
4 GIORNO A ROMA PER IL GIUBILEO
Martedì 3 giugno 2025
Oggi non si pedala, per fortuna niente salite, ma si sale comunque. Si sale spiritualmente.
Risveglio nella Capitale. C’è chi ha dormito profondamente come un pellegrino arrivato a Compostela, e chi invece ha passato la notte a sentire i rumori del traffico romano chiedendosi se fosse già il Giudizio Universale. Ma l’aria è diversa, lo sentiamo: oggi è il giorno per cui siamo partiti. Il giorno del Giubileo.

Colazione da campioni. Dopo l’astinenza alimentare subita ad Assisi (che qualcuno ha definito “digiuno francescano”), ci rifacciamo con un buffet come Dio comanda (anzio Dio Bono comanda). Cornetti, uova, affettati, yogurt e quell’irrinunciabile caffè che, anche se mediocre, a Roma ha sempre un sapore solenne.
Ore 8:00: appuntamento davanti all’hotel. Salutiamo Simone e Ermanno che devono rientrare a casa. Zainetti sulle spalle, marsupi carichi, cappellini con visiera (niente caschi), scarpe comode e pantaloni lunghi come impone il protocollo d’ingresso in Basilica. Il Presidente, con lo sguardo serio di chi guida anime (e gruppi disordinati), imposta Google Maps e parte in processione verso la stazione metro più vicina: 800 metri che percorriamo in religioso silenzio, rotto solo da commenti su quanto manca. Recuperati i biglietti preventivamente prenotati e pagati on-line scendiamo per tre scale mobili fino al binario.
La Metropolitana di Roma. Per molti è la prima volta. Un mondo sotterraneo dove l’aria sa di metallo e umanità compressa. I ciclisti, abituati all’aria in faccia, si guardano intorno con diffidenza. La porta della carrozza strapiena di passeggri si chiude e si parte. Il nostro uomo di colore (il Maron) allergico a queste situazioni si aggrappa a un palo con lo stesso sguardo di chi affronta una discesa senza freni. Il treno accelera, frena, striscia sulle rotaie. Valter guarda Stecca e gli chiede:
– “Ma ti gheto mai guidà ‘na metropoitana?”
– “No, ma so come se fa.”
Rassicurante, il fatto che non sia veramente lui alla guida. Contiamo con apprensione le fermate che mancano all’arrivo. Le carrozze sono super affollate e i contatti umani (e gli odori) si sprecano. “Attenzione ai borseggiatori” annuncia l’altoparlante e intanto Valter, oggi libero dagli impegni del furgone, famigliarizza con una bellezza locale costringendola all’angolo.

Arriviamo alla fermata OTTAVIANO. Una risalita verso la luce, quasi dantesca. Riveder le stelle è più che un’espressione: ci sentiamo veramente pellegrini che tornano in superficie, un po’ spaesati ma guidati da un flusso inarrestabile di turisti e fedeli. Siamo diretti tutti alla stessa meta.
San Pietro ci aspetta. L’imponenza della piazza, la vastità del colonnato, la cupola che domina il cielo romano: ci sentiamo piccoli e grandi allo stesso tempo.
Il nostro ingresso è prenotato per le ore 11:00, ma ci aggregano (visto che parliamo la stessa lingua) a un gruppo di indonesiani molto sorridenti con cui comunichiamo a gesti e… un inglese improbabile. Ma si fraternizza: il cuore parla più delle lingue.










L’avvicinamento alla Porta Santa. Il Presidente (me tocca fare tutto mi) prende coraggio, si mette davanti e guida una breve preghiera. Il gruppo risponde con un “Prega per noi” che cresce, si unisce, si fa sentire.
Il momento diventa intenso e solenne quando attraversando la Porta Santa ognuno con la propria sensibilità e fede prova a collegarsi con il Signore chiedendo la remissione dei propri peccati. In quel momento c’è qualcosa di vero. Ognuno ha il suo pensiero, la sua colpa, la sua richiesta.






L’ingresso nella maestosità della Basilica di San Pietro con rispetto e con emozione è devastante. Gli occhi si alzano, il cuore rallenta. Affreschi, statue, altari, sepolcri. Ci accoglie sulla destra “La Pietà” di Michelangelo che è quasi commovente se si pensa che mano umana possa essere riuscita a dare queste forme, questa delicatezza, questa umanità a un pezzo grezzo di marmo che diventa carne.

Qualcuno resta ipnotizzato davanti alla tomba di Giovanni Paolo II, semplice ma intensa. È un luogo che parla. Parla anche a chi non crede. Perché in certi posti, si sente il bisogno di ascoltare.











Proseguendo rimaniamo imbambolati nell’ammirare l’altissima volta affrescata che sembra rispendere d’oro. Per noi abituati a semplici chiese di paese o addirittura a cappelle campestri ci sembra immensa. D’altronde se Roma era il Centro del Mondo questo è veramente il centro della Cristianità. Ci vengono alla mente i tanti potenti del mondo che solo qualche giorno fa si sono incontrati qui per il funerale di Papa Francesco che così come noi avranno ammirato questa meraviglia tutta italiana.
Vacanze Romane
Usciamo ordinatamente dal Vaticano, con lo sguardo ancora pieno di bellezza e il cuore che digerisce lentamente tutta la sacralità vissuta. C’è chi resta in silenzio, chi fa foto al colonnato, chi si chiede se la benedizione ricevuta duri almeno fino alla fine del viaggio. Una certezza però l’abbiamo tutti: fa caldo e il caldo fa brutti effetti. Per cui meglio recuperare qualche bottiglietta d’acqua.



