Niente bici, niente salite… ma l’agonismo dei Insaziabili Ciclisti Le Terme non va mai in vacanza! Nell’episodio nr. 162, della 17esima stagione, la sfida si sposta a tavola: tra taglieri fumanti, sorrisi e birre, chi riuscirà ad appropriarsi l’ultimo spicchio di pizza?
Cari lettori e fan della saga ciclistica più longeva della zona Termale Euganea, mettetevi comodi sul divano: va in onda il 162° episodio della 17° stagione della leggendaria serie CICLISTI LE TERME, La Banda dei Pensionati Insaziabili.
Anno di produzione: 2009…… Stagione attuale 2025: la diciassettesima Episodio: 162 (vero numero di attività registrate quest’anno) Titolo della puntata odierna: “Mission: Save the Last Spicchio” Regia: Flavio Salmistraro
Il cast è quello delle grandi occasioni: 44 protagonisti questa volta non in sella ma comodamente seduti a tavola, uniti da una sola missione, celebrare la “quasi” fine della stagione 2025 con spirito, amicizia, tanta pizza e qualche bicchiere di birra in più del dovuto.
I costumi di scena, per una volta, non sono le famose tutine blu tanto riconoscibili sulle strade Berico-Euganee. Questa sera, infatti, gli attori del gruppo hanno abbandonato la divisa ufficiale per abiti civili, con risultati… sorprendenti. Tra camicie, maglioni e felpe colorate, molti appaiono quasi irriconoscibili: qualcuno giura di aver salutato un “nuovo iscritto”, salvo poi scoprire che era il solito compagno di pedalate, ma senza casco e occhiali!
Il copione è semplice ma efficace: saluti e strette di mano, si chiacchiera un po’, poi si sorride, infine si combatte per la sopravvivenza… dell’ultimo spicchio. Sì, perché l’agonismo, quello che fa esplodere gambe e polmoni in salita, si riaccende anche davanti ai taglieri di ottima pizza serviti dal Ristorante Divino di Maserà.
Appena arrivano a tavola i primi taglieri, i più competitivi si studiano a vicenda come in una cronometro a squadre: c’è chi dosa le forze per arrivare lucido al bis, chi tenta un attacco improvviso sul trancio “Cacio e Pepe” o sul più saporito “Divino”, e chi, da vero stratega, finge disinteresse per poi colpire al momento giusto. Nel frattempo, i veterani del gruppo sfoggiano esperienza, resistenza e appetito: un mix micidiale che non lascia scampo nemmeno al cameriere più veloce.
Il Presidente Flavio, regista e protagonista, osserva la scena con sguardo soddisfatto: il gruppo è vivo, unito e affamato, di chilometri, certo, ma anche di momenti come questi.
Verso l’epilogo dell’episodio arriva il colpo di scena finale, degno di un grande regista… quale, beh, lo lasciamo intuire.
Dal fondo della sala, come in una lenta carrellata cinematografica, vengono portati in scena gli ultimi due taglieri, gli ultimi superstiti di una lunga e gloriosa serie. La pizza è fumante, il profumo di cipolla invade il set e risveglia energie sopite: i più resistenti alle fatiche della tavola si preparano all’assalto finale.
La lotta è serrata, gli sguardi si incrociano, le mani si muovono rapide. Sembra che a spuntarla sia il nostro Nicola, che si ritrova nel piatto l’ultimo spicchio, di dimensioni così ragguardevoli da meritare il rispetto dell’intera platea.
Sono attimi di pura tensione narrativa: silenzio in sala, occhi puntati su Nicola, che osserva lo spicchio adagiato sul piatto, pronto per essere divorato… ma che, in un lampo di immaginazione, sembra quasi implorare un po’ di pietà, un briciolo di umanità. L’inquadratura stringe: prima piano sullo spicchio di pizza fumante, poi lentamente sul volto concentrato di Nicola, combattuto tra istinto e coscienza, tra fame e compassione.
Ed ecco il gesto che nessuno si aspettava, un colpo di scena da Oscar. Con nobile umiltà e spirito sportivo, Nicola posa la forchetta, sospira, e decide di risparmiare l’ultimo spicchio, salvandolo dalla fine tremenda che ha visto subire tutti i suoi predecessori.
