Una salita, un santo e la statua fotogenica

Oggi, rientrando dal nostro consueto – e mai banale – giro in bicicletta, ci siamo concessi una piccola ma intensa divagazione spirituale. Il Gruppo Ciclistico LE TERME ha puntato il manubrio verso il San Daniele, il colle gentile che sovrasta Abano Terme con l’eleganza di chi sa di avere la vista migliore di tutti sulla nobile cittadina termale.

Dopo la classica “salitella”, che il Pasquale adesso definisce simpatica solo perché ora ha la bici assistita, siamo arrivati davanti al Monastero Benedettino. Ci ha accolto una scalinata che invoglia più alla contemplazione che all’ascensione.
Lì, tra un fiatone e l’altro, abbiamo immortalato il momento con una bella foto di gruppo (quello rimasto), orgogliosi e sudati, come veri pellegrini a pedali.

Ma non possiamo certo fermarci a un click e via. No. Perché questo luogo ha una storia che merita almeno una pausa di lettura:

Il Monastero di San Daniele fu costruito tra il 1076 e il 1079. In origine abitato dai Monaci Benedettini, nel tardo Quattrocento passò ai Canonici Regolari del S. Salvatore, che rimasero fino al 1771. Poi arrivarono i Todeschini da Venezia (quelli dell’omonimo famoso albergo), e infine, il 24 maggio 1948, l’antico monastero tornò a essere casa di preghiera, con una nuova comunità di Monache Benedettine provenienti da Fiume. Una storia di fede, cambi di destinazione d’uso e un po’ di traffico monastico (chissà quante ne hanno viste queste mura).

Ma chi era San Daniele?

Secondo la tradizione Daniele, diacono della chiesa di Padova, subì il martirio intorno al 304, durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano famoso per la sua allergia ai cristiani. La sua tomba rimase del tutto ignorata fino al 26 dicembre 1075 quando su indicazione di un pellegrino toscano, al quale il santo era apparso in sogno, si scavò sotto il pavimento della chiesa di Santa Giustina dove si rivenne l’arca di marmo con il corpo del martire tra due tavole tenute insieme da lunghi chiodi che trapassavano i suoi resti mortali in più parti. I padovani, guidati dal vescovo Ulderico e dall’abate di santa Giustina Giovanni, trasportarono con una solenne processione il corpo di San Daniele nella cattedrale. Era il 3 gennaio 1076. Ancora oggi il 3 gennaio si celebra in questa chiesa e nella diocesi di Padova la memoria solenne del santo diacono Daniele.

Ma torniamo al presente, e alla nostra foto di gruppo.

Mentre ci sistemavamo per lo scatto ufficiale, accade l’imprevedibile: la statua di San Benedetto, li accanto, probabilmente infastidita dal nostro vociare disinvolto o dalle nostre divise blu, decide di unirsi a noi. Scende silenziosamente dal piedistallo con una certa eleganza e si infila nel gruppo con aria solenne posando, ora immobile, per la foto del nostro uomo di colore (il Maron). Dopo un attimo di naturale stupore (ok, vorrei vedere voi, chi non si sorprenderebbe di fronte a un pezzo di sasso che cammina?), l’abbiamo accolto il marmoreo intruso con spirito ciclistico: amicizia e foto per tutti!

L’esimio Professor Salmistraro traduce prontamente dal latino, per gli ignoranti ciclisti presenti, l’iscrizione che tiene in mano “Ut in omnibus glorificetur Deus“ “Affinché in ogni cosa sia glorificato Dio.”

È una frase tipica della spiritualità benedettina, tratta dalla Regola di San Benedetto (capitolo 57), e riassume bene lo spirito con cui anche noi… affrontiamo le salite: soffrendo, sì, ma con una certa dose di elevazione spirituale!

E ancora sul piedistallo della statua “Qui toti Europae patronus datus fuisti, hunc ascendentibus clivum fidelis digneris, Benedicte.” viene tradotta in italiano: “Tu che fosti dato come patrono di tutta l’Europa, degnati, o fedele Benedetto, di accompagnare coloro che salgono questo colle.” (parole sante!!)

Dopo esserci amichevolmente accomiatati dalla sacra scultura, che con aria sempre più sconsolata ha ripreso mestamente posto sul suo piedistallo, siamo riscivolati giù verso Abano Terme. Il rientro è stato accompagnato da quella piacevole sensazione di stupore e incredulità per quanto appena accaduto.

Ed è lì, proprio nel parcheggio dell’Hotel Ritz, che ci attendeva la più grande sorpresa della giornata: una statua, alta, fiera, in elegante posa classica era stata innalzata a nostra insaputa.

Il soggetto? Niente meno che il nostro presidente.

Fisico asciutto (quello dei giorni migliori), sguardo rivolto all’orizzonte (verso la lontana Maserà), mani saldamente posate sul manubrio, e ai suoi piedi la fiera veneta: il leone di San Marco.

Sul piedistallo sotto la classica incisione “LE TERME“, ecco la dedica:

“A colui che guida il gruppo con fermezza, impareggiabile competenza e passione. Flavio, esempio di ciclismo per tutti.”

Commozione generale. C’è chi ha tentato una genuflessione, chi ha gridato al miracolo, e chi, molto più pragmatico, ha chiesto: Ma questa… chi la paga…. la Società? Speriamo di no!

Una sola cosa era certa: l’arte ha finalmente riconosciuto la grandezza dell’uomo, anche se in Italia non è consentito erigere un monumento a una persona ancora in vita.

E così, tra santi, salite, statue viventi e statue presidenziali, si è conclusa una giornata da incorniciare.
Che dire? Il ciclismo non è solo fatica. È cultura, mitologia, architettura… e un pizzico di mitomania!

Alla prossima, e ricordate: quando salite un colle, guardatevi intorno… potrebbe esserci una statua che vi osserva!


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