inizio al saccheggio. Per alimentare i braciari e arrostire a perfezione quintali di porchette e caparossoli, la truppa non esitò a dare alle fiamme steccati, gazebo e mezza cittadella. Nel giro di un’ora, Codevigo venne avvolta da un bagliore di fuoco e fiamme, mentre nell’aria si spandeva un delizioso e irresistibile profumo di grigliata di mare e di terra.

Ogni singola bottiglia di prosecco e ogni fusto di birra rimasto nel bar dell’infiltrato Luca Urban, come pure i magazzini di Re Priamo, venne perquisito, confiscato e caricato nei capienti borsoni sottosella e nelle borracce del Team.

Per i figli di Troia, al risveglio tra i fumi dell’alcol e della cenere, rimase solo desolazione, fumo e una sete devastante. Solo pochissimi superstiti, guidati dalla disperazione, riuscirono a fuggire a nuoto e su sgangherate barchette verso la vicina Chioggia.

In mezzo a quel caos, Elena e Paride riuscirono a squagliarsela di nascosto, inoltrandosi tra i canneti e le barene delle isole della laguna. Lì, tra fugaci passioni, litigi furibondi e i nuovi e immancabili tradimenti della troia di Elena di Troia, i due rifugiati avrebbero un giorno posato la prima pietra per fondare la bella Venezia dei giorni nostri (cos’ vi ho svelato anche come è stata fondata questa ineguagliabile città veneta).

Nel frattempo, carichi di gloria, porchette, caparossoli, fasolari fiumi di bollicine, i prodi del Team LE TERME si rimisero in sella. Sotto la guida dell’astuto Flavio la Volpe, la colonna di biciclette partì a ritmo di gran fondo verso Ovest, trasportando il trionfale bottino ad Aponus, la sacra città termale ai piedi dei Colli Euganei, dove la vittoria venne celebrata per sette giorni e sette notti.

Ancora oggi a Codevigo sulla torre campanaria si erge in tutta la sua fierezza la statua di Luca Urban che a braccia spalancate, come il Cristo di Rio, chiede scusa ai troiani e a Codevigo per il vile inganno.

Condividi:

CORTINA D’AMPEZZO – 2 LUGLIO 2026

Prefazione

Chi legge queste pagine sa che la cronaca del Team LE TERME è da sempre un racconto corale, fatto di fatiche e imprese condivise a volte anche molto fantasiose. Questa volta, però, le cose sono andate diversamente. Non è per protagonismo, ma gli eventi di questa giornata hanno fatto sì che lo scrivente non fosse sempre col gruppo per poterne raccontare le gesta. Se avrete la pazienza di leggere questa storia, capirete il perché… e scoprirete come, alla fine, una vecchia volpe riesce sempre a trovare la sua via di fuga.



L’INFERNO DI CRISTALLO

La sveglia squilla puntuale alle ore 04:00, nel pieno della notte. Come ampiamente previsto, sta piovendo a dirotto e tutto fa presagire a una imminente sciagura. Le previsioni dicono che dovrebbe smettere a breve; sì, subito dopo esserci bagnati caricando biciclette e bagagli nelle auto. Alle 5:00 infatti smette di piovere e la nutrita carovana dei 17 fradici ciclisti si muove finalmente compatta. La direzione è una sola: Cortina d’Ampezzo, la “perla” delle Dolomiti.

Man mano che ci avviciniamo alle montagne il cielo si scopre, si illumina, e ad attenderci troviamo una freschissima giornata di sole. Siamo passati dai 39/40° di ieri in pianura ai 13° alle nove a Cortina. Qualcuno ha esagerato vestendosi “a cipolla” con maglie a maniche lunghe, gambali, manicotti, guanti termici e passamontagna. Scommetto che neppure il Gen. Umberto Nobile sul suo dirigibile Italia al Polo Nord era così ben vestito.

Aspettiamo gli immancabili ritardatari all’appuntamento e alle 09:15 siamo pronti per la foto di gruppo. Ci siamo tutti? Purtroppo no: manca, sullo sfondo, l’oramai tradizionale sagoma bianca del furgone di Valter che oggi ha dovuto dare forfait. Siamo pronti comunque per saltare in sella alle nostre biciclette, con l’entusiasmo e le comprensibili apprensioni che sempre accompagnano le nostre impegnative trasferte.

