Lessini orientali

Da bambino mi dicevano che avrei fatto molta strada nella vita.
Nessuno, però, aveva specificato che l’avrei fatta in bicicletta… e per di più in salita.
Robusto dalla nascita, pigro per vocazione, impiegato alla reception di un albero per quarant’anni, cioè allenato a sgambettare solo tra la scrivania e il bancone, mi sono ritrovato a innamorarmi della bici alla soglia della pensione. E se me l’avessero detto solo qualche anno prima non ci avrei mai creduto.

Impressioni di settembre

C’è chi a settembre pensa alla vendemmia, chi alle ferie appena finite,
chi al cambio di stagione, chi ai nipotini da riportare a scuola.
Io, invece, mi sveglio all’alba dei miei quasi settant’anni con un pensiero fisso:
pedalare finché le gambe non inviano un messaggio all’INPS per chiedere la sospensione della pensione.

Era il Giro del Durello ma si è trasformato in un Giro Duro.

E oggi è proprio una di quelle giornate.
Prima nebbia settembrina, temperatura che invita più alla copertina a letto che alla tutina da ciclista. E io mi ritrovo in sella con un programma che suona come una condanna:
Lessini orientali, circa 180 km, 2300 metri di dislivello con rampe che sfiorano il 20%.
Roba che se lo racconti a un medico ti misura la pressione tre volte e ti manda da uno specialista.
E la cosa peggiore? Non posso nemmeno prendermela con nessuno: l’idea è tutta mia.

Ma perché?

Domanda da un milione di dollari.
La risposta non sta nel cronometro, né nella classifica, né, evidentemente, nella ragione.
È qualcosa che vibra sotto la pelle, una specie di follia organizzata:

  • il gusto di sfidare il tempo che passa, come a dire: “Eh, già, io sono ancora qua” (come canta Vasco)
  • l’ebbrezza della fatica pura, quella che brucia i polmoni ma pulisce i pensieri meglio di una seduta dallo psicologo
  • il piacere sottile, sì, quasi masochista, di sentire il corpo urlare mentre la mente bisbiglia: “Ancora un po’, dai…non mollare proprio adesso, dopo la curva vedrai che spiana (bugia clamorosa)”
  • e, ammettiamolo, l’orgoglio di poter raccontare a cena: “oggi ho fatto un giro memorabile”, vedendo gli amici sgranare gli occhi.

C’è qualcosa di infantile in tutto questo.
Pedalare in salita è come giocare con la gravità:
lei spinge giù, tu spingi su.
Lei ha la forza della natura, tu la cocciutaggine dell’uomo che non ha ancora capito come funziona il suo Shimano Di2.
Ogni tornante è un duello con te stesso, ogni respiro una conquista… o un pensiero sommesso rivolto al Garmin che per questione di stile non posso riportare.

E quando finalmente arrivi in cima, sudato, infreddolito e svuotato da ogni briciolo di energia, capisci che il vero premio non è il panorama o lo sguardo complice dei tuoi compagni.
È quella strana gioia che solo la sofferenza volontaria sa regalare:
un miscuglio di stanchezza e gratitudine che non si compra, non si spiega e, soprattutto, non si racconta a chi non va in bicicletta perchè non potrebbe capire. Bisogna salirci sopra, alla bici, lasciarsi mordere i polpacci dalla salita per capirlo appieno.

La cronaca

A questo giro che si preannunciava impegnativo hanno partecipato solo nove ciclisti che meritano di essere menzionati:
Flavio Salmistraro: Il tour leader (lo scrivente)
Valter Gambarato: Valter del Furgon
Paolo Maragotto: Il sommelier che fa da tappo
Mauro Baldan: Il Signore degli Anelli
Mauro De Col: La penna nera
Paolo Maron: L’uomo di colore
Sandro Lazzaretto: L’eroico ciclista
Nicola Doni: #95 (l’ultimo tesserato 2025)
Claudio Crivellaro: The Master Chef

Il percorso si sviluppa, per chi parte da Abano, in circa 165km e 2300m di dislivello in sette salite che, sommate, hanno messo a dura prova la determinazione dei partecipanti.

  • Da Longara la salita di Via Commenda che porta in dorsale
  • Da Sovizzo a Sant’Urbano
  • Da Tezze a Nogarole Vicentino
  • Da Chiampo a Passo Vignaga
  • Da San Giovanni Ilarione a Cattignano
  • Da Costeggiola a Fittà
  • Da Zovon a Teolo

Allontanandoci verso ovest, dalle Prealpi Vicentine fino ai Lessini orientali, ci siamo ritrovati immersi in un mosaico di colline e vigneti. Filari a perdita d’occhio, grappoli gonfi di settembre, un profumo d’uva che ti rincuora più di un gel energetico.

La vendemmia

Qui sono entrati in azione i nostri “agronomi di turno”:
Valter del Furgon e il Maron, l’uomo di colore.
Il gruppo li ha ufficialmente nominati verificatori di maturazione.
Missione compiuta con metodo scientifico:
si assaggia, si commenta, si prende un altro grappolo “per confermare il dato”.
A giudicare dalle facce sorridenti, possiamo affermare che la vendemmia 2025 promette bene.
E poco importa se non era proprio a km zero: casa era a 80 km di distanza, ma il sapore… quello sì, era autentico.

Eroici?

Naturalmente, ogni pedalata ha sempre un retroscena non dichiarato, una specie di “missione segreta” che dà sapore alla fatica.
Questa volta l’obiettivo era nobile: allenare il nostro amico Sandro, già ribattezzato “l’eroico ciclista”, in vista della sua partecipazione alla mitica Granfondo L’Eroica, in programma il prossimo 4 ottobre a Gaiole in Chianti.

Sandro, che di eroico non ha solo le gambe ma anche il cuore, ci ha rassicurati con una promessa che ha immediatamente risollevato il morale del gruppo:

«Ragazzi, se vinco, dividerò i premi, anche quelli in denaro, con tutti voi».

Un gesto generoso, certo…
Peccato che all’Eroica i premi in denaro non esistano e le uniche “ricompense” siano polvere, strade bianche e bicchieri di Chianti.
Ma noi abbiamo deciso di credergli lo stesso: del resto, quando pedali a settembre con le gambe in fiamme, sognare un assegno a fine salita fa sempre bene al cuore.

Epilogo

E stato un giro assolutamente impegnativo che sicuramente ci lascerà un segno sulle gambe per i prossimi 2/3 giorni ma anche un indelebile ricordo nel cuore.

E se qualcuno ci chiederà “ma chi ve lo fa fare?”, sorrideremo.
Perché la risposta, in fondo, è semplice: la fatica è libertà.
E a settembre, quando l’aria profuma di fine estate, quella libertà sa di brina, di sudore e di pura, meravigliosa follia.

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