Un atto di sacrificio che entrerà nella leggenda del gruppo, tramandato tra i tavoli come un gesto eroico da ricordare nelle prossime stagioni. Ed è proprio questo gesto che dà il titolo all’episodio: “Mission: Save the Last Spicchio” 🍕
Mentre i titoli di coda scorrono idealmente sulla serata, nel buio parcheggio del Ristorante Divino, il furgone della produzione, il magico furgone del Valter, con le sue inconfondibili scritte “LE TERME” sulle fiancate, rimane lì, immobile e un po’ sconsolato. Oggi non serve il suo supporto per il nostro famoso terzo tempo: la missione è compiuta, la pizza è salva, e i nostri eroi possono finalmente concedersi il meritato riposo.
Con oggi, 16 ottobre, si conclude la stagione delle uscite infrasettimanali, meglio note come “I GIRI DEL ZOBA” , dove Zoba, per chi non mastica il veneto, significa semplicemente Giovedì.
L’ultima avventura ci ha portato verso sud, fino a incontrare il grande fiume Po, che abbiamo seguito da Guarda Veneta a Occhiobello. Una chiusura in bellezza, tra campagne tranquille, argini silenziosi e quella pace che solo l’autunno sa regalare.
La giornata era fresca, nonostante il bel sole che illuminava la pianura, e un venticello da nord ci ha dato una mano all’andata… per poi presentare il conto al ritorno, rallentando un po’ la truppa ma senza togliere il sorriso a nessuno.
Per evitare il traffico della statale 16 Adriatica, la strada statale italiana più lunga, con circa 1.000 km, che collega Padova a Otranto, abbiamo preferito addentrarci nel Polesine, seguendo un percorso meno diretto ma infinitamente più piacevole. Tra stradine tranquille, grandi campagne coltivate e paesini sospesi nel tempo, abbiamo assaporato quella pace tipica della bassa, dove il ritmo lento della vita sembra invitare a pedalare senza fretta, solo per il gusto di farlo.
Arrivati al ponte di Occhiobello, che unisce le due sponde del fiume più lungo d’Italia, ci siamo fermati ad ammirarne la maestosità. Davanti a noi, il Po scorreva possente, con la sua massa d’acqua immensa che attraversa tutta l’Italia settentrionale, dalla sorgente al Monviso fino alla foce nell’Adriatico. Un fiume che nei secoli ha donato prosperità a chi vive lungo le sue rive, ma che ha anche ricordato, con piene e alluvioni, quanto la natura possa essere grande e indomabile
Dopo una breve pausa pranzo alla nostra ormai classica e ben fornita pasticceria di Occhiobello, tappa obbligata per reintegrare zuccheri e buonumore, siamo ripartiti verso nord, per i restanti 60 chilometri, accompagnati da un venticello poco amichevole.
A Fratta Polesine ci siamo concessi un’altra breve sosta fotografica, giusto il tempo di immortalare il gruppo e riprendere fiato davanti a Villa Badoer, poi via di nuovo verso casa, con il pensiero che correva più veloce delle gambe: il furgone di Valter ci aspettava a Mezzavia con il suo carico di mortadella bolognese!
I Giri del Zoba
Con un pizzico di nostalgia, come quando finiscono le cose belle, chiudiamo la stagione delle uscite del giovedì (quelle fuoriporta), tanto apprezzate dai nostri instancabili ciclisti. Facile partecipare per chi è libero da impegni di lavoro, un po’ meno per chi ha dovuto chiedere permessi o giornate di ferie pur di esserci, segno che la voglia di pedalare in compagnia, e di condividere questa passione, resta sempre più forte di tutto.
Da marzo a ottobre, abbiamo totalizzato 26 uscite (che abbiamo elencato qui sotto), molte delle quali hanno previsto il trasferimento in auto: colline, pianure, montagne, fiumi, laghi e pure qualche deviazione imprevista, tanto per non perdere la tradizione. Anche quest’anno non ci siamo fatti mancare nulla: strade nuove, paesaggi da cartolina e la solita allegria che rende ogni giro qualcosa di più di una semplice pedalata.
Elenco dei Giri del Zoba con chilometraggio ed altimetria
🏆 CLASSIFICA FINALE – GIRI DEL ZOBA 2025
📊 A puro titolo statistico…
Ecco la classifica delle partecipazioni ai “Giri del Zoba” 2025! Ogni partecipante ha guadagnato 2 punti per ogni presenza, e, come nella vita, la costanza è stata premiata! (Niente coppe, medaglie o prosciutti in palio… giusto la soddisfazione di esserci sempre stati 😄).
