Passo Fedaia e Passo Pordoi

Buongiorno amore, esco a fare due Passi…

Un altro giorno, un’altra pagina da scrivere nel libro della nostra storia.

Stamattina, come spesso accade di giovedì, anticipiamo perfino il sorgere del sole. Sveglia alle 4, partenza alle 5. Bici pronta, e borsa con il cambio caricata nel furgone delle meraviglie di Valter.

Si parte, dopo quasi 3 ore di viaggio, da un tranquillo parcheggio accanto alla chiesetta di Le Grazie, un borghetto subito dopo Alleghe. Atmosfera silenziosa, aria frizzante… e un villeggiante a passeggio con il suo cane che ci guarda incuriosito. Da dove venite? da Abano o Montegrotto? Ma come avrà fatto a capire? … era di Monselice Nord.

Ci prepariamo e nel frattempo non riusciamo a toglierci un pensiero che ci ronza in testa da giorni: oggi ci tocca il Passo Fedaia da Caprile, un incubo per chiunque possegga una bicicletta.

Ma prima, la magia.

Siamo diventati famosi soprattutto per il nostro leggendario “terzo tempo“, ma oggi ci siamo superati: grazie alla complicità di un compagno d’infanzia, riscoperto dopo oltre 50 anni, abbiamo regalato al gruppo una sorpresa degna di “Carramba che sorpresa”. Tavola imbandita nel giardino della sua casa di montagna, ristrutturata a regola d’arte: brioches, caffè, biscottini, banane… mancava solo la birra (ma era presto). Il nostro amico? Schiavon Gabriele, geometra in pensione e, colpo di scena, cognato del nostro ignaro Garbato Carletto. Vedi te i casi della vita!

Ma il piacere della tavola e della compagnia non ci distoglie dal destino che ci aspetta.
E così, gambe in spalla, si fa per dire, si parte verso l’inferno: il Fedaia.

La prima parte è, diciamo, umana: dura, sì, ma gestibile. Breve sosta sul ponte che sovrasta la gola dei Serrai di Sottoguda, ora riaperti ma solo ai pedoni (e a pagamento) dopo la devastante tempesta Vaia del 2018 che ha lasciato profonde cicatrici visibili ancora oggi.

Poi arriva la funivia di Malga Ciapela, che ci tenta, con voce suadente come le sirene di Ulisse: “Dai, salite qui, vi porto io in cima”. Ma no, noi resistiamo avvinghiati alla nostra bicicletta, siamo cicloturisti, mica turisti (e basta)!

Curva… e BAM!
Il famigerato “drittone” ci si para davanti: 3 km senza curve, senza pietà, pendenze sempre sopra il 12/13%. Un supplizio fin dalle prime pedalate.

Per non impazzire, mi rifugio nella matematica e faccio due calcoli a mente.
Uso il mio rapporto più agile: 34 davanti e 32 dietro. Ogni giro di pedali = 1,0625 giri della ruota. Ruota da 700x25C, quindi circa 2,105m per pedalata.
Faccio due conti:
3000 metri diviso 2,105m = 1339 pedalate.
Un sospiro di sollievo: 9 ne ho già fatte, me ne restano solo 1330… 😵‍💫

Finalmente, Capanna Bill segna la fine del drittone, ma non della salita. Arrivano i tornanti. Si sperava fossero un sollievo, ma ogni curva sembra voler strappare un quadricipite, ogni respiro una coltellata ai polmoni.

Poi… lo scollinamento.

Ce l’abbiamo fatta.
Abbiamo scalato anche il Fedaia, magari non alla velocità di Pantani, ma con la nostra dignità (sudata e ansimante) intatta.

La soddisfazione si legge negli occhi di tutti.
Tutti, tranne uno.

Il presidente.
Sembra ancora confuso, in estasi.
Fissa una parete della Marmolada che si specchia nel lago e sussurra:
“Ragazzi… mi pare di vedere la mia faccia scolpita nella roccia. Come a Mount Rushmore…quella dei quattro presidenti americani scolpiti nella montagna”

Ci avviciniamo.
E sai che c’è? Un po’ gli somiglia davvero.
D’altronde, un presidente così “immodesto” meriterebbe davvero una montagna tutta sua.

Capitolo 2 – Dal Fedaia al Pordoi… e ritorno glorioso

Dopo qualche foto e qualche posa da modelli da rivista patinata per ciclisti (con casco, occhiali e sudore incluso), è tempo di ripartire. Ci lanciamo nella lunga discesa che ci porterà a Canazei.
Qui si può lasciar scorrere la bicicletta e divertirsi davvero, a meno che tu non sia il Presidente.

Il nostro impavido (ma prudente) leader affronta le discese con la stessa determinazione con cui un gatto affronta l’acqua del fosso: cauto, guardingo e frenando ogni metro. Del resto, visto il ruolo insostituibile che ricopre e l’importanza della sua figura, non possiamo certo rischiare di scolpirne un’altra sulla Marmolada per sostituirlo.