Sulla carta, sembrava l’inizio del solito, perfetto capolavoro. Ma le montagne, si sa, hanno sempre altri piani…

Dopo il passaggio nel bosco sulla ciclabile ‘La lunga via delle Dolomiti‘, che ci permette di evitare il traffico del centro di Cortina, imbocchiamo la salita che porta a Passo Tre Croci.

Sono bastate le primissime pedalate in salita per capire che si stava per consumare una tragedia. Il Presidente che, come spesso succede, aveva preso la testa del gruppo, viene superato inesorabilmente da tutti. È una scena che si ripete sempre più spesso nell’ultimo periodo, ma oggi c’è qualcosa in quello sguardo che non promette nulla di buono. Qualcuno tra i più fedeli lo affianca per fargli coraggio e fargli compagnia, ma viene invitato ad andare avanti e, soprattutto, a non aspettarlo.

Quell’uomo in difficoltà rimane solo con i suoi pensieri, con l’evidente incapacità di far girare le pedivelle. È vero, in montagna bisogna andare con i piedi di piombo, ma oggi di piombo sembravano essere piedi, gambe, ginocchia e tutto il resto.

Quei sette chilometri che portano al passo sono stati interminabili; la prospettiva di scendere dalla bici e di rientrare al parcheggio si scontrava con la forza di volontà che lo incitava a non mollare. Solo l’idea che questo momento potesse diventare l’inizio della fine di un sogno, di una passione che non potrà mai essere sostituita da altro, ha fatto salire letteralmente un nodo alla gola all’impotente ciclista, nel pieno della sua tragedia.


Arrivato al Passo Tre Croci, e solo Dio solo sa come, ad aspettarlo c’erano i suoi compagni che intonavano un incoraggiante coro calcistico: ‘Un Presidente, c’è solo un Presidente, un Presidente… c’è solo un Presidente!’ E lui, quasi a rimproverarli, risponde a testa bassa e con un filo di voce dicendo: ‘Vi avevo detto di non aspettarmi e di continuare il giro previsto!‘



Si scende assieme a Misurina per qualche foto sulle sponde dell’omonimo Lago che riflette le cime delle magnifiche vette dolomitiche che lo circondano.



Ad aspettare il gruppo ci sono ora le mitiche Tre Cime di Lavaredo, e soprattutto la proibitiva salita che porta al Rifugio Auronzo. Ad aspettare il gruppo, ma non il Presidente che, facendo un veloce inventario delle poche risorse energetiche ancora a sua disposizione, decide “saggiamente” di proseguire in solitaria verso Carbonin e Cimabanche, per rientrare a Cortina, chiudendo il periplo del “Monte Cristallo” (da cui il titolo dell’articolo) dove avrebbe aspettato il loro rientro.

A questo punto le nostre strade si dividono, e per me la cronaca del resto della giornata diventa impossibile. Dovremo accontentarci delle tante belle foto che sono state scattate e che mostrano i bei momenti di soddisfazione per l’impresa.

LE TRE CIME DI LAVAREDO

AL LAGO DI BRAIES

Rientrato al parcheggio alle 12:25, mi sono messo comodo sapendo di dover aspettare per un bel po’. La salita alle Tre Cime, le foto per suggellare questo importante momento, la discesa fino a Dobbiaco e la nuova dura salita che porta al Lago di Braies (notoriamente a un Passo dal Cielo) necessitano di tempo. Io potevo monitorare la posizione del gruppo dal cellulare, dove era stata condivisa la posizione che consultavo quasi morbosamente ogni 5 minuti. Il tempo passava lentamente e alle 17:00 ero ancora da solo nel parcheggio.

Alle 17:30, finalmente, eccoli arrivare. Spuntano alla spicciolata, a piccoli gruppetti: sono stremati, inzuppati di sudore, affamati fino al midollo, ma tutti hanno un grande e identico sorriso di soddisfazione stampato sul volto.

Ora che l’attesa è finita, posso guardare le cose con più distacco, da spettatore, e comprendere a fondo i sentimenti di questo fine giro. Vedo occhi che cercano subito quelli del compagno, a caccia di quella complicità e di quella reciproca approvazione che servono a fissare per sempre questi momenti nella mente. Ce l’abbiamo fatta anche oggi, sembra dire ogni sguardo.

