Ferragosto in sella: pedalate, ricordi e… sopressa a volontà
La Tradizione
Dopo il giro “spacca-gambe” di ieri sul Grappa, oggi il Gruppo Ciclistico LE TERME ha in programma qualcosa di più “soft”: la storica pedalata del 15 agosto nella piatta bassa padana.
La tradizione è sacra, e il merito va al mai dimenticato Facco Santino, che negli anni ha saputo trasformare il Ferragosto in un perfetto mix di ciclismo, amicizia, ricordi e… abbuffate. Oggi, il figlio Massimo e tutti noi lo abbiamo ricordato con affetto, come si ricorda un vecchio amico che sapeva sempre farci pedalare uniti nel sacro vicolo dell’amicizia con la gioia di suggellare tutto davanti ma una bella tavola imbandita.
La partenza
Ritrovo di una quarantina di amici ciclisti, compresi i decani del gruppo con le loro bici assistite, pronti a dimostrare che la velocità non conta… se la destinazione è il piacere di stare assieme. Percorso di circa 60 km, studiato per “perdere tempo” in attesa del vero clou della giornata: l’arrivo alle 10:30 nel giardino di Villa Rita (da Massimo), dove ci attendeva la festa.
Tappe d’obbligo e foto di rito
Come ogni anno, breve sosta al cimitero di Cà Oddo, dove riposano gli avi della famiglia Facco. Un momento di silenzio, con un paio di preghiere che il nostro “reverendo Roberto” deve aver ripassato, dal vecchio catechismo, nei giorni scorsi.
Poi via, velocità controllata dalle bici assistite, rimanendo sempre sotto ai 25 kmh per non infrangere il muro del suono che, oltrepassando quella velocità, comincerebbe a far suonare tutti i campanellini e le trombette di bordo.
Immancabili foto a Ponte Manco e al Castello di San Pelagio, giusto per dimostrare ai posteri che, sì, abbiamo anche pedalato.
L’arrivo: quando la festa inizia davvero
Ore 10:20, Villa Rita — alias la casa di campagna dell’amico Massimo. Ad accoglierci, un buffet da far tremare il dietologo ed alcuni chef stellati: sopressa nostrana, pancetta, coppa, mortadella, formaggi, sottaceti, sottoli, olive, dolci e anguria. Il tutto preparato dalla “Parona” di casa Maristella, con la supervisione attenta della “mamma” Gabriella, che controllava ogni piatto come un direttore di orchestra. Gradito rientro dello special guest “Fabio il maresciallo” con la sua perfetta organizzazione e grande disponibilità e il rientro in gruppo (per l’occasione) di Mauro Stecca ancora alle prese con il suo collare ma sempre disponibile in queste occasioni. Vino e birra scorrevano a fiumi… e diciamo pure che qualcuno ha “integrato i sali minerali” con generosità.
Conclusione: più che una pedalata, una scusa perfetta
Tra brindisi, battute e bocconi generosi, il tempo è volato. Come sempre, sono arrivati i ringraziamenti e la promessa di mantenere viva questa tradizione, anno dopo anno, con la stessa voglia di pedalare… e soprattutto di festeggiare la nostra Amicizia.
Perché, alla fine, la vera sfida di Ferragosto è resistere alla tentazione di fare il bis.
LE TERME – Missione Grappa: 14 pazzi, un forno e una montagna da scalare
Partenza all’alba
Abano Terme, ore 6:30. In un’ora in cui i comuni mortali stanno ancora combattendo con la sveglia, 10 elementi selezionati del Gruppo Ciclistico LE TERME si sono radunati come un commando segreto. Le ombre della notte hanno appena lasciato spazio ai raggi di sole, che oggi non promettono clemenza. Al telegiornale raccomandano agli anziani di uscire di casa solo se necessario e nelle ore più fresche. Ok, noi siamo usciti col fresco, ma difficilmente rientreremo prima della graticola. Temperatura prevista per il primo pomeriggio: 37°-39°, roba da cottura della porchetta a bassa temperatura.