Ecco quindi i risultati finali per le prime venti posizioni di questa stagione, in ordine di classifica
Ma se i Giri del Zoba sono diventati un appuntamento imperdibile, il merito va soprattutto a Valter: instancabile compagno di squadra e anima logistica del gruppo. Con il suo mitico furgone, Valter ci ha permesso di concludere ogni uscita in perfetto stile “LE TERME”, con un terzo tempo sempre più ricco, tra brindisi, risate e racconti di giornata. 🍷🍔🍻🥖
🚴♀️ Epilogo (ma non addio!)
Non pensiate che sia finita qui! Continueremo a pedalare, meteo permettendo, non solo il giovedì, ma anche il martedì e la domenica, in attesa che la primavera 2026 ci ispiri nuovi e sempre più allettanti itinerari.
Perché i “Giri del Zoba” non sono solo un calendario di uscite… sono uno stile di vita! 🌞💪
Il calendario al 9 ottobre propone una pedalata sull’Appennino emiliano-bolognese: un’occasione perfetta per rinnovare il nostro gemellaggio con gli amici del Pedale Bolognese. L’appuntamento è fissato alle ore nove a Ponte Ronca, qualche chilometro fuori Bologna. Per noi significa una sola cosa: partire con il favore delle tenebre, alla chetichella, senza far rumore, per non svegliare le nostre Signore che potrebbero osteggiare il nostro progetto.
Una carovana di auto e furgone con una ventina di ciclisti a bordo cala verso sud, attraversando quel confine naturale che è il fiume Po, simbolico passaggio tra Veneto ed Emilia. Il parcheggio a Ponte Ronca merita un bel 8 su 10, valutazione che tiene conto non solo della logistica… ma anche e soprattutto di ciò che promette il terzo tempo.
Subito dopo di noi arrivano anche gli amici bolognesi guidati da Carlo. Con lui la figlia Giorgia che è una fotocopia della mamma Monica, Gabriele (the big “Bears”), e altre due cicliste di cui non ricordo il nome.
La partenza è tranquilla, lungo una strada un po’ trafficata che punta verso Vignola. A Castiglione svoltiamo a sinistra e inizia la prima vera salita della giornata: bella, pedalabile, con il giusto ritmo per far conversare i più loquaci e zittire i chiacchieroni dopo il primo tornante.
Si dice salita “pedalabile” ma cosa vuol dire. Secondo me non ha senso rimarcarlo perchè tutte le salite sono “obbligatoriamente” pedalabili (o pedali o ti fermi) mentre solo le discese posso essere pedalabili ma anche non esserlo.
E pedale e pedala…. raggiungiamo Guiglia, dove una terrazza panoramica ci regala una vista magnifica sulla pianura padana. Un angolo perfetto per la foto di gruppo. Un cartello indica i rilievi visibili all’orizzonte, e con una punta di orgoglio scopriamo che tra quelli segnalati ci sono anche i nostri Colli Euganei. Purtroppo oggi la leggera foschia li nasconde, ma ci piace immaginare che da laggiù qualcuno stia guardando nella nostra direzione, chiedendosi: “Chissà dove sono finiti oggi quelli delle Terme…”
Da Guiglia ripartiamo in direzione di Zocca, paesotto montano adagiato sugli ottocento metri dell’Appennino modenese. La strada sale dolce, tra castagni e tornanti che sanno già di autunno. Entrando in paese, lungo il viale principale, ci accoglie una curiosa installazione: una serie di luminarie spente che riportano, parola per parola, il testo di “Alba Chiara”. Già questo basterebbe a far capire dove siamo: a Zocca, patria del Blasco. Qui Vasco Rossi non è solo un idolo, è un santo laico del rock : la sua faccia campeggia su manifesti, vetrine, murales, e persino sulla parete della scuola principale, dove una gigantografia di Vasco sorveglia l’ingresso.
Zocca conta circa 4800 abitanti la cui stragrande maggioranza deve essere di fede islamica, almeno a giudicare dal numero di mamme che aspettano i loro figli all’uscita da scuola. Sembrava di essere al souk di Marrakech, tra voci, colori e profumi che si intrecciano alla tranquilla quotidianità dei montanari emiliani.
E visto che siamo a Zocca non possiamo non fare un salto alla casa di Vasco che è diventata meta di tutti i suoi fans. Naturalmente non si trova in centro al paese, troppo facile, ma in una frazione poco distante, raggiungibile solo dopo aver scalato un paio di rampe assassine che mettono alla prova anche i più devoti.
Arrivati alla villetta, la riconosciamo subito: i murales che negli anni si sono sovrapposti formano ormai una composizione astratta e illeggibile, un mosaico di colori e dediche che raccontano l’amore dei fan più di qualsiasi targa commemorativa. Davanti al cancello troviamo due coppie di Venezia, in evidente stato di adorazione. Uno scatta foto come fosse al Louvre, l’altro mormora versi di Siamo solo noi come fossero una preghiera. Noi, un po’ sudati e un po’ divertiti, ci limitiamo a osservare in silenzio e a scattare qualche foto, quasi per non disturbare la liturgia del rock.
Ripartiamo da Zocca in direzione di Tolè, e il paesaggio cambia ancora una volta. Gli alberi hanno indossato la loro migliore collezione autunnale, una sfilata di gialli, rossi e marroni che nulla ha da invidiare alle passerelle di Milano. Il sole di questa ottobrata generosa accende le chiome come fiammelle nel bosco, e ogni curva regala un quadro diverso: aceri infuocati, castagni ramati, querce che sembrano scolpite nella luce. Sullo sfondo, l’azzurro vivo del cielo fa da contrasto perfetto.
Da qui il tracciato si snoda in un bel sali e scendi facile da pedalare, immerso tra colline che sembrano fatte apposta per godersi la bella luce del pomeriggio.
Raggiungiamo il Passo Sella della Croce, da dove inizia una lunga e piacevole discesa che ci accompagna, tra paesaggi splendidi, verso il nostro parcheggio.
Ma, come in ogni giro che si rispetti, arriva la ciliegina sulla torta: il buon Carlo da Bologna propone un’ultima fatica, la salita a San Lorenzo in Collina. E, incredibilmente, tutti accettano di buon grado la deviazione (forse perché nessuno ha osato dire di no). All’imbocco della salita, il Presidente decide che è il momento di scrivere la sua pagina epica: una sgassata degna del miglior Pogacar! Sarà stato San Lorenzo, santo protettore di Abano Terme, o magari il profumo della mortadella che già aleggiava dal parcheggio, fatto sta che il nostro “robusto” leader ha dato del filo da torcere ai più accreditati scalatori del gruppo. (Oppure, più verosibilmente, nessuno si era accorto che era in fuga).
A San Lorenzo scatta la strategia della mortadella: chi arriva primo prende la Coppa, tutti gli altri invece la Mortadella, e l’ultimo… niente. Il risultato? Nessuno voleva arrivare primo, per non perdere il gustoso premio portato al parcheggio dal Pedale Bologne. Ho visto Valter in surplace immobile, in precario equilibrio sulla bicicletta, pur di non arrivare primo, e Ivano che era in ultima posizione, con una serie di controscatti riesce a rientrare in gruppo sul filo di lana.
Ed eccoci finalmente al nostro terzo tempo. Il magico furgone di Valter comincia a sfornare panini con mortadella, gentilmente offerta dagli amici bolognesi, insieme a olive, sottaceti, arachidi, birra, vino, crostini, crostate… e molto altro ancora.
L’atmosfera si tinge subito di rock quando dal furgone esce Valter con un paio di microfoni e un altoparlante da luna park, da cui iniziano a uscire le note delle più belle canzoni di Vasco: Alba Chiara, Siamo solo noi, Vivere, Vado al Massimo. Anche davanti ai microfoni, il nostro gemellaggio con il Pedale Bolognese trova il suo suggello… e qualche voce stonata viene perdonata per il piacere della compagnia.
Si conclude così un’altra bella escursione, l’ultima “fuoriporta” accompagnata dal magico furgone di Valter per il 2025. Ma seguiteci sempre perchè Le Terme non finiscono mai… come i famosi rotoloni!
Ogni ciclista ha i suoi sogni, le sue sfide e i suoi traguardi. Ma poche esperienze sanno unire fatica, passione e storia come L’Eroica, la celebre corsa toscana su biciclette d’epoca e strade bianche.
In questo racconto, Sandro Lazzaretto ci porta con sé lungo un’avventura unica: dalla preparazione meticolosa, ai panorami mozzafiato del Chianti, fino alla soddisfazione del traguardo conquistato con cuore, gambe e tanta determinazione.
Immergetevi nella sua giornata indimenticabile e scoprite cos’è davvero l’Eroica.
L’Eroica di Sandro, l’eroico ciclista
di Sandro Lazzaretto – Ottobre 2025
Ogni bella storia ha un suo inizio, e la mia è cominciata lo scorso ottobre. Eravamo a tavola io e mia moglie Lucia, con il televisore acceso sul notiziario. A un certo punto compare un servizio su una manifestazione ciclistica in Toscana: bici e abbigliamento d’epoca, strade bianche, fascino antico. Si chiama L’Eroica.
Alla mia esclamazione: “Che bella corsa!”, Lucia risponde serafica: «E perché non la fai anche tu?» Non si rese conto di quanto potere avessero quelle parole… per me (più allenamenti, più uscite, più bicicletta) e per lei (più pazienza, più lavatrici).
Detto fatto: Senza indugio ho preso la palla al balzo e prima che potesse cambiare idea accettai la sfida. Comincia così un’avventura a dir poco esaltante.
Le tappe verso il sogno
Per arrivare a quel traguardo servivano alcuni passaggi fondamentali:
registrarsi sul sito dell’organizzazione (cosa non banale, vista la marea di iscritti e il numero chiuso);
rimettere in moto la bici “eroica” di papà, ferma da anni;
ottenere il certificato medico agonistico (convincere il medico che me lo merito non dovrebbe essere un problema);
procurarmi l’abbigliamento d’epoca. Rovistando in soffitta ho trovato tutto… tranne le scarpe, che ho faticato non poco a scovare;
infine, arrivare al 4 ottobre 2025 con una condizione fisica che mi consenta di terminare vivo il percorso.
I primi 4 punti portati a termine brillantemente nei tempi previsti, mentre per il 5° aspetto il verdetto della strada.
Intanto la preparazione continuava, sostenuta dai meravigliosi amici del gruppo Le Terme: pedalate che, con il passare delle settimane e l’arrivo della bella stagione, si allungavano sempre di più, affrontando dislivelli che, almeno nelle intenzioni, potessero assomigliare a quelli della temibile Eroica.
La vigilia
Arriviamo finalmente al fatidico giorno… anzi, al giorno precedente: venerdì 3 ottobre 2025. Dopo mesi di attesa, eccomi a Gaiole in Chianti, punto di partenza e di arrivo della corsa.
L’atmosfera è semplicemente contagiosa: tutto il paese è in festa, le strade brulicano di biciclette d’epoca, abbigliamento di lana, scarpe in cuoio rigide come zoccoli (quelle che io ho cercato per mesi e qui invece vendono a vagonate), accessori, gadget, vino e profumo di salsiccia e fiorentine alla brace.
È la fiera mondiale della bicicletta vintage, ma ciò che mi colpisce davvero è l’aria di passione sportiva che si respira ovunque. Tra i vicoli incontro personaggi stravaganti provenienti da ogni parte del mondo, sorrisi e strette di mano che parlano la lingua universale della fatica e della felicità.
Perfino qualche volto noto: ex corridori come Davide Cassani, Roger De Vlaeminck, e altri miti dei tempi d’oro. Foto di rito, naturalmente, ma poi torno subito serio: sono qui per un motivo.
Mi dirigo all’organizzazione, controllo l’elenco e ci sono anch’io. Ritiro il mio numero di gara: il 5212. È ufficiale, non si torna più indietro.
Il pomeriggio vola via, e arriva presto il momento di dirigermi verso l’albergo, a circa un’ora di macchina da Gaiole, più vicino, impossibile trovare un letto in questo periodo.
Una volta arrivato, il programma è chiaro: preparare la bicicletta, fare gli ultimi controlli rassicuranti, attaccare il numero 5212, mangiare qualcosa, telefonare a casa e andare a letto presto. Sveglia puntata alle 02:30, visto che la partenza è fissata per le 05:00 in punto.
Mi corico verso le 22:30, ma so già che sarà difficile dormire. Infatti, all’una e mezza ho gli occhi spalancati. Alle due decido di alzarmi: meglio cominciare a prepararsi con calma.
Esco all’esterno, carico la bici e alzo lo sguardo. Davanti a me, uno spettacolo mozzafiato: un cielo limpido, incredibilmente stellato, che sembra quasi incoraggiarmi. Fa freddo, però. Un freddo che punge e che promette di tenermi compagnia per un bel po’. Penso: “Vabbè, vedremo dopo.” E così, con il cuore che batte più veloce del motore, parto alla volta di Gaiole.
Strada facendo, il termometro dell’auto oscilla tra i 6 e i 7 gradi. Freschetto, sì, ma penso: «Dai, quando esce il sole si scalderà un po’.» Poco prima di arrivare a Gaiole in Chianti, però, succede qualcosa di inquietante: la temperatura inizia a scendere. Prima 5 gradi, poi 4, poi 3, poi 2, poi 1 (sembrava il conto alla rovescia della partenza) e nel giro di pochi chilometri… zero gradi. Mi esce spontaneo un “Casss…pita!” che appanna pure il parabrezza. Incredibile per la stagione, ma ormai è chiaro: sarà un’Eroica artica.
La partenza
Arrivo a Gaiole in Chianti con largo anticipo e, colpo di fortuna, trovo pure un buon parcheggio. Posso quindi mangiare qualcosa con calma e fare un giro nella zona di partenza, giusto per dare un’occhiata all’ambiente. Nel buio della notte stellata qualcosa comincia a muoversi, oltre ai denti che battono per il freddo, s’intende.
Meglio tornare alla macchina: è ora della vestizione. Strato su strato, come un palombaro d’altri tempi. Finita l’operazione, in sella alla mia bicicletta, torno alla partenza. Supero il controllo bici e abbigliamento, tutto regolare, e mi infilo nella griglia e sono pronto alla partenza. Sono le 04:40, mancano ancora venti minuti al via.
Siamo già in tanti, fiato che si condensa nell’aria e mani che cercano calore sotto le ascelle. E lì, in quell’attesa gelida e silenziosa, nasce la magia: si solidarizza con i vicini, sconosciuti fino a un attimo prima, ma legati da un’unica passione, dalla stessa eccitazione e, diciamocelo, dalla stessa sana follia.
Finalmente ci siamo. Nella notte toscana, un megafono gracchia l’attesa sequenza: “3… 2… 1… VIA!”
E così, nel buio ancora punteggiato di stelle, si parte. Davanti a me, una distesa di biciclette d’altri tempi che sembrano uscite da un museo: tubi in acciaio, leve al telaio, manubri avvolti nel nastro cerato e qualche scricchiolio che sa di storia. I polpacci, ancora un po’ intorpiditi dal gelo, spingono sui pedali, e da quel momento si solleva un sordo clangore di pedali d’epoca e di scarpe che non ne vogliono sapere di agganciarsi e chi non ha fatto un po’ di pratica in garage prima di partire… ora se ne pente amaramente.
Comunque ci si muove. Prima piano, con prudenza, tra luci tremolanti e scricchiolii d’ingranaggi antichi. Poi, man mano che il gruppo si sgrana, ognuno trova il proprio passo, il proprio respiro. E mentre il rumore delle ruote sullo sterrato si fa più regolare, mi attraversa un pensiero: È passato un anno da quella trasmissione televisiva che ha dato il via a tutto. E ora eccomi qui, nel cuore del Chianti, nel buio gelido di un’alba che ancora non si vede. L’avventura è cominciata. Ci sono riuscito. …Almeno a partire!
La prima salita e le difficoltà iniziali
Subito dopo la partenza, qualcosa non va. Il manubrio vibra, la bici sembra impazzita, non riesco a tenerla dritta. Penso subito al peggio: una foratura? un raggio rotto? E invece no. Mi accorgo che sono io a tremare. Le mani non rispondono, le braccia sembrano di legno e il freddo entra fin dentro le ossa. Cerco di controllare i movimenti, ma ogni buca sullo sterrato sembra una prova di equilibrio. Mi aggrappo a un pensiero: “Appena arriva la prima salita, mi scaldo un po’…” Già, peccato che la prima salita sia ancora a dieci chilometri da qui. Pazienza, dico tra i denti, tanto all’Eroica le salite arrivano, eccome se arrivano.
Finalmente si comincia a salire. Finalmente? Sì… ma non illudiamoci: qui è dura, dura veramente. La strada è sterrata, sconnessa, piena di buche, di un pericolosissimo ghiaino e tanta polvere, e i rapporti della mia vecchia bici, un 42/26 per chi sa cosa significa, sembrano fatti apposta per ricordarmi che sto eroicamente affrontando i miei limiti.
Pedalare al buio alle strade bianche
Ad ogni modo, pedalare al buio, in mezzo al nulla, è un’esperienza unica. Davanti e dietro a me, un serpentone di biciclette che proietta fasci di luce attraverso il polverone bianco sollevato dalla strada sterrata. Il rumore delle ruote sul ghiaino, il lieve scricchiolio dei telai, il respiro degli altri ciclisti: tutto insieme crea un’atmosfera che è difficile da descrivere, ma che rimarrà per sempre impressa nella mia memoria. È in quei momenti che capisci cos’è davvero questa “corsa”: fatica, silenzio e meraviglia fusi in un’unica emozione.
Andando avanti, gli imprevisti non mancano. Qualcuno fora e, imprecando in tutte le lingue del mondo, è costretto a fermarsi per sostituire la camera d’aria, aiutato dal volenteroso amico, chi ce l’ha, perché io, da solo, dovrei arrangiarmi. Altri, per un attimo, fingono una “sosta idraulica”: scendono dalla bici e fanno qualche tratto a piedi, giusto per respirare e valutare la pendenza senza rischiare cadute.
Alle primissime luci dell’alba, il paesaggio mi regala un piccolo brivido: le auto parcheggiate lungo la strada sono coperte da un velo bianco di ghiaccio, segno inequivocabile che il freddo, quello vero, non è solo una sensazione: è qui, tra polvere, sterrato e respiri che si condensano nell’aria.
Siena e il primo ristoro
Finalmente arriviamo alla splendida Siena, dove ci attende il primo controllo e il timbro, ma soprattutto, il primo ristoro. Entriamo in Piazza del Campo proprio mentre il sole sorge, e i raggi illuminano il Palazzo Pubblico e la sua Torre, esaltando lo scenario unico della piazza. Per un attimo, la fantasia corre: mi vedo protagonista del Palio, in groppa alla mia bicicletta, lanciato a tutta velocità verso l’arrivo, acclamato dalla folla in festa. Ma presto torno alla realtà: non c’è tempo per sognare. L’Eroica chiama, e bisogna ripartire.
I panorami delle Crete Senesi
Usciti da Siena, con il sole finalmente alto, il paesaggio si apre in tutto il suo splendore. Le Crete Senesi, avvolte da una leggera foschia mattutina, sembrano ancora più suggestive, con il loro ondulare continuo all’orizzonte, le delicate sfumature pastello e gli alti cipressi che tracciano le strade come sentinelle silenziose. Una scena così merita una breve sosta fotografica, giusto il tempo di catturare un ricordo prima di riprendere la strada.
Il percorso prosegue alternando lunghi tratti di sterrato a qualche breve tratto asfaltato, per poi tornare di nuovo allo sterrato, ecco perché si chiamano strade bianche. Pedalare sullo sterrato richiede massima concentrazione: non ci si può distrarre nemmeno un attimo, si deve scegliere con attenzione dove mettere la ruota. È decisamente più impegnativo che sull’asfalto: difficile in salita, ma forse ancora più insidioso in discesa, dove ogni buca o sasso può trasformarsi in una pericolosa trappola.
Si procede, alternando asfalto e sterrato, ancora asfalto, poi di nuovo sterrato… e così via. Lungo il percorso si formano piccoli gruppi, quasi sempre composti dalle stesse persone, e ognuno con il proprio sogno da rincorrere, il proprio respiro, la propria fatica. Tra loro, personaggi vestiti in modo improbabile, con biciclette di ogni tipo e epoca ma rigorosamente antecedenti al 1987, ognuno impegnato al massimo delle proprie possibilità. Tra una pedalata e l’altra ci scambiamo brevi sensazioni, incoraggiamenti e qualche battuta, piccoli momenti di complicità in una sfida lunga e intensa.
Montalcino e il richiamo della corsa
Arrivo a Montalcino, piccolo gioiello toscano, con le sue colline dolci, le mura antiche e i vigneti che si stendono a perdita d’occhio. È un luogo che meriterebbe una sosta lunga, una passeggiata tra le viuzze lastricate e una pausa per gustare un buon bicchiere di Brunello. Ma oggi non è il momento. La corsa chiama, il tempo stringe, e ogni minuto perso può pesare sulla riuscita dell’impresa. Così, mentre i miei occhi si riempiono di colori e panorami straordinari, devo accontentarmi di un rapido sguardo, ripromettendomi di tornare un giorno con calma, per assaporare davvero questi luoghi bellissimi.