Subito dopo, però, quegli stessi occhi cercano istintivamente nel vuoto del parcheggio… e si scontrano con la dura realtà. Manca la sagoma bianca del furgone di Valter. Niente birra ghiacciata, niente panino corroborante, niente prosecco, niente fetta di crostata scaduta. Un miraggio a cui oggi, purtroppo, tocca rinunciare. Il ‘Nostro Terzo Tempo’ è rimasto a casa, ma lo spirito del gruppo non è mai stato così vivo.

Quasi tutti si informano sulle mie condizioni e io cerco di rassicurarli. Ma c’è un’ultima cosa che ci tengo a far notare: alla fine della fiera, la vecchia volpe del Presidente è arrivata al parcheggio per prima, rifilando a tutti un distacco siderale di ben cinque ore! Una vittoria tattica schiacciante.

Certo è che, se non sono più che svelto a scappare, inizia una caccia alla volpe che non mi lascerebbe alcuno scampo… Me la cavo invece con qualche minaccia e un fraterno “ma vaffanc…”.

Vi lascio alle tante foto che descrivono la bellissima giornata in bicicletta (per loro) e spero di poter tornare presto a raccontarvi delle nostre uscite, se il medico, dopo i controlli a cui ho deciso di sottopormi, me lo concederà. Altrimenti, come dice il buon Pasquale, godetevi questa che…. potrebbe essere l’ultima volta…

Condividi:

La Dieci Colli con Caccia al Tasso e alla Volpe

PREMESSA

Questo racconto è un’opera di pura fantasia, così come i luoghi, i personaggi e le strambe dinamiche descritte. Trattandosi di una narrazione ad alto tasso di immaginazione, la lettura è riservata esclusivamente a persone dotate di spiccata intelligenza e, soprattutto, di autoironia. Si sconsiglia vivamente il testo ai troppo precisi, ai pignoli della logica e agli acculturati severi: qui le regole della realtà sono state temporaneamente sospese per fare spazio al divertimento.


La Dieci Colli Euganei

Il silenzio che avvolgeva i Colli Euganei in quel giovedì 25 giugno 2026 aveva una consistenza quasi irreale. L’aria, già densa e pesante alle prime luci dell’alba, anticipava i morsi di una giornata che si preannunciava torrida. In quel sottobosco in ombra, la vita si risvegliava a piccoli passi, quasi con timore: il fruscio impercettibile dei primi volatili tra le fronde, il pigro stiracchiarsi della fauna locale.

Il percorso che attendeva il gruppo era di quelli che fanno tremare i polsi: la “Dieci Colli Euganei”, un labirinto di asfalto e pendenze spietate, dove le salite sono brevi ma brutali, capaci di spezzare le gambe anche ai più preparati.

Proprio per sfuggire alla morsa soffocante della canicola, la partenza ufficiale del gruppo era stata anticipata alle ore 07:00. Ma il Presidente, custode di un piano segreto e tenendo l’intero gruppo all’oscuro di tutto, aveva deciso di sparigliare le carte. Avrebbe fatto da lepre. Anzi, no: avrebbe interpretato la volpe. Sapeva perfettamente che un’ora di vantaggio non sarebbe bastata a salvargli la pelle e che prima o poi lo avrebbero ripreso, ma la sfida era troppo ghiotta per non essere vissuta.

Alle 6:00 in punto, la volpe lasciò la sicurezza della sua tana. Era un esemplare maschio adulto, robusto fin dalla nascita e con i fianchi che il passare degli anni aveva ulteriormente arrotondato; un deficit di pura velocità che però veniva ampiamente compensato da un’esperienza infinita e da una furbizia proverbiale. Prima di varcare la soglia, un cenno silenzioso alla compagna, destinata a rimanere al fresco del rifugio in attesa del suo trionfale ritorno.

