Nel Regno dei Sette Laghi

Alla ricerca di Nessie dei Mocheni, di draghi volanti tra castelli e valli incantate.

Nel cuore pulsante della Valsugana, tra ombre fitte di boschi antichi e il luccichio misterioso di acque gelide e profonde, un manipolo di temerari ricercatori scientifici e ciclisti del gruppo LE TERME, armati di borracce, curiosità e catene oliate, si è lanciato in un’avventura a metà tra la scienza e la leggenda.

Obiettivo: svelare i segreti del Regno dei Sette Laghi e, perché no, incontrare la famigerata Nessie dei Mocheni, la parente sconosciuta del mostro di Loch Ness, che secondo voci ben poco attendibili (ma decisamente affascinanti) vivrebbe rintanata da secoli nei fondali del Lago di Madrano o in qualche anfratto del Lago di Canzolino ed inoltre sfatare il mito che vorrebbe essere Vetriolo Terme il nido dei draghi che per secoli hanno imperversato nella valle portando paura, distruzione e morte.

Capeggiati dall’intramontabile Prof. Flavio Salmistraro, archeo-ciclista, noto per aver rinvenuto nei Colli Berici una misteriosa grotta con tracce dei “Homo Cyclos Sapiens” (vedi qui la pubblicazione scientifica), i nostri 18 eroi sono partiti da Levico.

La prima missione era quella di scalare la lunga salita (12km) che porta a Vetriolo Terme 1450m s.l.m.. Ma Vetriolo non è solo salita, fatica e silenzi montani. No. Qui, tra le nebbie che si attorcigliano agli abeti e le rocce bagnate dal tempo, aleggia un’antica leggenda e noi siamo qui per svelarla.

Erika, probabilmente nome di fantasia dato da Dr. Valter Dal Furgon a una guida cicloturistica locale incontrata casualmente lungo la salita, ma conosciuta già l’anno scorso negli stessi luoghi, ci narra che, in epoche remote, feroci draghi infestassero la Valsugana, seminando fuoco e paura nei borghi sottostanti. Creature immense, dalle squame bronzee e le ali come vele di tempesta.

Secondo i racconti tramandati dagli anziani mocheni, prosegue Erika, questi draghi non si limitavano a bruciare castelli come quello di Ivano nella Valsugana o il Castel Selva proprio qui sopra Levico, di cui di entrambi rimangono soli i ruderi, erano molto più raffinati. Per mantenere vive le loro fiamme interiori, salivano fin quassù, a Vetriolo, per abbeverarsi alle sorgenti solfureo-ferruginose.

L’acqua ricca di ferro era, per loro, come per noi l’alcol etilico. Più ne bevevano, più sputavano fuoco.

Alcuni dicono che i draghi se ne siano andati. Altri, più attenti, giurano che nelle notti d’estate, se ascolti bene il vento tra gli alberi, puoi sentire ancora un ruggito lontano e un sibilo di fiamma…

Alcuni giovani salgono tutt’oggi a Vetriolo per imitare le mitologiche creature, abbeverandosi alla vicina birreria artigianale e lanciandosi dalla montagna, volteggiando nel cielo della Valsugana con ali colorate sospinte dal vento.

Castel Selva a Levico con drago originale e parapendio.


L’arrivo a Vetriolo

Dopo la lunga e faticosa pedalata in salita verso Vetriolo ci aspetta ora una altrettanto lunga discesa in direzione di Pergine Valsugana. La strada è quasi completamente all’interno di un fitto bosco da cui all’improvviso escono tre caprioli, probabilmente discendenti del Grande Cervo, leggendaria creatura dalle grandi corna di cui si raccontano antiche storie. I tre ungulati attraversano improvvisamente la strada mettendo in apprensione e grave pericolo gli scienziati ciclisti che stavano scendendo ad alta velocità.

Il Castello di Pergine

La sentinella della Valsugana e dei passi alpini

Scesi a valle i nostri intrepidi esploratori ammirano una costruzione austera e affascinante: il Castello di Pergine, in località Fontana. Maestoso e solitario, il maniero domina la valle da secoli come una vecchia e stanca sentinella.

Il castello era posto lungo la Via Claudia Augusta Altinate, antica strada romana che collegava Altino (VE) con Augsburg (DE) passando per Trento e la Valsugana. Funzionava come presidio militare fortificato, con avamposti, soldati, magazzini. Permetteva di controllare merci, pedaggi e spostamenti militari in entrambi i sensi. Un punto chiave per chiunque volesse passare da nord a sud delle Alpi.

Le sue mura millenarie custodiscono echi di epoche romane, scontri medievali, vescovi trentini e nobili tirolesi in lotta per il potere. Ma più di tutto, sussurrano la leggenda di una grande sala segreta, mai ritrovata, dove si dice fosse custodito il vero Trono di Spade. Pare che la fortunata saga televisiva sia nata proprio qui, tra pietre antiche e un vecchio manoscritto trovato sotto una botte di Nosiola: un vino bianco aromatizzato da cui si ricava il pregiato Vino Santo, tipico della Valle dei Laghi.

Pare inoltre che dalle fondamenta del castello partano tunnel sotterranei che portano chissà dove. Qualcuno dice addirittura fino ai laghi, ipotesi che ha fatto brillare gli occhi al Prof. Salmistraro, il quale da sempre sostiene che i sette laghi siano collegati tra loro da profondi ed inesplorati fiumi sotterranei.

La Valle dei Mòcheni

Nel silenzio sospeso della Valle dei Mocheni, dove anche l’eco parla una lingua antica e misteriosa, ecco un cartello: Guat kemmen. Benvenuti nella Valle incantata indica il cartello.

Ma che lingua è, e soprattutto chi sono i Mocheni?
Ecco le risposte dell’esimio Prof. Salmitraro:
I Mocheni sono una minoranza linguistica germanofona che vive in questa valle trentina, chiamata appunto Valle dei Mocheni, o Valle del Fersina. Si stima che la comunità mochena conti circa 1.600-2.000 persone. Sono molto attivi nel mantenere viva la lingua e la cultura: scuole bilingue, segnaletica stradale in doppia lingua, teatro, folklore, e musei etnografici.

Sono i discendenti di coloni tedeschi e bavaresi che si stabilirono lì nel XIII secolo, chiamati dal principato vescovile di Trento per coltivare e sfruttare le miniere di rame e pirite.
Nel tempo si sono isolati geograficamente e culturalmente, sviluppando una lingua unica e mantenendo usanze proprie, diverse sia dal mondo trentino che da quello tirolese.

I Mocheni abitano in quattro comuni principali: Frassilongo (Garait), Palù del Fersina (Palai en Bersntol), Roveda (Oachlait), Fierozzo (Vlarotz), …e comunque se vi perdete su queste strade basta leggere i tanti cartelli:

La loro lingua si chiama Mocheno, o Bersntoler sproch, ed è un idioma germanico arcaico, di base bavarese, molto simile al tirolese medievale.
Non è un dialetto tedesco moderno, ma un vero e proprio relitto linguistico conservato nei secoli, con elementi grammaticali e fonetici antichi che oggi non esistono nemmeno più in Germania. È una lingua riconosciuta ufficialmente in Italia come minoranza linguistica storica tutelata (Legge 482/1999).

Durante la nostra lunga salita nella Valle dei Mocheni il torrente Fersina ci ha accompagnato per tutto il percorso alimentato da rigogliose cascatelle d’aqua che scendevano dalla montagna.

L’incontro con un esemplare mocheno è stato velocissimo tanto che non siamo riusciti a fotografarlo. Una ragazzina, probabilmente sui 13/14 anni, dal visino buffo, tra il folletto e un troll con il casco in testa, guance rosee, orecchie a sventola un nasino a patata, scendeva a grande velocità in bicicletta. Al nostro saluto ha risposto “Griaßt enk!” (vi saluto) con voce squillante e soprattutto con sorriso contagioso a cui non siamo più abituati.

Passo Redebus

I faticosissimi 17 km di salita hanno avuto termine assime alle nostre sofferenze proprio sotto il cartello del Passo a quota 1455m s.l.m., devastato dai soliti stupidi e imbrattanti adesivi. La nostra equipe di ciclisti ricercatori non poteva certo esimersi da documentare il passaggio.


I sette laghi

Non ci resta che scendere verso Bedollo ed entrare nel vivo della nostra ricerca: trovare un collegamento tra i sette laghi e dare una risposta alle tante voci che vedono come protagonista la misteriosa figura di Nessie dei Mocheni, la gemella meno conosciuta mostro di Loch Ness. Voci che se confermate darebbero nuova popolarità al Prof. Salmistraro e al suo gruppo di ricerca e nuovo slancio al turismo locale.

Ma procediamo con ordine. Il primo lago incontrato è il Lago di Piazze (che chiameremo, per comodità, lago n. 1), con la sua spiaggia verde e i tanti vacanzieri intenti a godere della tranquillità e del color cobalto scuro delle sue acque.
Lo sguardo dei ricercatori solca l’orizzonte alla ricerca di mitologiche presenze… anche se qualcuno si lascia distrarre da forme femminili distese a prendere il sole, dimenticando per un istante l’importanza della nostra missione.

Secondo il celebre esperto glaciologo, il Dr. Antonio Della Croce, appena rientrato da un impegnativo viaggio scientifico sulle colline dello Champagne, in Francia, questi laghi hanno origine glaciale e, cosa ancora più intrigante, sarebbero collegati tra loro da gallerie sotterranee naturali, vere e proprie autostrade subacquee per creature sconosciute e, forse… preistoriche.

Non avendo con noi le attrezzature per entrare nelle gallerie sommerse proseguiamo in superficie con le nostre biciclette fino ad arrivare al Lago di Serraia a Baselga di Pinè (che chiameremo lago nr. 2). Anche qui non vengono trovate evidenze della presenza di Nessie dei Mocheni. Il gruppo scientifico viene riconosciuto dai passenti ed è costretto controvoglia a posare per una foto ricordo.

Riprendiamo il nostro cammino scendendo per qualche chilometro dall’altopiano di Pinè fino ad arrivare al Lago di Canzolino (Lago nr. 3) dove un bagnate ignaro del pericolo sta facendo il bagno con il suo cagnolino. Se Nessie fosse nei paraggi potrebbe fare dei due sprovveduti un sol boccone.

Manca all’appello il lago n. 4. Il Lago di Madrano, si trova spostato rispetto alla strada principale, nascosto alla vista da una fitta vegetazione. Percorriamo in piccolo viottolo sterrato per qualche centinaio di metri. Il nostro uomo di colore esperto di campo, il Dr. Paolo Maron, appena rientrato appositamente per la spedizione da un impegnativo viaggio di ricerca durato oltre un mese… nelle cantine del Castelbrando a Cison di Valmarino, ci conferma che l’ambiente di questo piccolo laghetto, soprattutto se collegato in profondità agli altri laghi, potrebbe essere ideale per la sopravvivenza della mitologica creatura.

Tutti scrutano a lungo, con estrema attenzione, la superficie dell’acqua nel tentativo di individuarne la presenza… ma è bastato un solo attimo di distrazione: la bestia è apparsa mentre nessuno se n’è accorto!

Nessie dei Mocheni esiste davvero!!

Per fortuna la fototrappola ha funzionato… e possiamo finalmente mostrarvi la prova dell’esistenza della mitica creatura.

Con il cuore a mille per la grande scoperta che potrebbe sconvolgere il mondo scientifico, ripartiamo in direzione del lago n. 5.
Il Lago di Costa è poco più di una pozza d’acqua, quasi invisibile nel verde della natura, il classico punto dove si abbeverano i cavalli, non quelli alati, che (ufficialmente) non sono mai esistiti, ma quelli veri, a quattro zampe, che, come spesso accade, godono di una corsia preferenziale… soprattutto per il nostro amico Valter Dal Furgon, sempre pronto a relazionarsi con il mondo animale.

Siamo ormai vicini alla meta. Attraversiamo il centro di Pergine Valsugana e risaliamo la provinciale 228 in direzione di Ischia (non l’isola campana) ma un piccolo borgo sulla montagna che divide i due laghi di Levico e Caldonazzo.
Uno strappetto al 16-18% sorprende i nostri ricercatori, che non demordono e lo superano con il sorriso sulle labbra. Per essere onesti era più una smorfia a denti stretti per la fatica. E tutti cercano con lo sguardo truce il Prof. Salmistraro in fondo alla fila autore dell’arduo percorso.

Lo sforzo è ben presto ripagato: davanti a noi si apre la vista dall’alto del lago n. 6, il maestoso Lago di Caldonazzo, il più grande dei sette.
Si estende sotto di noi come uno specchio verde smeraldo, punteggiato da una moltitudine di barche e barchette che lo solcano, lasciando dietro di sé lunghe scie bianche.

Una bella discesa ci porta a Levico, e sull’altro versante della montagna ci attende l’omonimo lago: l’ultimo, il n. 7, della nostra lista. Il Lago di Levico.

Pieni di soddisfazione per la giornata, tra ricerche audaci e imprese sportive, ci rimettiamo in posa per un’ultima foto, scattata da un passante che si è gentilmente offerto (senza sapere il peso dell’onore che si stava assumendo).

Quello scatto, immortalando i protagonisti della clamorosa scoperta, finirà senz’altro su tutte le copertine delle più prestigiose riviste scientifiche.

Rientrati al parcheggio, dove il furgone “LE TERME” e le macchine ci avevano pazientemente atteso fin dal mattino, l’équipe di ricercatori si è riunita attorno a un tavolo per abbozzare il comunicato ufficiale da diramare alla comunità scientifica internazionale, annunciando la clamorosa scoperta.

Per trovare le parole più adatte, è venuto in loro soccorso un fustino di buona birra, due prosecchi, un’anguria, un melone, trentasei panini ripieni di sopressa, mortadella, olive, una valanga di noccioline americane, una crostata di frutta e, per chiudere con dignità, un ottimo caffè.

Al termine del banchetto, tra un ruttino trattenuto e il bicchierino della staffa, il testo e le foto originali di Nessie dei Mocheni sono rimasti sul tavolo, travolti da briciole, macchie di vino e risate.

E così… sono andati perduti per sempre.

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3 thoughts on “Nel Regno dei Sette Laghi”

  1. Ciao indomiti ciclisti, studiosi e ricercatori. Mi avete attribuito conoscenze del mio Trentino che non avevo e di questo vi sono grata.
    Mi avete raccontato storie che non conoscevo, con un’ incredibile dovizia di particolari.
    Il vostro andare in bicicletta è fantastico, comunione di fatica e cultura, che peraltro divulgate coinvolgendo e appassionando chi vi legge.
    Tanta stima e apprezzamento.
    Incontrarvi è stato un piacere, anche se non c’ è stata occasione per avere grandi scambi, a parte con Valter, con cui ho condiviso la salita.
    Grazie, rimarrete un bellissimo ricordo di una giornata che diversamente sarebbe stata “la solita”.
    Un caro saluto a tutti.
    Enrica
    PS. Vi terrò d’ occhio‍♂

    1. Cara Enrica,

      ci hai lasciato senza fiato e questa volta non per una salita al 20%!
      Le tue parole ci hanno commosso e fatto sorridere, proprio come la bella giornata a Levico. È vero, forse non abbiamo avuto il tempo per grandi chiacchiere (a parte Valter, che come sempre conquista anche le cime… e le persone!), ma ci hai lasciato un ricordo sincero e luminoso.
      Saper di aver risvegliato un po’ di “meraviglia trentina” in una trentina vera è per noi motivo d’orgoglio… quasi quanto aver individuato il nascondiglio di Nessie dei Mocheni!
      Pedalare con un pizzico di fantasia, raccontare con il cuore e condividere con chi ci incontra: questa è la nostra formula magica.
      Ti aspettiamo alla prossima tappa del nostro viaggio tra leggenda e realtà (giovedì prossimo faremo la ciclabile da Bassano e saliremo alla Barricata) e se sarai da quelle parti facci un fischio

      Un abbraccio dal gruppo più scientificamente sgangherato delle due ruote:
      L’equipe dei ricercatori-ciclisti LE TERME ‍♀‍♂

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