A Canazei, breve sosta tecnica: si riempiono le borracce e via verso la seconda sfida della giornata: il Passo Pordoi.

Anche chi non gliene frega niente della bicicletta conosce il Passo Pordoi. Salita iconica per le mille battaglie tra i più grandi campioni di ciclismo in tutti i tempi.

Niente pendenze assassine come il Fedaia, ma sono pur sempre 12 km al 7% medio. Ognuno sale del proprio passo e come sempre la natura fa il suo corso: si formano gruppetti spontanei, tra chi chiacchiera, chi canta (pochi) e chi sbuffa imprecando piano in veneto antico.

Intanto, qualche nube comincia a strusciarsi sulle cime come un presagio. Il sole scompare, e meno male: a 2000 metri, sotto i suoi raggi, ci saremmo sciolti come le ali di cera di Icaro.

Scollinamento al Passo Pordoi alt. 2239

Lo scollinamento al Pordoi è sempre emozionante. Tanta gente parcheggiata a bordo strada che ti guarda e tu fai finta di non essere stanco per niente, di essere appena salito sulla bicicletta. La foto davanti al monumento al ciclista è ormai un rituale. Sorrisi, pose epiche e qualche smorfia mascherata da “contemplazione del paesaggio”.

Poi le nubi si fanno scure come il caffè di Gabriele di questa mattina e… la prima goccia! Poi la seconda! Poi la terza!
– Piove, Governo Ladro!

Inseguiti dalla nuvoletta fantozziana, ci lanciamo giù per la discesa. O meglio, gli altri si lanciano, il Presidente frena.
Per pietà e spirito di corpo, Marco decide di restare con lui, a far da angelo custode sperando che non finisca del tutto le pastiglie dei freni.

Arriviamo ad Arabba alla ventesiama goccia anche se il presidente più prudente è riuscito, andando piano, anche a schivarne qualcuna. Dai che l’abbiamo scampata bella.

Al bivio dopo Pieve di Divinallongo, un dilemma da esploratori: Scendiamo per la Digonera sì o no?
– Meglio non tentare la sorte.
Optiamo per il percorso previsto: salitella verso Cernadoi, SR203 e giù fino a Caprile.

L’arrivo al parcheggio è degno di una tappa del Giro: scatti, controscatti, grugniti e colpi di reni.
Alla fine… è ancora lui: il mitico Presidente, che beffa tutti con uno scatto da 500 metri.
Ora, non solo vuole il profilo sulla Marmolada… pretende anche coppa e medaglia!

Il nostro mitico “Terzo tempo”

Le bici sistemate, cambio d’abito, si apre finalmente il sipario sul vero spettacolo della giornata: il Terzo Tempo.
Un tavolo e qualche panca ci aspettano vicino al parcheggio. E come per magia, ecco comparire il gazebo miracoloso dal furgone di Valter, degno dei migliori prestigiatori da sagra a ripararci dai raggi del sole che ora è tornato a splendere e a riscaldare.

Non vi tedierò con l’elenco delle meraviglie passate su quel tavolo, né con l’entusiasmo da animali affamati con cui sono state consumate.
Chi c’era, lo sa.
Chi c’è stato in passato, lo può immaginare.
Chi non è mai venuto, poteva venire.
E a casa… o alla polizia stradale… meglio che non lo sappiano.

P.S. Qualcuno mi ha persino chiesto se si potesse partecipare solo al “Terzo Tempo” saltando tutte le fasi precedenti. Immaginatevi la mia risposta…..



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Levico, Trento, Bondone, Aldeno, Vigolo Vattaro, Caldonazzo.

Altro bel Giro del Zoba da raccontare!

Giovedì 26 giugno faceva molto caldo (era scoppiata l’afa)

20 anime in missione ciclistica: 18 incalliti pedalatori (di cui due quote rosa), un autista (per l’occasione il nostro uomo di colore che ci ha sopportato con pazienza olimpica), e un fotografo di fama internazionale che con queste temperature non dovrebbe avere difficoltà a metterci a “fuoco” (ed invece….). Al seguito, 9 auto e il mitico furgone di Valter.

Ore 06:00 – Partenza da Abano, occhi ancora impastati di sonno ma pensieri già proiettati alla salita.
Ore 08:00 – Arrivo al BiciGrill di Levico, dove una tazzina di caffè ha rimesso in moto uomini, donne e coronarie.
Ore 08:30 – Partenza in bicicletta verso una prima posa artistica: sosta fotografica sulle sponde del Lago, tutti schierati come alla partenza di una tappa del Giro d’Italia.

Costeggiamo il lago con l’eleganza di una scolaresca in gita, con il presidente, come una Maestra, a dettare l’andatura, poi giù verso Pergine Valsugana e ancora verso Civezzano. Una bella stradina interna individuata dal presidente ci fa entrare in Trento come i trentatre trentini tutti trentatre trotterellando. Sbuchiamo con nostro stupore proprio davanti al Castello del Buonconsiglio e, complice una fontanella d’acqua, ci fermiamo anche per un paio di foto.