Fuori, il sole era sorto da appena quindici minuti, alle 5:45, e i suoi primi raggi cominciavano a infilarsi come lame dorate tra i rami fitti degli alberi. Non si muoveva una foglia. La natura stessa sembrava trattenere il respiro, stupita dall’assenza totale di quella consueta brezza mattutina che, accarezzando le chiome tese verso il cielo, di solito orchestrava una lieve sinfonia. Quella quiete assoluta non era pace: era il presagio di un’imminente tempesta di fatica.

La volpe cominciò a muoversi guardinga, scivolando lungo quei sentieri che conosceva a memoria, centimetro dopo centimetro, badando a non produrre il minimo rumore che potesse tradire la sua presenza o allertare le sue prede. Ma la solitudine durò poco. Ben presto, un’ombra familiare si palesò al suo fianco: un tasso (ex bancario chiamato così perché in passato era solito proporre tassi di interessi altissimi). Solitario e silenzioso, quasi un tasso fisso, si era accodato alla volpe, sfruttando la sua scia e muovendosi come un fantasma sugli stessi identici percorsi, grato per quella traccia studiata nei minimi dettagli. I due avanzavano nel cuore della foresta all’unisono, in una sincronia perfetta: le zampe toccavano terra nello stesso istante, le code protese all’indietro (anche perché in avanti ormai…) a bilanciare ogni minimo scarto del corpo, le orecchie tese, vibranti, pronte a captare il benché minimo scricchiolio.

Poi, scoccarono le 07:00 ⏰🎺🥁

In quel preciso millesimo di secondo, un boato acustico lacerò il silenzio assordante del bosco, frantumando l’incantesimo. Fu un’esplosione di panico: stormi di uccelli abbandonarono i rami sollevandosi in volo teso verso il cielo, scoiattoli terrorizzati schizzarono verticali lungo i tronchi rugosi, e le bisce, colte di sorpresa, strisciarono via repentine con il loro incredibile e frenetico moto ondulatorio.

La volpe e il tasso si inchiodarono sul posto, i muscoli tesi, i cuori a mille, cercando di decifrare la direzione e la natura di quel suono dirompente. La volpe, grazie al suo istinto affinato dal tempo, comprese per prima. Quello era il suono inconfondibile di un corno da caccia, lo stesso di cui le aveva parlato tempo prima una vecchia zia inglese.

La tragedia si stava materializzando: mai, a memoria d’animale, sui Colli Euganei si era vista una vera caccia alla volpe. E a confermare l’incubo, mescolati all’eco del corno, iniziarono a risuonare in lontananza i primi latrati dei segugi che, avendo fiutato la pista fresca, stavano serrando i ranghi. A giudicare dal baccano, i cacciatori dovevano essere almeno una dozzina. Eppure, mancava qualcosa: nessun rumore di zoccoli batteva sul terreno, segno che non c’erano cavalli a dare manforte. Al loro posto, un sinistro, ritmico sferragliamento metallico avanzava rapido. Un rumore metallico che assomigliava terribilmente a una catena che sale e scende febbrilmente sui rapporti di una bicicletta.

Non c’erano dubbi. Erano cacciatori, sì, ma viaggiavano su due ruote.

La volpe tese i muscoli. Il “tasso” rimasto tassativamente in silenzio al suo fianco strinse i denti, capendo che l’ora dei convenevoli era finita. Quei cacciatori non erano normali predatori: erano la muta del Team LE TERME, affamata di asfalto e pendenze a doppia cifra, lanciata all’inseguimento a testa bassa.

Le salite della Dieci Colli si pararono davanti alla volpe e al fido tasso (anche qui due termini bancari) come muri delle leggendarie classiche del Nord. Il caldo, già asfissiante alle sette del mattino, faceva evaporare l’elevato tasso d’umidità del sottobosco trasformando l’aria in una cappa pesante. Ma qui entrò in gioco la proverbiale furbizia del vecchio maschio alfa. Conoscendo ogni centimetro di quelle pendenze infernali, la volpe non commise l’errore dei giovani impulsivi: non scattò. Trovò invece il passo perfetto, quel ritmo regolare che risparmia il fiato e salva le gambe, mentre dietro, lo sferragliare dei rapporti corti della muta si faceva sempre più nitido.

“Ci prenderanno,” sussurrò il tasso, mentre le prime gocce di sudore gli rigavano la fronte. “Taci tasso, che tasso dici, forse ci prederanno ma non prima di aver sputato l’anima su queste rampe,” rispose l’orgoglio della volpe.

