Col Perer – Cima Campo – Croce D’Aune

Un’altro giovedì da non dimenticare. Giornata stipenda, temperatura ideale, percorso spettacolare, compagnia perfetta e terzo tempo inimmaginabile.

E come dimenticarci del magnifico terzo tempo!!

Tutto questo porta però a qualche riflessione:

CICLISMO E PANINI: LO STUDIO UNIVERSITARIO CHE SPIEGA PERCHÉ UN PENSIONATO SI ALZA ALL’ALBA PER SOFFRIRE.

Ogni giovedì mattina succede un piccolo miracolo ciclistico.
Un esercito di pensionati, con età variabile tra “ex giovane” e “patente rinnovata con obbligo di lenti”, si sveglia alle 4:45, carica la bici in macchina come se fosse un violino Stradivari, affronta due/tre ore di guida verso destinazioni dai nomi iconici tipo “I Quattro Passi” o “Fedaia” o “Gavia”, e si prepara a pedalare per sei ore tra crampi, salite, bestemmie silenziose e quadricipiti infuocati.

Tutto questo… per cosa?

Per la gloria? Per la prestazione sportiva?

Macché.

Per il terzo tempo.

Per un panino col salame, una birra, un bicchiere di prosecco e una fetta d’anguria attorno ad un tavolo improvvisato con i tuoi compagni di pedalata.


La scienza ci dà ragione (forse)

Secondo uno recente studio dell’università del Massachusetts Institute of Technologyche (o qualcosa di simile), il comportamento del ciclista pensionato segue un preciso schema biologico:

  1. Anticipazione del piacere (Dopamina):
    La sera prima prepari la borsa, controlli la bici, metti la sveglia. Sai che farai fatica. Sai che soffrirai. Ma sai anche che ci sarà quel panino lì.
    Il cervello rilascia dopamina, e tu sei già in viaggio ancora prima di dormire.
  2. Sopravvivenza alla fatica (Endorfine):
    Mentre il Garmin ti segna “salita media 9,8% per 6 km” e tu cominci a sentire odore di porchetta (ma non c’è nulla, è un miraggio), le endorfine ti tengono in piedi.
    Più vai su, più senti male. Più senti male, più sarai felice dopo.
  3. Appartenenza e socialità (Serotonina):
    Arrivati alla meta, ti siedi con gli altri. Tutti sfatti, ma vivi.
    Parte lo scambio di panini, bottiglie, battute sceme. Ecco la serotonina. Ecco la vera terapia del ciclista.

Il paradosso medico

A questo punto, però, nasce il dubbio:
Ma se fosse stato il medico a consigliarcelo?

Signor Salmistraro, almeno tre volte a settimana dovrebbe svegliarsi presto, viaggiare due ore in macchina, poi pedalare per sei ore su e giù per le montagne, soffrendo come un lama in menopausa per poi mangiare pane e salame con gente sudata…

Risposta:

“Lei è matto, dottore. Ma chi me lo fa fare? Piuttosto torno a lavorare”

E invece lo fai. Lo fai perché non te lo ha ordinato nessuno.
Perché sei tu che lo scegli, ogni volta.
Perché il bello del ciclismo non è la performance, è la fatica condivisa, l’autoironia, e quel momento in cui addenti il panino e pensi: “Per questo, sì, valeva la pena.”


Conclusione pseudo-scientifica:

Se un giorno ci sarà davvero un’università disposta a studiarci seriamente, dovrà concludere questo:

“L’uomo (o donna) pensionato che si sveglia all’alba per pedalare sei ore con altri matti come lui, lo fa non per sport, ma per un’antica e sacrosanta verità evolutiva: la felicità sta nel sudore, nella porchetta e negli amici. E nel fatto che nessuno gliel’ha prescritto.”

E come recita un grande classico della saggezza popolare contadina, e uno dei detti più versatili della storia:

“Tira più un panino con la porchetta che un pelo di f… e un paio di buoi messi assieme.”

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