IL POETA E’ TORNATO

Mi avete chiesto in molti: “Flavio, perché non scrivi più? Dove sono finiti i fantastici resoconti delle nostre interminabili pedalate?”

A tutti ho risposto con onestà. Per scrivere serve entusiasmo, servono motivazioni e, soprattutto, serve quel sorriso che trasforma una pedalata in una storia. Anche a causa di una sempre più scarsa condizione fisica, le mie uscite si erano trasformate più in sofferenza che divertimento; la musa che mi accompagnava è svanita, portando con sé anche il sorriso.

Si era inoltre insinuato in me il sospetto che alcuni dei miei lettori pensassero che i miei racconti fossero opera dell’intelligenza artificiale e non solo della mia fervida immaginazione. Questo pensiero, lo confesso, mi ha fatto perdere fiducia ed entusiasmo per un po’.

Ma lasciatemi dire una cosa: i miei fantasiosi resoconti hanno anticipato di qualche anno l’avvento dell’IA. E ora che il tempo è passato, vedo che nessuno, con o senza algoritmi, ha saputo prendere il mio posto. L’intelligenza artificiale può imitare uno stile, ma non può provare l’empatia che ci lega in sella. Quindi, eccomi qui. Sono tornato, perché la realtà vissuta dal Gruppo LE TERME è troppo vibrante per essere lasciata a un processore.

E ora sono di nuovo qui, davanti alla tastiera, nel cuore della notte, pronto a dare voce alle gesta di questo manipolo di datati (ma mai domi!) ciclisti in cerca di gloria. Perché se è vero che le gambe a volte protestano, la voglia di raccontare la nostra amicizia su due ruote è tornata a spingere sui pedali più forte di prima.

Ho trascorso questa lunga pausa immerso nello studio. Ricordate la spedizione dell’anno scorso nel Regno dei Sette Laghi? Ricordate quando, tra una salita a Vetriolo e un incontro ravvicinato con i discendenti dei draghi nella Valsugana, riuscimmo a documentare l’esistenza di Nessie dei Mòcheni? Quella scoperta, e la sua successiva pubblicazione nelle autorevoli riviste scientifiche più titolate, ha segnato un punto di non ritorno per me e per la nostra equipe di scienziati-ciclisti.

Non potevo fermarmi lì. Mi sono immerso nello studio comparato delle creature lacustri e le tracce mi hanno portato inevitabilmente verso le acque profonde e misteriose del grande Lago di Garda. Se Nessie dei Mòcheni era la “parente sconosciuta” di Nessie di Loch Ness, qui ci troviamo di fronte al re dei segreti sommersi: Bennie.

Bennie, o meglio il Benacosaurus Lacustris, è una leggendaria creatura spesso definita il ‘mostro buono’ del Garda, descritta come un enorme serpentone lungo dai 15 ai 20 metri. Avvistato sin dal Medioevo, con numerose segnalazioni moderne a partire dal 1965, si dice viva negli abissi vicino a Torri del Benaco. La sua figura attira curiosi e appassionati di criptozoologia, alimentando il fascino misterioso delle acque del Benaco (antico nome del Lago di Garda).

La spedizione ciclo-scientifica

La nostra spedizione ha avuto inizio molto prima che i primi timidi raggi di sole prendessero il posto delle tenebre. La carovana di ricercatori-ciclisti, guidata dal Prof. Salmistraro, era composta da 20 temerari che, carichi di entusiasmo, speranze e una scorta strategica di barrette e gel energetici, avevano allestito il campo base nei pressi di Gardaland, il celebre parco divertimenti sulle rive del lago.

Siamo partiti in direzione di Sirmione e Desenzano, pedalando in formazione compatta. La disciplina scientifica imponeva una concentrazione massima: un occhio vigile all’asfalto e l’altro costantemente rivolto a scrutare le limpide acque del lago, che tenevamo rigorosamente alla nostra destra. Ogni increspatura, ogni ombra sotto la superficie, poteva essere il segnale che Bennie era lì, a pochi metri da noi, intento a osservare quel manipolo di scienziati in bicicletta.

Sempre seguendo le sponde del lago arriviamo a Manerba e a San Felice dove ci scattiamo la tradizionale foto che registra il nostro annuale passaggio e pedalando in discesa scendiamo a Salò ricordando la rovinosa caduta del Prof. De Col di qualche anno fa.

L’Ottava Meraviglia e l’Occhio del Cacciatore

Ma il Prof. Salmistraro sa bene che per scovare una creatura di 20 metri non basta guardare dall’alto di un muretto a bordo lago. Serve prospettiva. Serve quota. Serve l’Ottava Meraviglia del Mondo.

Per questo, la nostra carovana ha imboccato la leggendaria Strada della Forra. Inaugurata nel 1913 e progettata dal geologo Arturo Cozzaglio, questa via è un capolavoro ingegneristico che si snoda nella gola scavata dal torrente Brasa. Tra gallerie scavate nella roccia viva, tornanti a strapiombo e improvvisi squarci di luce che illuminano il turchese del lago sottostante, i nostri ricercatori-ciclisti hanno faticato non poco (pendenze costanti, ma il fiato mancava più per lo stupore che per lo sforzo).



Nonostante l’impegno scientifico profuso, non sono mancati i momenti di altissima tensione all’interno della spedizione. Quando il Prof. Salmistraro ha annunciato ufficialmente la scalata, tra i 20 ricercatori è calato un gelo improvviso, più gelido delle acque abissali del Benaco.

Qualcuno, i cui nervi erano già tesi per la stanchezza ha iniziato a mormorare, interpretando il nome “Forra” come un nefasto e ineluttabile presagio.

“La Forra? Ma sio fora? Siete impazziti? Se si chiama Strada della Forra vorrà pur dire che si fora!” ha urlato un assistende in preda al panico, scrutando con terrore i propri copertoncini. C’è voluto tutto il carisma del Prof. Salmistraro per convincere i più scaramantici e superata la crisi mistico-meccanica, i nostri eroi hanno ripreso la via, toccando ferro a ogni metro di asfalto (quando l’asfalto c’era).

Mentre pedalavamo nel ventre della montagna, l’eco delle nostre catene rimbalzava contro le pareti di roccia, quasi a voler risvegliare il Benacosaurus dai suoi abissi. Winston Churchill la chiamò l’ottava meraviglia del mondo; James Bond (007) ci ha girato inseguimenti mozzafiato; noi del Team LE TERME, non da meno, l’abbiamo usata come torretta di avvistamento privilegiata sul grande lago.

Ringraziamo il Dr. Urban per le scrupolosa documentazione cine-fotografica che mostra i nostri intrepidi ciclo-ricercatori nella impervia scalata della Forra.

L’Apparizione e l’Ira del Benaco

Dalla terrazza di Tremosine, sospesa a 423 metri di altezza, lo sguardo del Prof. Salmistraro ha solcato con precisione chirurgica la superficie increspata del lago verso Torri del Benaco. All’improvviso, un movimento: era solo un’onda anomala o Bennie che si stava palesando ai nostri occhi increduli?

Proprio nel momento in cui è sembrato che la fantomatica creatura stesse per sbucare dalle acque, un terrificante e sinistro rumore ha echeggiato tra le pareti della Forra. Un suono sordo, ancestrale, che molti di noi hanno scambiato per il verso della bestia emersa dagli abissi.

Ma la natura è gelosa dei suoi segreti. Quel brontolio misterioso è stato subito doppiato da un minaccioso ed inaspettato tuono proveniente direttamente dalla montagna. Volgendo lo sguardo verso l’alto, abbiamo scoperto che il cielo si era improvvisamente rabbuiato, chiudendosi sopra di noi come un sipario di piombo. Il temporale era imminente, e il messaggio del Garda era chiaro: per oggi, il mistero di Bennie doveva rimanere tale.

La Fuga da Tremosine: Mantelline e rapporti disumani

I nostri ricercatori, temprati da mille battaglie contro il vento e la salita, non si sono fatti prendere dal panico. Al primo scroscio, hanno indossato le inseparabili mantelline e hanno affrontato, sprezzanti del pericolo, l’acquazzone improvviso. Tutti, tranne la Dr.ssa Bernardi e il Dr. Gambarato, che, con una leggerezza poco scientifica, erano sprovvisti dell’attrezzatura considerata il minimo indispensabile per ogni ricercatore-ciclista in escursioni d’alta quota.

Ma la natura, come detto, protegge i suoi segreti con artigli affilati. La discesa verso Limone del Garda ha riservato un ulteriore, drammatico colpo di scena: il cambio della Dr.ssa Bernardi ha deciso di arrendersi definitivamente. Nemmeno le sapienti mani del nostro uno di colore il Dr. Maron, luminare di meccanica applicata alla bicicletta, hanno potuto risolvere il problema. Risultato? Per i successivi 80 km la nostra eroina è stata costretta a spingere un rapporto disumano, una sfida che avrebbe fatto tremare i polpacci anche al più preparato degli atleti.

Forse è stato un sabotaggio magnetico del Benacosaurus, o forse solo la dura legge della strada, ma una cosa è certa: la missione per svelare il mistero di Bennie si è conclusa con un’ultima, estenuante prova di resistenza. Il segreto del mostro è salvo… per ora.

Scesi a Limone, abbiamo trovato riparo in un bar, dove abbiamo dato prova di un inesauribile senso di inadeguatezza. Sotto gli occhi ilari di camerieri e clienti, abbiamo ordinato consumazioni a caso: tè caldi con improbabili bustine di gusti esotici, caffè americani accompagnati da birre fresche, macchiatoni, brioches, toast, piadine e strudel a profusione.

Il Prof. Salmistraro, sconvolto da tanta approssimazione e dal caos gastronomico-esistenziale del bar, ha approfittato di un momento di tregua meteo per porre fine alla farsa. “Tutti in sella! Si riparte senza indugi!” è stato l’ordine perentorio.

Ma la carovana scientifica somigliava ormai più a una scolaresca in gita che a un’equipe di ricerca. Manca all’appello l’esimio Prof. Scopino, ritiratosi in bagno per un consulto d’urgenza con lo sciacquone; appena rientrato lui, scompare il Dr. Troisi, colto da improvvisa cecità scientifica perché non trova più gli occhiali.

Tra urla, ricerche di accessori smarriti e incertezze, il gruppo ha finalmente ripreso la via. Bennie, nel profondo del Benaco, avrà sicuramente tirato un sospiro di sollievo vedendo allontanarsi quel manipolo di geniali pasticcioni.

Superata la crisi degli occhiali e dei consulti in bagno, la spedizione ha ripreso vigore. Abbiamo oltrepassato il confine tra Lombardia e Trentino-Alto Adige come una legione romana in ritirata, ma con il morale a mille.

Attraversata Riva del Garda, è accaduto l’impossibile: il vento in poppa. Un evento rarissimo sul lato orientale del Garda, quasi come l’avvistamento di un Benacosaurus. Spinti da questa forza invisibile, abbiamo sorvolato Torbole e la località Tempesta (un nome, un presagio che oggi si è mantenuto fin troppo fedele). Con il vento che soffiava nelle schiene stanche e la pioggia ormai alle spalle, ci siamo lanciati a folle velocità (… si fa per dire!!) verso Malcesine, pronti a chiudere questo incredibile anello del Benaco.

Proprio quando tutto sembrava perduto tra caffè americani e occhiali smarriti, il cielo ha deciso di fare pace con noi. In pochi chilometri, l’azzurro è tornato a dominare e il sole ha iniziato ad asciugare le divise dei nostri miserabili, ma indomiti, ricercatori.

Il lago scorreva veloce, sempre alla nostra destra, sfoggiando con vanità le sue migliori sfumature di verde e azzurro, quasi a voler farsi perdonare per lo spavento di poco prima. In questo scenario da cartolina, il silenzio del gruppo era rotto solo dal fruscio delle catene.

Ma mentre gli altri si godevano il tepore, l’occhio attento del Prof. Salmistraro non concedeva tregua: ogni singola onda, ogni minimo riflesso, veniva passato al setaccio. Come il Capitano Achab cercava incessantemente Moby Dick, la sua balena bianca, così il Professore scrutava gli abissi del Benaco alla ricerca della sua ossessione. Bennie era lì, da qualche parte, protetto dalla bellezza accecante della giornata, conscio che la sua leggenda era al sicuro nel diario di bordo di un manipolo di ciclisti in cerca di gloria.