L’obiettivo e il percorso
Obiettivo dei temerari: Monte Grappa. Percorso: oltre 170 km, con un’unica salita — la Strada Cadorna — lunga 27 km e con un dislivello positivo di 1.800 metri. Previste almeno 6/7 ore di sella rovente.
Per i ciclisti Euganei, salire il Grappa una volta all’anno è come timbrare il cartellino della fede: per i cattolici comunicarsi almeno a Pasqua, noi abbiamo il Grappa. L’unica differenza? L’ostia non ti fa venire i crampi.
Verso la salita
La carovana parte compatta per il lungo tratto in pianura, con qualche tentativo malriuscito di darsi cambi regolari. Dopo 45 km arriviamo a Cusinati, dove ci aspettano altri 4 componenti del nostro gruppo, decisi a concentrarsi solo sulla salita, che comincerà tra una quindicina di chilometri.
Il gruppo si spezza
Poi, appena la strada comincia a impennarsi, il gruppo si sgretola. Avrei voluto raccontare di come siamo saliti in compagnia, confortandoci a vicenda e descrivendo tentativi di scatto prontamente ricuciti… ed invece sono rimasto quasi subito invischiato nelle retrovie, rivedendo il gruppo solo dopo due ore di silenzi introspettivi e lente pedalate “slow motion”.
Siamo rimasti in quattro:
Io, il “Buon Pastore”, che dovrei invece essere in testa al gruppo.
Il nostro “Uomo di colore” (il Maron).
Lucio “Cuore Infranto”, con la sua bicicletta assistita che ci faceva l’andatura.
Mauro “l’Alpino”, che come spesso succede rimane volontariamente nelle retrovie per dare sostegno morale ai ritardatari.
L’impresa degli altri
E gli altri dieci eroi? Ciascuno con la propria missione: scalare il Grappa e sopravvivere fino al Sacrario senza mai mettere il piede sull’asfalto rovente.
Le borracce evaporano, il sudore diventa condensa atmosferica, e qualcuno inizia a sognare la birra fresca del rifugio e una fetta di strudel. Ma il Grappa è lì, con le sue curve cattive e le rampe che sembrano fatte per mettere alla prova la fede ciclistica di tutti.
L’arrivo in vetta
Finalmente, tra un sorso d’acqua calda e una bestemmia poetica, appare il Sacrario. I 14 temerari si ritrovano in cima: abbracci, foto e quel silenzio carico di rispetto che si prova solo davanti alla montagna.
Discesa e calura
Scendiamo verso Semonzo. La strada è bella, veloce e il panorama da quassù è spettacolare. Man mano che si scende, la temperatura sale fino a diventare preoccupantemente calda, con qualche folata da forno aperto. Fortunatamente, a Semonzo, l’incontro ravvicinato con una fresca fontana d’acqua ci permette di abbassare la temperatura corporea. Il “Garbato Carletto” tenta perfino un’immersione, ma è troppo basso per scavalcare il bordo della piscina.
Il rientro
Sono le 13:30 (forse l’ora più calda) e i nostri coetanei più “timorati di Dio” a quest’ora fanno una pennichella sul divano al fresco dell’aria condizionata, mentre noi, più “furbi”, siamo in bicicletta a 40 km da casa a 40° sotto il sole.
Rientriamo ad Abano, dove ci regaliamo un po’ di refrigerio con una bella birra fresca.
Conclusione
Il Grappa non perdona, ma nemmeno il Gruppo Ciclistico LE TERME: appuntamento al Grappa del prossimo anno, con la stessa follia, un anno in più e, speriamo… due gradi in meno.
Perché, diciamolo: il Grappa non si scala, si conquista. E ogni volta si lascia lassù un “pezzo ’e core”.
A causa di un inaspettato e improvviso sciopero della redazione, il resoconto della magnifica scalata alla Barricata non verrà pubblicato.
I nostri giornalisti, stremati quanto i ciclisti in cima all’altopiano di Marcesina, rivendicano il diritto allo sciopero per protestare contro la scarsità di commenti e like ai post precedenti.
Il servizio di oggi sarà quindi ridotto alle sole foto, per lasciare che siano solo le immagini a raccontare la fatica, la bellezza e… i tanti irripetibili commenti in salita.
Lo sciopero ad oltranza vuole sensibilizzare i lettori sull’importanza della condivisione, ricordando che tutto questo sudore (in strada e sulla tastiera) è offerto gratuitamente.
Comunicato stampa ufficiale La Redazione di GC Le Terme Blog, riunitasi in seduta straordinaria al “tavolo (imbandito) della trattativa“, dichiara:
“Da oggi lo sciopero sarà sospeso solo se vedremo un’ondata di “mi piace” 👍 e commenti 💬 (nello spazio dedicato in fondo a questa pagina) a partire da questo post. Non si tratta solo di raccontare pedalate, ma di costruire insieme una comunità viva e partecipativa. Chi ci legge… ci dia una spinta a continuare!”
Firmato: La Redazione & il Comitato di Lotta “Catene silenziose” 🚴♂️✊
Alla ricerca di Nessie dei Mocheni, di draghi volanti tra castelli e valli incantate.
Nel cuore pulsante della Valsugana, tra ombre fitte di boschi antichi e il luccichio misterioso di acque gelide e profonde, un manipolo di temerari ricercatori scientifici e ciclisti del gruppo LE TERME, armati di borracce, curiosità e catene oliate, si è lanciato in un’avventura a metà tra la scienza e la leggenda.
Obiettivo: svelare i segreti del Regno dei Sette Laghi e, perché no, incontrare la famigerata Nessie dei Mocheni, la parente sconosciuta del mostro di Loch Ness, che secondo voci ben poco attendibili (ma decisamente affascinanti) vivrebbe rintanata da secoli nei fondali del Lago di Madrano o in qualche anfratto del Lago di Canzolino ed inoltre sfatare il mito che vorrebbe essere Vetriolo Terme il nido dei draghi che per secoli hanno imperversato nella valle portando paura, distruzione e morte.
Capeggiati dall’intramontabile Prof. Flavio Salmistraro, archeo-ciclista, noto per aver rinvenuto nei Colli Berici una misteriosa grotta con tracce dei “Homo Cyclos Sapiens” (vedi qui la pubblicazione scientifica), i nostri 18 eroi sono partiti da Levico.
La prima missione era quella di scalare la lunga salita (12km) che porta a Vetriolo Terme 1450m s.l.m.. Ma Vetriolo non è solo salita, fatica e silenzi montani. No. Qui, tra le nebbie che si attorcigliano agli abeti e le rocce bagnate dal tempo, aleggia un’antica leggenda e noi siamo qui per svelarla.
Erika, probabilmente nome di fantasia dato da Dr. Valter Dal Furgon a una guida cicloturistica locale incontrata casualmente lungo la salita, ma conosciuta già l’anno scorso negli stessi luoghi, ci narra che, in epoche remote, feroci draghi infestassero la Valsugana, seminando fuoco e paura nei borghi sottostanti. Creature immense, dalle squame bronzee e le ali come vele di tempesta.
Secondo i racconti tramandati dagli anziani mocheni, prosegue Erika, questi draghi non si limitavano a bruciare castelli come quello di Ivano nella Valsugana o il Castel Selva proprio qui sopra Levico, di cui di entrambi rimangono soli i ruderi, erano molto più raffinati. Per mantenere vive le loro fiamme interiori, salivano fin quassù, a Vetriolo, per abbeverarsi alle sorgenti solfureo-ferruginose.
L’acqua ricca di ferro era, per loro, come per noi l’alcol etilico. Più ne bevevano, più sputavano fuoco.
Alcuni dicono che i draghi se ne siano andati. Altri, più attenti, giurano che nelle notti d’estate, se ascolti bene il vento tra gli alberi, puoi sentire ancora un ruggito lontano e un sibilo di fiamma…
Alcuni giovani salgono tutt’oggi a Vetriolo per imitare le mitologiche creature, abbeverandosi alla vicina birreria artigianale e lanciandosi dalla montagna, volteggiando nel cielo della Valsugana con ali colorate sospinte dal vento.
Castel Selva a Levico con drago originale e parapendio.
L’arrivo a Vetriolo
Dopo la lunga e faticosa pedalata in salita verso Vetriolo ci aspetta ora una altrettanto lunga discesa in direzione di Pergine Valsugana. La strada è quasi completamente all’interno di un fitto bosco da cui all’improvviso escono tre caprioli, probabilmente discendenti del Grande Cervo, leggendaria creatura dalle grandi corna di cui si raccontano antiche storie. I tre ungulati attraversano improvvisamente la strada mettendo in apprensione e grave pericolo gli scienziati ciclisti che stavano scendendo ad alta velocità.
Il Castello di Pergine
La sentinella della Valsugana e dei passi alpini
Scesi a valle i nostri intrepidi esploratori ammirano una costruzione austera e affascinante: il Castello di Pergine, in località Fontana. Maestoso e solitario, il maniero domina la valle da secoli come una vecchia e stanca sentinella.
Il castello era posto lungo la Via Claudia Augusta Altinate, antica strada romana che collegava Altino (VE) con Augsburg (DE) passando per Trento e la Valsugana. Funzionava come presidio militare fortificato, con avamposti, soldati, magazzini. Permetteva di controllare merci, pedaggi e spostamenti militari in entrambi i sensi. Un punto chiave per chiunque volesse passare da nord a sud delle Alpi.
Le sue mura millenarie custodiscono echi di epoche romane, scontri medievali, vescovi trentini e nobili tirolesi in lotta per il potere. Ma più di tutto, sussurrano la leggenda di una grande sala segreta, mai ritrovata, dove si dice fosse custodito il vero Trono di Spade. Pare che la fortunata saga televisiva sia nata proprio qui, tra pietre antiche e un vecchio manoscritto trovato sotto una botte di Nosiola: un vino bianco aromatizzato da cui si ricava il pregiato Vino Santo, tipico della Valle dei Laghi.
Pare inoltre che dalle fondamenta del castello partano tunnel sotterranei che portano chissà dove. Qualcuno dice addirittura fino ai laghi, ipotesi che ha fatto brillare gli occhi al Prof. Salmistraro, il quale da sempre sostiene che i sette laghi siano collegati tra loro da profondi ed inesplorati fiumi sotterranei.
La Valle dei Mòcheni
Nel silenzio sospeso della Valle dei Mocheni, dove anche l’eco parla una lingua antica e misteriosa, ecco un cartello: Guat kemmen. Benvenuti nella Valle incantata indica il cartello.
Ma che lingua è, e soprattutto chi sono i Mocheni? Ecco le risposte dell’esimio Prof. Salmitraro: I Mocheni sono una minoranza linguistica germanofona che vive in questa valle trentina, chiamata appunto Valle dei Mocheni, o Valle del Fersina. Si stima che la comunità mochena conti circa 1.600-2.000 persone. Sono molto attivi nel mantenere viva la lingua e la cultura: scuole bilingue, segnaletica stradale in doppia lingua, teatro, folklore, e musei etnografici.
Sono i discendenti di coloni tedeschi e bavaresi che si stabilirono lì nel XIII secolo, chiamati dal principato vescovile di Trento per coltivare e sfruttare le miniere di rame e pirite. Nel tempo si sono isolati geograficamente e culturalmente, sviluppando una lingua unica e mantenendo usanze proprie, diverse sia dal mondo trentino che da quello tirolese.
