Buongiorno amore, esco a fare due Passi…
Un altro giorno, un’altra pagina da scrivere nel libro della nostra storia.

Stamattina, come spesso accade di giovedì, anticipiamo perfino il sorgere del sole. Sveglia alle 4, partenza alle 5. Bici pronta, e borsa con il cambio caricata nel furgone delle meraviglie di Valter.
Si parte, dopo quasi 3 ore di viaggio, da un tranquillo parcheggio accanto alla chiesetta di Le Grazie, un borghetto subito dopo Alleghe. Atmosfera silenziosa, aria frizzante… e un villeggiante a passeggio con il suo cane che ci guarda incuriosito. Da dove venite? da Abano o Montegrotto? Ma come avrà fatto a capire? … era di Monselice Nord.
Ci prepariamo e nel frattempo non riusciamo a toglierci un pensiero che ci ronza in testa da giorni: oggi ci tocca il Passo Fedaia da Caprile, un incubo per chiunque possegga una bicicletta.
Ma prima, la magia.
Siamo diventati famosi soprattutto per il nostro leggendario “terzo tempo“, ma oggi ci siamo superati: grazie alla complicità di un compagno d’infanzia, riscoperto dopo oltre 50 anni, abbiamo regalato al gruppo una sorpresa degna di “Carramba che sorpresa”. Tavola imbandita nel giardino della sua casa di montagna, ristrutturata a regola d’arte: brioches, caffè, biscottini, banane… mancava solo la birra (ma era presto). Il nostro amico? Schiavon Gabriele, geometra in pensione e, colpo di scena, cognato del nostro ignaro Garbato Carletto. Vedi te i casi della vita!






Ma il piacere della tavola e della compagnia non ci distoglie dal destino che ci aspetta.
E così, gambe in spalla, si fa per dire, si parte verso l’inferno: il Fedaia.
La prima parte è, diciamo, umana: dura, sì, ma gestibile. Breve sosta sul ponte che sovrasta la gola dei Serrai di Sottoguda, ora riaperti ma solo ai pedoni (e a pagamento) dopo la devastante tempesta Vaia del 2018 che ha lasciato profonde cicatrici visibili ancora oggi.









Poi arriva la funivia di Malga Ciapela, che ci tenta, con voce suadente come le sirene di Ulisse: “Dai, salite qui, vi porto io in cima”. Ma no, noi resistiamo avvinghiati alla nostra bicicletta, siamo cicloturisti, mica turisti (e basta)!
Curva… e BAM!
Il famigerato “drittone” ci si para davanti: 3 km senza curve, senza pietà, pendenze sempre sopra il 12/13%. Un supplizio fin dalle prime pedalate.








Per non impazzire, mi rifugio nella matematica e faccio due calcoli a mente.
Uso il mio rapporto più agile: 34 davanti e 32 dietro. Ogni giro di pedali = 1,0625 giri della ruota. Ruota da 700x25C, quindi circa 2,105m per pedalata.
Faccio due conti:
3000 metri diviso 2,105m = 1339 pedalate.
Un sospiro di sollievo: 9 ne ho già fatte, me ne restano solo 1330… 😵💫





Finalmente, Capanna Bill segna la fine del drittone, ma non della salita. Arrivano i tornanti. Si sperava fossero un sollievo, ma ogni curva sembra voler strappare un quadricipite, ogni respiro una coltellata ai polmoni.
Poi… lo scollinamento.


















Ce l’abbiamo fatta.
Abbiamo scalato anche il Fedaia, magari non alla velocità di Pantani, ma con la nostra dignità (sudata e ansimante) intatta.







La soddisfazione si legge negli occhi di tutti.
Tutti, tranne uno.
Il presidente.
Sembra ancora confuso, in estasi.
Fissa una parete della Marmolada che si specchia nel lago e sussurra:
“Ragazzi… mi pare di vedere la mia faccia scolpita nella roccia. Come a Mount Rushmore…quella dei quattro presidenti americani scolpiti nella montagna”
Ci avviciniamo.
E sai che c’è? Un po’ gli somiglia davvero.
D’altronde, un presidente così “immodesto” meriterebbe davvero una montagna tutta sua.

