Il sole, ormai alto nel cielo, picchiava senza sosta sulla schiena dei due fuggiaschi. In quell’inferno di fuoco, l’idratazione divenne l’unica linea di demarcazione tra la sopravvivenza e la resa. La volpe e il tasso si vedevano costretti a fermarsi a ogni singola fontanella incontrata sul percorso: una manciata di secondi d’oro per tracannare acqua gelida, bagnarsi il muso e far scorrere quel filo di frescura sulle nuca surriscaldata, prima di riprendere la fuga a testa bassa. Ogni sosta era un calcolo millimetrico: la speranza, nel cuore della volpe, era che anche la muta degli inseguitori fosse costretta a rallentare la sua corsa assassina per quelle stesse, vitali soste idriche.

Proprio mentre si godevano una pausa rinfrescante, si consumò il brivido: il più veloce scalatore tra gli inseguitori, il Mauro (l’Alpino Del Colle), arrivò a un soffio dalla volpe. Fu solo per un colpo di fortuna che la vecchia volpe e l’amico tasso riuscirono a dileguarsi dietro un cespuglio, guardandolo sfilare via mentre inseguiva chissà quale altra scia.



Ma i cacciatori dovevano essere vicini, l’eco del bosco cominciava a restituire i loro suoni: si sentivano chiaramente le grida d’incitamento del leader del branco, il Maron (l’uomo di colore), e i suoi comandi secchi per far seguire la traccia a quelli in testa e il respiro corto, profondo e ritmico di chi stava sputando l’anima per ricucire lo strappo di quell’ora di svantaggio. La volpe riconosce anche la voce di Claudio (Masterchef), di Mauro (Il Signore degli Anelli) e di Carletto (il garbato barista). La distanza tra cacciatori e prede si accorciava inesorabilmente sulle rampe più dure ma ora le voci dei cacciatori erano molte meno, segno che la maggior parte di loro aveva dovuto abbandonare la caccia.

Sette, otto, nove colli passarono sotto le ruote ed il peso “importante” della vecchia volpe si faceva sentire come un’ancora di piombo a rallentarne la marcia. La caccia e la fuga si era trasformata in una sfida di pura resistenza.

L’epilogo sul traguardo

Fu sull’ultima, micidiale ascesa della Valpomaro, che l’ombra della muta si stagliò nitida alle spalle dei due fuggitivi. I cacciatori, con le maglie aperte e i volti segnati dalla fatica, avevano quasi agganciato la preda. Mancavano poche centinaia di metri allo scollinamento finale.

La volpe, sfinita ma con un briciolo di lucido brio ancora in corpo, si voltò per un attimo, incrociando gli sguardi stremati ma divertiti dei suoi inseguitori. Non c’era sconfitta nella cattura, solo la consapevolezza di aver orchestrato una caccia memorabile.

Quando le ruote dei primi cacciatori affiancarono finalmente la volpe, non ci furono frecce, fucili o reti da cattura. Il bosco fu testimone solo di sguardi di profonda intesa, sorrisi complici e sonore pacche sulle spalle che cancellarono in un secondo i chilometri di sofferenza. La volpe era stata presa, sì, ma aveva venduto cara la pelle, orchestrando una fuga magistrale e regalando al branco una mattinata di epica e caldissima fatica sui loro amati Colli Euganei.

Conclusa la caccia, la natura tornò alla sua quiete, mentre per prede e cacciatori scattò l’ora del rito più sacro. Riuniti all’ombra della tana, l’unico obiettivo rimasto era quello di brindare in compagnia per celebrare l’impresa, facendo tintinnare i bicchieri colmi di una bella birra ghiacciata, capace di rigenerare corpo e spirito dopo tanto calore.

Tutti si lasciarono andare ai festeggiamenti, tranne uno. Il tasso, fedele alla sua natura rigorosa e prudente, ha voluto fare il saggio fino in fondo: pur di non superare il tasso alcolico, ha preteso categoricamente che nel suo bicchiere venisse versata una biondissima e italianissima Tassoni.

E tra le risate del branco e le bollicine della cedrata, anche questa epica avventura del Team LE TERME si è trasformata in leggenda.

Condividi: