Nel nostro gruppo c’è chi pedala per allenarsi, chi per smaltire la cena della sera prima, chi solo per stare lontano un paio d’ore dalla famiglia, e chi, come noi oggi, per viaggiare nel tempo.
Sì, signori, avete letto bene: il Giro delle Città Murate è diventato una deliziosa anomalia spazio-temporale. Altro che DeLorean (ricordate la macchina di Ritorno al Futuro?): a noi bastano le due ruote, una borraccia (acqua?) e una buona dose di “immaginazione” per catapultarci nel passato, tra colli misteriosi, dimore signorili, antiche Abbazie dai mille segreti e pianure contadine che sanno di leggenda.




A spasso nel Tempo
Partiamo, come sempre, con spirito allegro, convinti di fare “solo” una cicloturistica, ma dopo poche pedalate ci rendiamo conto di qualcosa di diverso. Strano oggi niente macchine, niente motorini e nemmeno E-Bike.
Le persone che incontriamo sono tutte a piedi o al massimo su rudimentali carri trainati da cavalli stanchi o buoi lentissimi. Indossano tuniche tenute chiuse in vita da cinte di cuoio, portano semplici sandali ai piedi. Ben presto ci rendiamo conto di essere noi fuori posto con le nostre tutine attillate ma soprattutto sembrano sorprendere le nostre cavalcature a due ruote. Una donna sulla cinquantina a bordo strada si è fatta il segno della croce. Qualche bambino scalzo ci rincorre festoso. “Messeri! Messeri! Avete da darci un skeo? Un fiorino… (visto che non capivamo)? Un toco de pan?”
Quasi impaurito gli lancio, e sperando che piaccia, uno dei miei “gel“
Arriviamo a Monteortone e vediamo il Santuario della Madonna della Salute. E’ incredibilmente bello ed imponente, sembra nuovo, appena costruito e dal grande portone spalancato escono eco solenni di canti gregoriani oltre a un forte odore d’incenso.
Ci guardiamo attorno e ci chiediamo:
“Da quanto tempo è lì quella meraviglia?”
Risposta: da sempre. Ma a me ieri sembrava più vecchio e rovinato o forse ero sempre troppo impegnato a guardare il Garmin.
Un frate passa accanto a noi, testa bassa sotto il cappuccio, passo veloce da uomo che ha cose più importanti da fare che lavarsi (emanava un acre odore di sudore stagionato). Mi faccio coraggio:
“Scusi, Padre… ma… in che anno siamo?”
Il frate si ferma un attimo. Ci guarda. Sorride appena, come si fa con gli idioti.
E risponde:
“Ma come in che anno siamo.. è l’anno del Signore 1428“
Credo di aver rischiato di cadere dalla bicicletta per lo stupore.

A casa del Vescovo
Proseguiamo il nostro cammino verso Luvigliano senza proferir parola con la speranza che l’incubo finisse e che superata Quota101 anche il calendario tornasse al suo posto. Ma presto ci rendiamo conto che anche Villa Vescovi, la più importante casa del rinascimento prepalladiano, che conosciamo tutti molto bene, sembra più bella del solito. Anche qui incontriamo qualche viandante in “costume d’epoca”, ma non abbiamo il coraggio di chiedere in che anno siamo. E bastato guardare attentamente il Garmin che ora ha aggiornato la data “17 Luglio 1542”



Sembra evidente che per qualche strano ed incomprensibile motivo saltiamo da un anno all’altro, anzi da un secolo all’altro, proprio nel momento in cui ci avvicianiamo a una struttura o un monumento antico.
Nota della scivente:
Ora… capisco se non mi credete. Ci mancherebbe.
Anzi, se a questo punto avete deciso di chiudere il browser o tornare a guardare le previsioni meteo per la prossima uscita, non vi biasimo.
Ma io continuerò a scrivere questo racconto, per i più curiosi…
…e soprattutto per il mio analista.
Villa Barbarigo a Valsanzibio
Superiamo il piccolo villaggio di Torreglia e scolliniamo salendo un sentiero con un paio di tornantini in mezzo al bosco. C’era un cartello con scritto “Attenti ae Bisse”. Mah!. Scendiamo velocemente verso un altro piccolo villaggio composto da non più di una decina di semplici casette: Galzignano. Proseguiamo verso Valsanzibio e notiamo in un campo sulla sinistra alcune persone che con strane “zappette” cercavano di colpire un sasso bianco cercando di inbucarlo nella tana di una talpa: Forse stavano inventando il gioco del Golf.