Ci dirigiamo verso Castel Sant’Angelo, monumento imponente e misterioso, dove la storia si mescola alla leggenda. Attraversiamo il Ponte degli Angeli: statue, selfie e sguardi che cercano scorci da cartolina. Cellulari che fotografano di continuo, come se temessimo di dimenticare ogni dettaglio.
Oggi siamo turisti a tutti gli effetti, ma con un’anima da pellegrini.







Proseguiamo verso Piazza Navona, che ci accoglie con le sue fontane barocche. Anche qui scattiamo, sorridiamo, respiriamo l’aria densa di storia. Oltre le bancarelle e i bar affollati, riusciamo a intravedere un po’ di romanità vera: un’anziana che discute col vigile, un bambino che rincorre i piccioni, una suora che mangia una coppetta alla fragola. Roma è anche questo. Ci fermiamo anche noi per gustarci una coppetta di gelato.
Si riparte, fincheggiamo Palazzo Madama in direzione Pantheon. Prima però una sosta ai “nasoni”, le celebri fontanelle romane che sputano acqua fresca come se non ci fosse un domani. Riempiamo le borracce come ciclisti assetati a un ristoro della Granfondo.






Il Pantheon ci accoglie con la sua cupola perfetta e l’occhio aperto verso il cielo. Qualcuno azzarda un confronto con la cupola di San Pietro, altri si concentrano su come trovare un po’ d’ombra.
Riprendiamo la marcia, come un gruppo di scout un po’ cresciutelli. Passiamo per Montecitorio e Palazzo Chigi, palazzi e nomi che vediamo quotidinamente al telegiornale, ma che immersi nel centro di questa enorme città diventano quasi parte di essa perdendo importanza. Proseguiamo sempre cercando di non perdere nessuno per strada e il Presidente come un vero Tour Leader vorrebbe innalzare su un’asta la sua famosa cuffietta per farsi seguire dal gruppo (fortunatamente non la trova).









Ma proprio quando il caldo e la fatica della passeggiata romana sembrava aver raggiunto il culmine… ecco l’apparizione: una porchetta in vetrina. Dorata, succulenta, irresistibile. La tentazione è più forte della cultura. Come le sirene per Ulisse, ci attira. Non c’è monumento che tenga.
– Presidente, facciamo un panino?
– Panino? Qui ci vuole un filone intero.
E così: panino con porchetta e birra per tutti (naturalmente Peroni in onore dell’amico Bolognese Carlo Peroni). La benedizione l’abbiamo già ricevuta stamattina, possiamo anche concederci un momento di lussuria gastronomica.

Poi, finalmente, arriviamo alla Fontana di Trevi. Qui il colpo d’occhio è incredibile. Turisti ovunque, braccia alzate per le foto, monetine che volano nell’acqua con desideri assortiti. Qualcuno del gruppo lancia la sua moneta con la speranza di tornare (ma vista l’età sarà improbabile), mentre ho visto qualcuno dei nostri cercare di prendere al volo le monetine lanciate dagli altri turisti.







Non ci resta che arrivare al Quirinale, prendere un caffè con Sergio (Mattarella), scendere ai Fori Imperiali (da evitare in bicicletta per non forare) e raggingere Altare della Patria e Colosseo.











A parte i tanti antichi “rovinassi” che spero portino via presto, qui l’immersione nella storia è totale, da pelle d’oca, pensare a come deve essere stato questo posto 2000 anni fa. Pasquale e Maron fanno una foto con la statua di un loro campagno di scuola anche se non si ricordano quale sia il cognome e quale il nome; Giulio o Cesare?






Roma è una concentrazione di arte, storia, religiosità che non può essere paraganata a nessun’altra città del mondo. Dobbiamo essere veramente fieri ed orgogliosi di essere nati in questa nazione.
Il Presidente (sempre lui) propone di chiudere la visita romana a Santa Maria Maggiore per una preghiera alla tomba di Papa Francesco. Naturalmente il gruppo si aggrega volentieri e allora via un’altra immersione nella Metrò Romana.








Dopo la toccante visita alla tomba di Papa Francesco ritorniamo a piedi a Roma Termini per riprendere la metro che ci riporterà in albergo. Quasi al capolinea una ragazza che fino a quel momento sembrava assorta in lettura escalma:
“Che belo sentir parlar veneto anca qua a Roma”
“Perchè ti de dove sito cara?
“De Vicensa….”
Non l’avesse mai detto. Ecco che parte tutta una serie esclamazioni: “Noi andiamo sempre sui Berici”, “Conosco Vicenza come le mie tasche”, “Sono stato sul Monte Berico anche la settimana scorsa”. Per fortuna il treno arriva al capolinea e la ragazza si dilegua tra la gente.
Rientriamo in albergo verso le 17:00 per cui abbiamo il tempo di riposare un po’, lavare le divise per i prossimi giorni e con calma fare un aperitivo prima di ritornare all’Osteria i Faavolosi per la seconda volta e stavolta il menù non ammette incertezze.
Salutaimo la partenza di Francesco Cuccato e Davide Buson che rientrano in treno per riprendere domani il loro lavoro. Beati loro a tutti noi spettano altri tre impegnativi giorni di bici per rientrare a casa.
Ma a questo ci penseremo domani…
Buonanotte.
Continua….