Incontro con i “tifosi”
Poco prima del controllo, a Buonconvento, scorgo tra la folla l’amico Claudio, venuto a supportarmi insieme a sua moglie, e a Lucia, mia moglie, che mi sorride tra le transenne. Il cuore si riscalda. Vederli lì, con quell’entusiasmo contagioso, mi dà una forza inaspettata e un’iniezione di energia pura. L’abbraccio di mia moglie è un piccolo scudo contro la fatica, un segnale che posso farcela. Con i loro incoraggiamenti e un sorriso sulle labbra, mi ributto nella “corsa” più bella del mondo, promettendo mentalmente di rivederli al prossimo ristoro
Il Sante Marie e le salite eroiche
Alla ripartenza mi si para davanti il Sante Marie, salita leggendaria delle strade bianche. Pendenze oltre il 15%, su terreno sconnesso, dove i professionisti si dando battaglia alla ormai classica “Strade Bianche”. Noi invece, con i nostri rapporti eroici, arranchiamo con fatica disumana. Avanziamo a 2-3 km/h, col rischio costante di dover togliere il piede “ingabbiato” dal pedale per non cadere. E guai a mettere il piede a terra: rimontare diventerebbe quasi impossibile. Così, come quasi tutti gli altri, qualche tratto lo devo percorrere a piedi, mal comune, mezzo gaudio.
Con tanta pazienza e determinazione, anche il Sante Marie viene superato. Ma l’Eroica non si ferma: continuano le salite, seguite da pericolosissime discese sterrate, tratti di asfalto e di nuovo strade bianche. La sensazione è che non finisca mai.
Ultimi chilometri e piccoli imprevisti
Ormai è pomeriggio inoltrato ma ci siamo quasi e all’ultimo controllo mi accorgo di aver perso la tessera con tutti i timbri. Panico? Per fortuna no: mi mettono il timbro direttamente sul numero 5212 attaccato alla maglia.
Subito dopo, un nuovo problema: potrei non poter arrivare al prossimo controllo in tempo utile prima della chiusura del cancello. Mi consigliano di deviare leggermente fuori percorso per tornare a Gaiole in Chianti in tempo. Decisione difficile. Vorrei continuare: mancano solo una ventina di chilometri, ma sono quasi le 19:00 e sono in bici da oltre 14 ore. OK, va bene così, per oggi può bastare e non me ne devo vergognare.
Il traguardo e la gioia dell’impresa
Arrivo a Gaiole in Chianti alle 19:00. Stanchissimo, ma felice, passo sotto lo striscione dell’arrivo dopo 191 km (ho perso solo 16 km) e 3600 m di dislivello. Un piccolo, grande momento di gloria che riempie l’anima.
Bravo Sandro, mi ripeto mentalmente. Devi essere fiero di te. Un anno fa, quando questo progetto ha preso forma, sembrava difficile, forse impossibile. E invece… ce l’ho fatta. Grazie a Lucia, che mi ha spronato e supportato, e agli amici delle Terme, che mi hanno accompagnato nei lunghi allenamenti, ho vissuto una giornata indimenticabile, fatta di fatica, passione e pura gioia ciclistica.
Rientro in albergo e riflessioni finali
Con la fatica nelle gambe e una moltitudine di pensieri felici in testa, rientro in auto verso l’albergo. Durante il tragitto incontro ancora ciclisti con i fanalini accesi, che arrancano lentamente verso il traguardo, come lucciole smarrite in una notte d’estate.
Sono appena scoccate le 22:00, e mentre li osservo, mi rendo conto che l’Eroica non si esaurisce con un traguardo, ma continua a vivere in ogni pedalata, in ogni respiro affannoso e in ogni sorriso stanco che illumina la notte sulle strade bianche.
Ogni ciclista porta con sé la propria piccola storia di fatica e gioia, e in quel silenzioso serpentone di luci tremolanti, capisco che l’Eroica è passione condivisa, memoria eterna e un invito a non smettere mai di inseguire le proprie sfide.
Conclusione
Se qualcuno mi chiedesse se la rifarei, non so se saprei rispondere subito di sì. Ma una cosa è certa: consiglierei a ogni vero ciclista di provarla almeno una volta nella vita. Perché l’Eroica non è solo una gara, è un’avventura che ti rimane dentro, tra fatica, emozioni e panorami che non dimenticherai mai.
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SERATA PAELLA
Ristorante Passaparola a Tramonte
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