Capitolo 2 – Dal Fedaia al Pordoi… e ritorno glorioso
Dopo qualche foto e qualche posa da modelli da rivista patinata per ciclisti (con casco, occhiali e sudore incluso), è tempo di ripartire. Ci lanciamo nella lunga discesa che ci porterà a Canazei.
Qui si può lasciar scorrere la bicicletta e divertirsi davvero, a meno che tu non sia il Presidente.
Il nostro impavido (ma prudente) leader affronta le discese con la stessa determinazione con cui un gatto affronta l’acqua del fosso: cauto, guardingo e frenando ogni metro. Del resto, visto il ruolo insostituibile che ricopre e l’importanza della sua figura, non possiamo certo rischiare di scolpirne un’altra sulla Marmolada per sostituirlo.
A Canazei, breve sosta tecnica: si riempiono le borracce e via verso la seconda sfida della giornata: il Passo Pordoi.










Anche chi non gliene frega niente della bicicletta conosce il Passo Pordoi. Salita iconica per le mille battaglie tra i più grandi campioni di ciclismo in tutti i tempi.
Niente pendenze assassine come il Fedaia, ma sono pur sempre 12 km al 7% medio. Ognuno sale del proprio passo e come sempre la natura fa il suo corso: si formano gruppetti spontanei, tra chi chiacchiera, chi canta (pochi) e chi sbuffa imprecando piano in veneto antico.
Intanto, qualche nube comincia a strusciarsi sulle cime come un presagio. Il sole scompare, e meno male: a 2000 metri, sotto i suoi raggi, ci saremmo sciolti come le ali di cera di Icaro.
Scollinamento al Passo Pordoi alt. 2239
Lo scollinamento al Pordoi è sempre emozionante. Tanta gente parcheggiata a bordo strada che ti guarda e tu fai finta di non essere stanco per niente, di essere appena salito sulla bicicletta. La foto davanti al monumento al ciclista è ormai un rituale. Sorrisi, pose epiche e qualche smorfia mascherata da “contemplazione del paesaggio”.
















Poi le nubi si fanno scure come il caffè di Gabriele di questa mattina e… la prima goccia! Poi la seconda! Poi la terza!
– Piove, Governo Ladro!
Inseguiti dalla nuvoletta fantozziana, ci lanciamo giù per la discesa. O meglio, gli altri si lanciano, il Presidente frena.
Per pietà e spirito di corpo, Marco decide di restare con lui, a far da angelo custode sperando che non finisca del tutto le pastiglie dei freni.


Arriviamo ad Arabba alla ventesiama goccia anche se il presidente più prudente è riuscito, andando piano, anche a schivarne qualcuna. Dai che l’abbiamo scampata bella.
Al bivio dopo Pieve di Divinallongo, un dilemma da esploratori: Scendiamo per la Digonera sì o no?
– Meglio non tentare la sorte.
Optiamo per il percorso previsto: salitella verso Cernadoi, SR203 e giù fino a Caprile.
L’arrivo al parcheggio è degno di una tappa del Giro: scatti, controscatti, grugniti e colpi di reni.
Alla fine… è ancora lui: il mitico Presidente, che beffa tutti con uno scatto da 500 metri.
Ora, non solo vuole il profilo sulla Marmolada… pretende anche coppa e medaglia!
Il nostro mitico “Terzo tempo”
Le bici sistemate, cambio d’abito, si apre finalmente il sipario sul vero spettacolo della giornata: il Terzo Tempo.
Un tavolo e qualche panca ci aspettano vicino al parcheggio. E come per magia, ecco comparire il gazebo miracoloso dal furgone di Valter, degno dei migliori prestigiatori da sagra a ripararci dai raggi del sole che ora è tornato a splendere e a riscaldare.






Non vi tedierò con l’elenco delle meraviglie passate su quel tavolo, né con l’entusiasmo da animali affamati con cui sono state consumate.
Chi c’era, lo sa.
Chi c’è stato in passato, lo può immaginare.
Chi non è mai venuto, poteva venire.
E a casa… o alla polizia stradale… meglio che non lo sappiano.
P.S. Qualcuno mi ha persino chiesto se si potesse partecipare solo al “Terzo Tempo” saltando tutte le fasi precedenti. Immaginatevi la mia risposta…..








Bravo Flavio! Bellissima cronaca…mi è sembrato di aver fatto il giro assieme a voi.