ROAD TO ROMA 2025 (3° Tappa)


2 giugno 2025

ASSISI – ROMA (185km 1659m)

Veniamo svegliati prima dell’alba da un boato! Un attentato dinamitardo? No nel furgone di Valter, parcheggiato nel cortile della struttura, scoppia una bottiglia di Coca Cola nel congelatore. Il luogo sacro ha frenato maledizioni ed improperi.

Il brusco risveglio del terzo giorno è comunque un po’ più complicato: i muscoli sono irrigiditi, un dolorino si fa sentire al collo, alle spalle, e il solito fastidioso bruciore al culo. Anche la valigia mostra segni di insofferenza: il suo contenuto non è più ordinato come alla partenza, e cercare qualcosa al suo interno è ormai un’impresa archeologica.
Ieri sera, arrivando tardi in albergo, non ho fatto in tempo a lavare la divisa da ciclista, che mi porterò fino a Roma racchiusa in una busta… insieme a tutta la sua pericolosa flora batterica.

La colazione non è prevista prima delle 7:30: accumuliamo subito ritardo sulla tabella di marcia. Ma, per fortuna, il buffet non è ricco come il giorno prima. La scelta è semplice: cappuccino e brioche, oppure caffè e brioche. Così almeno le operazioni per la colazione sono più rapide.

Partiamo comunque qualche minuto dopo le 8:00, scendendo da una ripida discesa che porta alla chiesetta di San Damiano e al Santuario del Sacro Tugurio di Rivotorto, due luoghi frequentati da San Francesco nel primo periodo della sua predicazione, oggi mete di pellegrinaggio. Ci fermiamo in quest’ultimo per una breve visita e qualche foto.

Da qui inizia il viaggio che ci porterà a Roma, meta del nostro pellegrinaggio, ma ci aspettano circa 180 km sotto un sole cocente (i primi veri caldi della stagione si fanno sentire) e un paio di salite niente affatto banali.

Dopo qualche chilometro di falsopiano arriviamo a Foligno (km 16). Attraversiamo il centro storico, sconvolgendo la quiete della cittadina in questo giorno festivo. Ci fermiamo di fronte alla magnificenza del Duomo di San Feliciano, che con il suo rosone domina la bella piazza medievale.

Uscendo da Foligno imbocchiamo la vecchia Flaminia, e la mente corre indietro nel tempo: viandanti, carri, legioni romane… già 2000 anni fa percorrevano questa strada per arrivare a Roma Caput Mundi. Peccato non avessero ancora inventato la bicicletta: sarebbe stato uno spettacolo vederli pedalare con l’elmo in testa, daga alla cinta e i sandali a sgancio rapido.

Con questi pensieri attraversiamo Trevi (che ci fa subito pensare alla famosa fontana) e arriviamo alle porte di Spoleto (km 43). Qui il bravo Presidente aveva individuato, su Google Maps, un bar in Piazza della Vittoria, perfetto per la nostra sosta. Peccato che fosse chiuso e in ristrutturazione probabilmente dal Giubileo del 1975. Per fortuna, individuiamo subito un chiosco che ci serve caffè e macchiatoni in bicchierini di carta, di qualità decisamente inferiore anche a quelli del mitico food-truck di Valter.

Alla ripartenza, primo incidente: Luca, riprendendo la bicicletta, tocca malauguratamente la Look nuova fiammante di Paolo Maragotto, che cade e si becca una storta al forcellino del cambio. Panico! Tentiamo di raddrizzarlo a mano, con il rischio di romperlo del tutto. Alla fine lo raddrizziamo “alla viva il parroco”: ora il cambio funziona, ma non permette di usare tutti i rapporti. Paolo non si perde d’animo (o forse non mostra il suo vero stato d’animo…) e prosegue indefesso fino a Roma con il cambio malandato con la speranza di trovare un meccanico capace nella capitale.

Lasciamo Spoleto, perla umbra, senza visitare né il Ponte delle Torri né la Rocca Albornoziana, il castello che la domina (conosciuto ai più come il carcere nella fiction Don Matteo).
Rientriamo in salita sulla Flaminia, che sale costantemente fino ai 663 metri del Passo della Somma (km 54), da dove inizia una lunga discesa di 17 km che ci porta quasi senza pedalare fino a Terni (km 73) di cui vediamo solo la periferia, costeggiando la vecchia acciaieria del fiume Nera.

All’altezza dell’ospedale svoltiamo a sinistra per salire verso Marmore, famosa per le sue cascate. La salita è breve (6 km), ma il caldo la rende più dura del previsto. Il gruppo rallenta per aspettare chi resta indietro (io, per esempio). In cima, ci accoglie una fontana d’acqua fresca, benedetta come l’acqua di Lourdes… ma più fresca e senza lunghe code.