I Mocheni abitano in quattro comuni principali: Frassilongo (Garait), Palù del Fersina (Palai en Bersntol), Roveda (Oachlait), Fierozzo (Vlarotz), …e comunque se vi perdete su queste strade basta leggere i tanti cartelli:
La loro lingua si chiama Mocheno, o Bersntoler sproch, ed è un idioma germanico arcaico, di base bavarese, molto simile al tirolese medievale. Non è un dialetto tedesco moderno, ma un vero e proprio relitto linguistico conservato nei secoli, con elementi grammaticali e fonetici antichi che oggi non esistono nemmeno più in Germania. È una lingua riconosciuta ufficialmente in Italia come minoranza linguistica storica tutelata (Legge 482/1999).
Durante la nostra lunga salita nella Valle dei Mocheni il torrente Fersina ci ha accompagnato per tutto il percorso alimentato da rigogliose cascatelle d’aqua che scendevano dalla montagna.
L’incontro con un esemplare mocheno è stato velocissimo tanto che non siamo riusciti a fotografarlo. Una ragazzina, probabilmente sui 13/14 anni, dal visino buffo, tra il folletto e un troll con il casco in testa, guance rosee, orecchie a sventola un nasino a patata, scendeva a grande velocità in bicicletta. Al nostro saluto ha risposto “Griaßt enk!” (vi saluto) con voce squillante e soprattutto con sorriso contagioso a cui non siamo più abituati.
Passo Redebus
I faticosissimi 17 km di salita hanno avuto termine assime alle nostre sofferenze proprio sotto il cartello del Passo a quota 1455m s.l.m., devastato dai soliti stupidi e imbrattanti adesivi. La nostra equipe di ciclisti ricercatori non poteva certo esimersi da documentare il passaggio.
I sette laghi
Non ci resta che scendere verso Bedollo ed entrare nel vivo della nostra ricerca: trovare un collegamento tra i sette laghi e dare una risposta alle tante voci che vedono come protagonista la misteriosa figura di Nessie dei Mocheni, la gemella meno conosciuta mostro di Loch Ness. Voci che se confermate darebbero nuova popolarità al Prof. Salmistraro e al suo gruppo di ricerca e nuovo slancio al turismo locale.
Ma procediamo con ordine. Il primo lago incontrato è il Lago di Piazze (che chiameremo, per comodità, lago n. 1), con la sua spiaggia verde e i tanti vacanzieri intenti a godere della tranquillità e del color cobalto scuro delle sue acque. Lo sguardo dei ricercatori solca l’orizzonte alla ricerca di mitologiche presenze… anche se qualcuno si lascia distrarre da forme femminili distese a prendere il sole, dimenticando per un istante l’importanza della nostra missione.
Secondo il celebre esperto glaciologo, il Dr. Antonio Della Croce, appena rientrato da un impegnativo viaggio scientifico sulle colline dello Champagne, in Francia, questi laghi hanno origine glaciale e, cosa ancora più intrigante, sarebbero collegati tra loro da gallerie sotterranee naturali, vere e proprie autostrade subacquee per creature sconosciute e, forse… preistoriche.
Non avendo con noi le attrezzature per entrare nelle gallerie sommerse proseguiamo in superficie con le nostre biciclette fino ad arrivare al Lago di Serraia a Baselga di Pinè (che chiameremo lago nr. 2). Anche qui non vengono trovate evidenze della presenza di Nessie dei Mocheni. Il gruppo scientifico viene riconosciuto dai passenti ed è costretto controvoglia a posare per una foto ricordo.
Riprendiamo il nostro cammino scendendo per qualche chilometro dall’altopiano di Pinè fino ad arrivare al Lago di Canzolino (Lago nr. 3) dove un bagnate ignaro del pericolo sta facendo il bagno con il suo cagnolino. Se Nessie fosse nei paraggi potrebbe fare dei due sprovveduti un sol boccone.