Giunti a Cassone abbiamo incrociato il fiume Aril, Con i suoi 175 metri di lunghezza, è ufficialmente il fiume più corto del mondo.
Il Prof. Della Croce, esimio accademico geo archeologo ci conferma l’origine glaciale del Lago del Benaco ma non riesce a spiegarsi come un fiume di così piccolo portata possa dare vita al lago più grande d’Italia. Ma è stato proprio sul ponte dell’Aril che il tempo è sembrato fermarsi. Per un istante infinito, abbiamo avuto la sensazione di trovarci faccia a faccia con il Benacosaurus Lacustris. Bennie era lì, a pochi metri da noi, maestosa e fiera, intenta ad abbeverarsi alle acque fresche e purissime che scaturiscono direttamente dal Monte Baldo.

Per un momento si è mostrata in tutta la sua gloria, quasi si fosse messa in posa per la Storia. I nostri ricercatori, colti da un fremito, hanno scattato foto a raffica, con la foga di chi sa di avere il mondo intero come spettatore. Ma la natura sa come difendere i propri segreti: una volta tornati al campo base, abbiamo scoperto che le immagini erano tutte bruciate, sfuocate, invisibili. Tutte… tranne questa.

L’ultimo chilometro: Il trionfo della volontà

Ormai ci siamo. Dopo 160 chilometri siamo quasi arrivati al nostro campo base, ma quell’ultima manciata di metri sembra infinita, specialmente per chi ha dovuto lottare contro la sorte.

Il pensiero va al Dr. Gambarato, reduce da una rovinosa caduta che lo ha visto, per un istante terribile, bussare quasi alla porta di San Pietro. Nonostante lo spavento e una preparazione atletica definibile come “precaria” (per usare un eufemismo accademico), il Dr. Gambarato ha stretto i denti. Ha sofferto in silenzio, metro dopo metro, dimostrando che la curiosità scientifica e lo spirito di squadra (o forse la promessa della meritata birra) sono più forti di qualsiasi dolore muscolare o sfortuna meccanica.

Vederlo arrivare alla meta è stato il vero successo della giornata, forse più importante del presunto avvistamento di Bennie. Perché se il mostro è leggenda, la fatica dei nostri ricercatori è la più pura delle realtà.

Il Terzo Tempo: La vera scoperta scientifica

Non ci resta che festeggiare un’altra epica impresa del gruppo LE TERME che, come sempre, primeggia nel saper concludere una giornata memorabile con un “terzo tempo” sempre più appagante. Bennie o non Bennie, il divertimento è stato il vero protagonista.

Il periplo del Lago di Garda, pur se trafficato e insidioso, regala scorci magnifici, ma la ciliegina sulla torta è stata senza dubbio la scalata della Strada della Forra, con la sua gola unica e impareggiabile, scavata nella roccia da millenni di instancabile scorrere dell’acqua.

La coesione e l’empatia tra tutti i venti “ricercatori d’amicizia” hanno fatto il resto. L’appetito, come prevedibile, non è mancato; i brindisi si sono susseguiti senza sosta e la consapevolezza di far parte di un gruppo straordinario ci pervade tutti. Alla fine, poco importa se Bennie resterà un mistero: la nostra missione è compiuta.


“Ecco, il Poeta è tornato. E se veramente siete arrivati a leggermi fino alla fine, mettete un ‘like’ o scrivetemi le vostre impressioni nei commenti. Il vostro calore e il vostro contributo saranno il carburante migliore per spingermi a continuare questa narrazione.
Alla prossima impresa!”


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2 thoughts on “IL POETA E’ TORNATO”

  1. Finalmente dopo una lunga gestazione il nostro poeta a partorito un racconto di una giornata faticosa bagnata ma fantastica, grazie ‍♂️

  2. Se questo primo racconto , dopo la lunga pausa meditativa , è semplicemente meraviglioso , non oso immaginare come saranno i prossimi , favoriti ,spero, dai numerosi commenti e apprezzamenti. Questi racconti mi stimolano a partecipare con sempre maggiore entusiasmo alle gite ciclistiche organizzate da questo meraviglioso gruppo e dal suo presidente.
    Marco Molini

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