Ripartiamo con slancio, ormai sono le 13:00. L’appetito si fa sentire, ma mancano ancora una trentina di chilometri all’appuntamento con il nostro panino. Per fortuna la strada è tutta in falsopiano, bella e spesso ombreggiata. Ma la fatica annebbia la vista: qualcuno scambia la rinnovata linea ferroviaria che scorre li vicino per una pista ciclabile. Viene subito corretto prima di finire in pasto a Trenitalia.

Tra una pedalata, una battuta e una marea di cazzate entriamo vittoriosi a Rieti, ma non troviamo il nostro punto ristoro: si era trasferito per cercare un po’ d’ombra sul lato opposto della città, che dobbiamo attraversare sotto il sole cocente dando prova di molto self control.

Dopo la meritata pausa ripartiamo e sono ormai le 15:00: mancano ancora 80 km a Roma. Entriamo in Salaria, altra gloriosa strada romana, che ovviamente ci accoglie in salita e sotto un sole cocente.
Il Presidente (sempre chi scrive), colto da improvvisi crampi intestinali, si ferma d’urgenza nel primo bar disponibile. Scopre troppo tardi, con orrore, di essere finito nel peggiore dei peggiori bar di Caracas.  Il bar disponeva sì dei servizi ma che di igienici non avevano ne il nome, ne una serratura sulla porta, ne la catenella, ne la carta igienica. Il presidente è uscito dal tugurio sconvolto e incazzato come una iena e pochi hanno notato che sotto il casco …..non portava più la sua cuffietta. Fuori dal disastroso locale ad aspettarlo, e a guardia della “Force One” (la bici del Presidente), il teutonico Wolfgang in ferma come un pastore tedesco.

Ora la strada è diventata una lunga, larghissima e interminabile discesa che ci accompagna quasi fino a Roma. Il traffico aumenta, e gli automobilisti romani ci danno fragorosamente il benvenuto suonando clacson a raffica. Una vera sinfonia di benvenuto.

Lasciamo volontariamente la Salaria per salire su via della Marcigliana, una stradina secondaria che si inerpica su una collinetta dove la raccolta differenziata “alla romana” viene praticata con zelo: frigoriferi a destra, divani a sinistra, e a piacimento tutti i ritiuti indiferizzati, più in la anche un camper parcheggiato da anni, con l’edera che ormai fa da antifurto naturale. Qualcuno tra i più “attenti” intuisce che quella collinetta, tra poche ore, diventerà teatro di scambi umani più o meno legali.

Sembra tutto irreale, fuori dal mondo, ma siamo a pochi passi dal centro di Roma. Scendendo tra campi incolti e pecore curiose, ci fermiamo per ammirare il Cupolone, che si staglia a qualche chilometro. È fatta. Siamo a Roma!!!

Il nostro pellegrinaggio è giunto al termine. La soddisfazione è palpabile in ogni sorriso, in ogni sguardo.

Arriviamo in albergo, scarichiamo i bagagli, e telefoniamo al garage convenzionato per bici e furgoni. Ma il guardiano ci risponde stranito: Biciclette? Io non aspetto nessuno. Quelli co’ le bici dovevano arrivare ieri, ma non so’ venuti. Chiamame tra mezz’ora, che adesso chiamo er capo… Dio Bono, io nun so’ niente!

(Questa frase, “chiamo er capo, Dio Bono”, diventerà il tormentone ufficiale del resto del viaggio.)

Andiamo comunque al garage e vediamo un ometto piccolo e magro, con una cuffietta nera in testa (identica a quella “persa” dal presidente), che sgambetta tra un box e l’altro, salta su un’auto per spostarla, e farne uscire un’altra, mentre l’allarme suona. Ve dovete da spostà, Dio bono! Che l’allarme sona che state sotto ar portone!

Alla fine arriva er Capo e lasciamo le nostre amate biciclette nelle mani di… Dio… bono.

Roma, non far la stupida stasera.

Cena alle 21:00 all’Osteria I Faavolosi, che si aspettavano un gruppo di ciclisti immaginando giovani e asciutti sportivi. Invece si trovano davanti un’orda di barbari padani affamati. Con il cameriere (il camerlengo), sosia di Giovanni del famoso trio Aldo Giovanni e Giacomo, riusciamo con un po di insistenza a farci rifare un menu più sostanzioso e tradizionale romano, anche per la sera successiva.

Rientriamo in albergo cercando ovunque una birra… anche al McDonald ma a quell’ora non servono alcolici. Soprattutto ai ciclisti veneti.

Domani è un altro giorno.
E se qualcosa va storto… chiamo er capo, Dio Bono.…
…ma in fondo lo sappiamo: chi pedala con il cuore, prima o poi arriva alla meta, anche se sbaglia strada.

Buonanotte

Continua….



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