Manca all’appello il lago n. 4. Il Lago di Madrano, si trova spostato rispetto alla strada principale, nascosto alla vista da una fitta vegetazione. Percorriamo in piccolo viottolo sterrato per qualche centinaio di metri. Il nostro uomo di colore esperto di campo, il Dr. Paolo Maron, appena rientrato appositamente per la spedizione da un impegnativo viaggio di ricerca durato oltre un mese… nelle cantine del Castelbrando a Cison di Valmarino, ci conferma che l’ambiente di questo piccolo laghetto, soprattutto se collegato in profondità agli altri laghi, potrebbe essere ideale per la sopravvivenza della mitologica creatura.
Tutti scrutano a lungo, con estrema attenzione, la superficie dell’acqua nel tentativo di individuarne la presenza… ma è bastato un solo attimo di distrazione: la bestia è apparsa mentre nessuno se n’è accorto!
Nessie dei Mocheni esiste davvero!!
Per fortuna la fototrappola ha funzionato… e possiamo finalmente mostrarvi la prova dell’esistenza della mitica creatura.
Con il cuore a mille per la grande scoperta che potrebbe sconvolgere il mondo scientifico, ripartiamo in direzione del lago n. 5. Il Lago di Costa è poco più di una pozza d’acqua, quasi invisibile nel verde della natura, il classico punto dove si abbeverano i cavalli, non quelli alati, che (ufficialmente) non sono mai esistiti, ma quelli veri, a quattro zampe, che, come spesso accade, godono di una corsia preferenziale… soprattutto per il nostro amico Valter Dal Furgon, sempre pronto a relazionarsi con il mondo animale.
Siamo ormai vicini alla meta. Attraversiamo il centro di Pergine Valsugana e risaliamo la provinciale 228 in direzione di Ischia (non l’isola campana) ma un piccolo borgo sulla montagna che divide i due laghi di Levico e Caldonazzo. Uno strappetto al 16-18% sorprende i nostri ricercatori, che non demordono e lo superano con il sorriso sulle labbra. Per essere onesti era più una smorfia a denti stretti per la fatica. E tutti cercano con lo sguardo truce il Prof. Salmistraro in fondo alla fila autore dell’arduo percorso.
Lo sforzo è ben presto ripagato: davanti a noi si apre la vista dall’alto del lago n. 6, il maestoso Lago di Caldonazzo, il più grande dei sette. Si estende sotto di noi come uno specchio verde smeraldo, punteggiato da una moltitudine di barche e barchette che lo solcano, lasciando dietro di sé lunghe scie bianche.
Una bella discesa ci porta a Levico, e sull’altro versante della montagna ci attende l’omonimo lago: l’ultimo, il n. 7, della nostra lista. Il Lago di Levico.
Pieni di soddisfazione per la giornata, tra ricerche audaci e imprese sportive, ci rimettiamo in posa per un’ultima foto, scattata da un passante che si è gentilmente offerto (senza sapere il peso dell’onore che si stava assumendo).
Quello scatto, immortalando i protagonisti della clamorosa scoperta, finirà senz’altro su tutte le copertine delle più prestigiose riviste scientifiche.
Rientrati al parcheggio, dove il furgone “LE TERME” e le macchine ci avevano pazientemente atteso fin dal mattino, l’équipe di ricercatori si è riunita attorno a un tavolo per abbozzare il comunicato ufficiale da diramare alla comunità scientifica internazionale, annunciando la clamorosa scoperta.
Per trovare le parole più adatte, è venuto in loro soccorso un fustino di buona birra, due prosecchi, un’anguria, un melone, trentasei panini ripieni di sopressa, mortadella, olive, una valanga di noccioline americane, una crostata di frutta e, per chiudere con dignità, un ottimo caffè.
Al termine del banchetto, tra un ruttino trattenuto e il bicchierino della staffa, il testo e le foto originali di Nessie dei Mocheni sono rimasti sul tavolo, travolti da briciole, macchie di vino e risate.
E così… sono andati perduti per sempre.
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SERATA PAELLA
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