Il nostro stupore raggiunge nuove vette poco più avanti, quando ci ritroviamo davanti al Portale di Diana, ingresso monumentale del Giardino tematico del XVII secolo di Villa Barbarigo con un labirinto di siepi, fontane riccamente ornate, statue e antichi alberi esotici.

Ma quel giorno… qualcosa era diverso.
Davanti al portale c’erano gondole attraccate.
Sì, gondole. Con tanto di vogatori in livrea nera e cappello a falde larghe.
E lì, sulla riva, una sfilata di personaggi in maschera, vestiti come per il Carnevale di Venezia, solo che non era febbraio, e non eravamo a Venezia. E soprattutto ora il Garmin ci dice che eravamo al 17 Luglio 1676
Uno di noi sussurra:
“Non può essere reale“
Ma no. È tutto reale. O meglio… è reale nel 1676
Dal canale arriva una barca elegante, scura, decorata con dettagli d’oro. A bordo, un uomo austero, con mantello ricamato, barba curata e lo sguardo di chi sa comandare:
El Paron. Il Dottor Zenovio Barbarigo in persona. Nobile veneziano, patrizio della Serenissima che commissionò la villa e il giardino come voto per la salvezza della sua famiglia dalla peste del 1630. Accanto a lui il figlio Gregorio che sappiamo diventerà Vescovo di Padova, Cardinale e poi Santo (canonizzato nel 1960)
El Paron Zenovio ci guarda con sospetto, poi con interesse, poi con evidente perplessità vedendoci lì con le nostre tutine “LE TERME” da ciclismo.
Ci dice, con tono cortese ma fermo:
“Forestieri…benvenuti a Valsanzibio. Ma ditemi: che razza di cavalcature sono mai quelle?”
Rispondiamo balbettando qualcosa sulla leggerezza del carbonio, i rapporti 34-50 del gruppo Shimano Ultegra. Lui non capisce nulla, ma da buon diplomatico annuisce.
Ci offre pane, vino e una visita ai giardini. Strano, ma rifiutiamo il banchetto soprattutto per prudenza: entrare in un labirinto nel 1600 potrebbe voler dire non uscirne fino a chissà quale secolo.

Arquà: Il giorno del Poeta (e del rimorso tardivo)
Riprendiamo il nostro viaggio in silenzio, continuando a cercare una inesistente spiegazione logica a tutte quelle allucinazioni o presunte realtà.
Arriviamo in un altro bel borghetto che un cartello scolpito nel legno e tarlato dal tempo, indica semplicemente “Arquà”.
l paesaggio si fa più austero, l’aria pesante, quasi malinconica. I pochi villani incontrati hanno lo sguardo basso, cupo. Nessun sorriso, nessun saluto. Solo silenzi e sguardi mesti.
Ora abbiamo capito come funziona e consultiamno il Garmin per capiere dove ci troviamo. Ah benon: 25 luglio 1374.
Anche qui prendiamo il coraggio a due mani e chiediamo informazioni. Sembra si un giorno di lutto. C’è appena stato il funerale di un personaggio importante del luogo, anche se era nato in toscana, ed è morto proprio qui il 19 luglio, solo qualche giorno fa. Un poeta, scrittore, filosofo, un certo Francesco Petrarca. Sul sacrato della chiesa è stato eretto un nuovo sarcofago funerario in pietra rosa e una donna piange solitaria il caro estinto depositando un mazzo di fiori. Le maliziose pettegole da sotto la vigna della casa del popolo sussurrano che si tratti dell’amante Laura che in vita non si era mai concessa al poeta e che ora ne sia decisamente pentita. Eh si, ogni lasciata è persa.
Si vocifera inoltre che sia stata organizzata una consultazione popolare per modificarre il nome del paesino da “Arquà” in “Arquà Petrarca” anche se la fazione di sinistra sembra essere contraria: “Ghe xe altre priorità! L’acqua del posso ea xe turbia, ea strada par Padova ea ga e buse e bisognaria sfaltarla e soprattutto ea vigna dea casa del popolo ga pochi buti! e ea xe drio morere anca quela”




Ripartiamo verso Este, chiedendoci cosa ci riserverà il futuro… anzi, il passato.
Este – Un fiorino e due barrette
Presto detto, veniamo accolti dai bastioni e dalle mura della città che ora sono perfette. Tirate a lucido. Minacciose e maestose. I bastioni sembrano appena costruiti, e la polvere della calce è ancora fresca. Uno sguardo veloce alla data del Garmin: 17 luglio 1337.
Stiamo per entrare in una delle porte che portano al Parco e al Castello Carrarese quando il passo ci viene sbarrato da due gendarmi armati di spadone e alabarda e da un contabile che senza alzare lo squardo dal suo libro mastro ci chiede:
“Per conto di Ubertino da Carrara, signore di Padova, chi siete?, Dove andate?, Cosa portate? Un fiorino!
Il Presidente sorpreso risponde timidamente: Siamo il gruppo Ciclistico Le Terme
“Si ma quanti siete?, cosa portate?“
Risposta: Siamo in 15 e abbiamo due gel energetici e una barretta a testa.
“Si, ma dove andate? Un fiorino!“
Ce la caviamo con 20 Euro e oltrepassiamo la porta.
La piazza è viva, affollata di mercanti, suonatori, monache affrettate. Seduta al tavolino esterno di una locanda una splendida donzella tipicamente medioevale sta bevendo un “AperoSpriss” e attira l’attenzione di Valter che per stupirla intona la canzone dei Beatles “Yesterday”.
Lei a quelle note si scioglie: “Bella, Bella, Bella….. ma l’hai scritta tu?”
Valter mente spudoratamente ma il tempo vola (qui è proprio il caso di dirlo)….. dobbiamo andare …
Sulla destra, svetta la Torre Civica di Porta Vecchia, oggi ancora “nuova”, splendente e fiera, come se fosse il biglietto da visita della Signoria. Decidiamo di uscire da questa stessa porta e la scena si ripete con un altro contabile (sembra proprio quello di prima o il suoo fratello gemello) e altri due gendarmi.
“Per conto di Ubertino da Carrara, signore di Padova, chi siete?, Dove andate?, Cosa portate? Un fiorino.“
Il Presidente risponde: Siamo sempre noi, quelli di prima, il gruppo Ciclistico Le Terme… ciàpa quà venti Euri…. e comunque si più cari del Telepass.





Montagnana – La città fantasma, la birra egizia e il caffè mancato
Ormai pronti a esser stupiti a ogni pedalata, riprendiamo il viaggio verso Montagnana, una delle città murate più affascinanti del Veneto. O meglio: doveva esserlo.
Perché il Garmin, che ormai pare più una macchina del tempo che un ciclocomputer, ci segnala chiaramente: 17 luglio 1242.
E davanti a noi… solo fumo e cenere.
La città risulta completamente rasa al suolo dopo essere stata conquistata e bruciata da Ezzelino III da Romano detto “Il Terribile“. Consultiamo Google (si, c’era già rete dati TIM) per capire cosa fosse successo in seguito e scopriamo che fu lo stesso Ezzelino III a far ricostruire una cinta muraria più imponente e fece edificare il Castello di San Zeno.
Ci fermiamo nell’unico edificio rimasto in piedi: una locanda post-apocalittica, dove un oste sporco di fuliggine ci accoglie con diffidenza.
Ordiniamo i soliti: “Cinque caffè, 7 macchiatoni, due d’orzo e uno shakerato…”
Ci guarda come se avessimo parlato in sumero:
“Cafè? mai sentio nominare. Che ro roba xea”
Ci consultiamo velocemente e realizziamo che il caffè deve essere arrivato qualche secolo dopo dalle Indie o dalle Americhe a seconda delle fonti per cui optiamo per una soluzione antica:
La birra veniva bevuta già nell’antico Egitto, per cui: Birra per tutti.
Calda perchè anche il frigorifero venne inventato un po’ più in la.
Paghiamo con i pochi fiorini (pardon Euri) che ci restano in tasca e ci prepariamo ad uscire da Montagnana.
Nessuna Porta, nessun dazio
Le porte della città, insieme alle mura, sono ancora tutte crollate, divorate dalle fiamme.
Nessuno a chiedere dazi.
Nessuno a esigere un fiorino.
Libertà assoluta.
Il Presidente, che ormai è più statista che ciclista, esclama con tono sornione:
Potremmo suggerire a Tramp di raderci al suolo…
così evitiamo pure i dazi che sta minacciando…..








Bevilacqua: un paese dal nome con ci piace
Davanti a noi, una fortezza severa e perfetta, con bastioni freschi di calcina e feritoie pronte a scagliare dardi su chiunque osi avvicinarsi con aria minacciosa… o in tutina aderente da ciclista.
Il sole è alto, le gambe iniziano a fare male, e il Garmin ci conferma che siamo in traccia ma il calendario si aggiorno ancora: Anno del Signore 1339
La data di inaugurazione del Castello di Bevilacqua
Un cavaliere ci osserva da una torre con aria perplessa. Poi grida:
“Chi va là!?
Il Presidente, ormai allenatissimo ai checkpoint temporali, risponde pronto:
Siamo il Gruppo Ciclistico Le Terme. Viandanti onesti, veniamo in pace
Scende il castellano in persona, il nobile Francesco Bevilacqua, figlio del prode Guglielmo, fondatore del maniero e forse lontano parente del nostro amico ciclista-milanista Vanni.
Ci accoglie con curiosità:
“Vi manda la Signoria Scaligera? Venite da Verona?”
Risposta corale:
No, veniamo da Abano Terme. Ma abbiamo le ginocchia che friggono e le gole arse dalla sete e sappiamo qui bevete acqua.
Francesco, compiaciuto, ci offre un giro del castello. Parla fiero delle mura, delle torri, dei segreti sotterranei (dove tiene i barili di vino, ovviamente) e di come la fortezza sia un baluardo contro i Carraresi e gli Estensi. I nobili padovani, parole sue, sembrano più ossessionati a buttare giù i muri degli altri che a pregare al Santo.
Riempiamo le nostre borracce al pozzo al centro del castello. È calda. Ha un retrogusto di ferro, storia e ruggine. Salutiamo la fortezza e ripartiamo, con Francesco che ci guarda allontanarci scuotendo il capo.
Sarebbe stato meglio saccheggiare il castello cominciando dalle cantine.
Ma ormai, a ogni tappa, l’assurdo è la regola.





Carceri: l’Abbazia, la messa e l’erba miracolosa
Pedaliamo lungo una stradina ghiaiosa tra campi ordinati e file di cipressi. L’aria è satura di odori antichi: fieno, terra umida e… incenso?
All’improvviso, come se il tempo avesse tirato il freno a mano, ci troviamo davanti a un imponente monastero, l’Abbazia di Carceri, bella e austera.
Siamo nel 1372, dice il Garmin.
Il portone è aperto. Dentro si intravede una lunga fila di frati in processione, incappucciati, scalzi, ognuno con un cero in mano e lo sguardo basso. Intonano canti lenti e solenni.
Sembra una scena da film, ma odora davvero di chiesa e rosmarino benedetto.
La comunità e il convento
Intorno all’Abbazia, contadini e contadine si chinano sui campi: zappe, aratri a bue, cappelli di paglia e mani callose. Ogni cosa è ordinata, perfino i polli sembrano più devoti del nostro gruppo.
“Qua la vita gira tutta attorno all’Abbazia,” ci spiega un ragazzino con una gerla sulla schiena.
“Ci danno il pane, ci curano, ci insegnano a leggere… e ci confessano pure quello che non abbiamo ancora fatto
Le erbe miracolose …
Un frate, il Frate Speziale, ci mostra il suo orto: menta, salvia, lavanda, iperico, timo, ruta, e poi una pianta misteriosa sotto una campana di vetro.
Questa cura tutto. Ma solo se sei puro d’animo
Ce la guardiamo bene: non è che pare proprio roba da barrette energetiche e chissa se è considerata doping.
Suona la campana di mezzogiorno e il Frate Giardiano ci dice con tono che non ammette deroga:
Cari fratelli ciclisti la funzione di mezzogiorno è sacra. E si partecipa. Tutti.
E così, noi, cavalieri del carbonio e del pantaloncino imbottito, ci ritroviamo seduti su panche di legno, tra le navate in penombra, mentre le candele tremolano e l’organista (un vecchietto con la barba da Mago Merlino) suona un Gloria che fa tremare i vetri.
Un nostro compagno si addormenta. Un altro cerca di digitare su Strava in latino.
Il Presidente, compostissimo, ogni tanto annuisce come se capisse tutto.
La Messa è finita (finalmente) andate in pace..
Non ce lo facciamo ripetere due volte e saltiamo sulle nostre biciclette pedalando verso Monselice

















Monselice: sette chiesette per l’anima, un castello per la gloria e uno strumento di tortura.
Dopo aver lasciato l’Abbazia di Carceri con lo stomaco vuoto ma lo spirito pieno (e una benedizione in tasca), pedaliamo lungo verso Monselice, la città delle sette chiese, delle sette indulgenze.
Appena scolliniamo, eccola lì: Monselice, col suo castello medievale, la torre di Ezzelino, la Rocca e il Santuario delle Sette Chiesette che sembrano messi lì apposta per testare le nostre gambe… e la nostra fede.
Il tempo? Garmin segna 17 luglio 1606. L’aria è afosa, i pellegrini camminano in silenzio, scalzi o in ginocchio, salendo verso il Santuario Giubilare delle Sette Chiese.
Un monaco vestito di scuro ci ferma:
“Avete il lasciapassare papale?”
“No, ma abbiamo la tessera ACSI 2025.”
Lui ci guarda confuso. Poi nota le bici. Poi si fa il segno della croce.
“Allora siete penitenti di un altro tipo… andate pure.”
Ci infiliamo nella salita. Ogni chiesetta è un piccolo gioiello. Entriamo in una, respiriamo l’odore di cera e pietra umida, usciamo e saliamo alla successiva. A metà percorso qualcuno borbotta:
“Oh, ma se le fai tutte ti condonano i peccati.”
“Tutti?”
“Pare di sì. Pure quelli di gioventù.”
A quel punto due del gruppo girano indietro per rifarle da capo, giusto per sicurezza.
Il Castello e l’ombra di Ezzelino
In cima ci aspetta il Castello Cini, un labirinto di torri, stanze, armerie e leggende.
Ci accoglie un castellano baffuto che si presenta come Guido degli Obizzi.
“Benvenuti, pellegrini del ferro e della gomma. Qui dimorò Ezzelino da Romano, e se vi sentite osservati… è perché lo siete.”
Ci accompagna nella sala delle armi, nella biblioteca, poi nella camera del supplizio (eh sì, c’è anche quella). Un nostro ciclista resta affascinato da un’antica bicicletta in legno con una sella affusolata in pietra di porfido:
“Ma la usavano davvero in gara?”
“No, era uno strumento di tortura.”
Capito.
Meglio andarsene al più presto…. prima che arrivi Ezzelino III









Il Catajo: nobiltà e fantasmi
Appena entrati a Battaglia Terme, ci rendiamo subito conto che la maestosità del Catajo non è frutto dell’iperbole turistica: questo posto se la tira con grazia, come certi nobili decaduti che però hanno ancora la Rolls Royce parcheggiata in garage.
Garmin segna: 17 luglio 1571
Giusto in tempo per assistere a un pranzo di gala, o meglio, per sbirciarla da dietro una siepe.
Davanti a noi si erge il palazzo affrescato, con 120 stanze, scale monumentali, giardini pensili e fontane.
Un servo ci ferma con la mano tesa:
“Altolà, questa è proprietà della famiglia Obizzi. Solo su invito.”
“E se offriamo una barretta proteica e una borraccia con i sali?”
“Avete detto… sali? Entrate subito.”
Dentro il cortile, la scena è sontuosa. Nobili, dame, musici, giocolieri. Il padrone di casa, Pio Enea I degli Obizzi, si presenta in un completo sgargiante da far invidia a Lady Gaga. Si pavoneggia davanti a noi ciclisti come se fossimo ambasciatori del Re di Francia.
Gli affreschi interni raccontano le gesta degli Obizzi: guerre, duelli, matrimoni strategici, e una famosa battaglia contro la tristezza della provincia veneta.
Una dama bionda ci accompagna nel giardino.
“Si dice che qui appaia ancora lo spettro di Lucrezia Obizzi, assassinata per gelosia. Cammina con passo leggero e sguardo languido.”
“Come la nostra compagna di gruppo dopo una salita con pendenza oltre il 10%.”
Qualcuno sente un brivido dietro la schiena. Un altro si è già prenotato per un esorcismo.
Il Presidente prende appunti per un prossimo giro:
“Da inserire nel calendario giri: Notturna al Catajo, con spavento garantito.”
Chiediamo se è possibile unirsi al pranzo. Ci rispondono che è solo per la nobiltà e che ai ciclisti offrono acqua del vicino canale Battaglia e un brodo di cipolla medievale.
Delusi ci rimettiamo in sella e ci dirigiamo verso casa.







Epilogo – Ritorno al futuro… forse
La strada del ritorno è silenziosa. Nessuno parla, ognuno è perso nei propri pensieri, nelle visioni di frati, castellani, dame piangenti, birre calde e contabili esosi.
La catena stride lievemente e il cambio scala autonomamente un paio di rapporti. Un Garmin lampeggia, come impazzito. Qualcuno controlla l’orologio… ancora giovedì 17 luglio, ma nessuna indicazione dell’anno.
Arriviamo al ponte di mezzavia e il sangue si gela nelle vene nel vedere un cartello con le immagini d’epoca del ponte.

Scendiamo dalle bici, quasi temendo che il Garmin ci possa portare in chissà quale epoca.
Alziamo gli occhi al cielo, sperando in un un aereo o un camion in strada Battaglia, una pubblicità di mutande. Qualsiasi cosa che ci confermi di essere tornati nel presente.
E il pensiero va alla famiglia. Quando li rivedremo e come possiamo tornare al 2025.
Poi, all’improvviso, un suono familiare:
“Ding!”
È una notifica WhatsApp.
“Dovei sei, quando torni? Ma sai almeno da quanto tempo sei via? Torni per pranzo o mangio da sola anche oggi? Varda che mi no me ciamo mia Penelope e quà xe pien de proci”
Data: 17 luglio 2025 ore 13:12
E’ finita… siamo tornati nel 2025.
Un sospiro di sollievo attraversa il gruppo. Qualcuno giura di non usare più il Garmin. Qualcun altro promette di leggere di più sulla storia locale. Il Presidente prende nota di tutto… soprattutto dei fiorini spesi.
Arriviamo a casa con le ruote piene di polvere e la testa piena di Storia e “con na voia de bira….“.
Forse è stato un sogno. Forse no.
Io vi do la mia parola, è tutto assolutamente vero e so che chi mi conosce “veramente” mi crederà.