Attraversiamo la città con attenzione, fino alla sosta tecnica al bar della funivia Trento-Sardagna che è proprio al ponte sull’Adige: caffè, brioche e toilette. Qualcuno era anche attratto dalla possibilità di utilizzare la telecabina per salire a Sardana evitando così il primo tratto di salita.

Finalmente si parte, ed è subito salita vera. La mitica salita Trento Bondone teatro di epiche battaglie al giro d’Italia ma conosciuta soprattutto per la famosa cronoscalata automobilistica.

17 km di ascesa costante, fortunatamente, vista la giornata bollente, intervallata da numerose fontanelle d’acqua fredda, vere oasi nel deserto d’asfalto. Sarebbero state il “paradiso” del nostro alpino Beppi che purtroppo oggi non è potuto essere presente.

La scalata è lunga e ci vuole pazienza. Naturalmente si sale ognuno del proprio passo. C’è chi preferisce affrontarla da solo in silenzio, altri invece trovano conforto nella compagnia e preferiscono salire ascoltando l’affanno dei compagni (mal comune mezzo gaudio)

In cima, al Passo, ci attende il sollievo del panino e della bibita fresca, consumati con calma quasi ad assaporare assieme al panino anche il magico momento.

Foto di gruppo e poi… giù in discesa verso Garniga Terme (le terme ci seguono ovunque) e Aldeno. Questa discesa è proprio bella, bellissima, lunga, fresca, silenziosa, emozionante. Da gustare, da assaporare con calma, come il primo sorso di birra fresca.

Man mano che si scende la temperatura sale, sale sempre di più, sembra che qualcuno abbia lasciato acceso il riscaldamento.

E infine… scendiamo a valle…l’inferno: la valle tra i meleti roventi è stata ribattezzata “Phon-do-valle”. Qui sudava anche il Garmin e le ruote sembrava fossero sciolte nell’asfalto.

Ma non è finita: attraversiamo il Phon-do-valle arrivando a Mattarello dove facciamo un po’ d’acquagym alla fontana del paese prima di affrontare un’altra salita assassina verso Vigolo Vattaro, dove il sole gioca a fare da microonde. Sono 7 km d’inferno, con un paio di strappetti iniziali mica da ridere, ma anche qui, la fontana d’acqua fredda verso la cima ci salva dal collasso nervoso.

Ok è fatta. Ultimo sforzo verso “Caldo…Nazzo” (sì, anche qui il gioco di parole calza a pennello) dove una discesa finale ci accompagna tra applausi e calore (reale e metaforico) alle nostre roventi auto.

Ed è lì che Valter apre il suo furgone magico: birre, salumi, angurie, panini, e una crostata che avrebbe fatto piangere di gioia (sicuramente) anche Igino Massari.

Insomma un terzo tempo da leoni, con brindisi, risate, racconti esagerati e una soddisfazione collettiva difficile da descrivere… ma che non dimenticheremo presto.

E il pensiero va già alla prossima settimana, dove affronteremo il Passo Fedaia da Caprile e il Passo Pordoi sperando di trovare temperature almeno un po’ più sopportabili.

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Lago di Garda e Lago di Idro

Partenza da Desenzano, puntuali e brillanti, e subito una breve sosta per uno stimolante caffè. Stavolta sarà un Garda atipico, niente Gardesana: troppo traffico, troppa ansia, troppi turisti specialmente in questa stagione. Si opta per la dorsale, tra Polpenazze e Puegnago, con le prime salitelle che sanno già di “non sarà una passeggiata”.

Giù a Cunettone e i tornanti verso la bella Salò. La solita robusta vigilessa era di guardia all’ingresso della zona pedonale lungolago, per cui via dritti senza classica foto sulla passerella. Entriamo in gardesana solo per una quindicina di chilometri che sono sembrati un’eternità per il traffico che ci costringeva spesso a salire sul marciapiede.

Ma poi eccola lì, la tabella che indicava la direzione del Lago di Idro, la vera poesia della giornata: la salita da Gargnano a Navazzo. Sette chilometri panoramici, senza eccessi ma con personalità, di quelli che ti fanno sentire in gamba senza distruggerti le gambe. A ogni tornante la vista del lago dall’alto era un incanto.

Terminata la salita proseguiamo in direzione Valvestino e il suo laghetto artificiale: un luogo tranquillo, quasi mistico… se non fosse stato per un tratto sterrato che ha preteso tutta la nostra attenzione.

Poi altra salita, ancora 7 km, questa volta verso il Passo di San Rocco: qui sì che si sente il fiato corto, ma lo spirito è alto. In cima, respiriamo aria buona e soddisfazione pura.

E poi, finalmente, la lunga discesa al Lago d’Idro, che ci accoglie sulle sue panchine in riva al lago. Qualcuno mangia un panino mentre altri lo dividono con gli anatroccoli del lago.

Ripartenza con panino ancora in fase digestiva, via verso Vestone, Nozza e Barghe, sono solo punti di passaggio prima della nuova salita verso Preseglie, dove ci salva una fontana miracolosa. Davanti all’acqua fresca diventiamo subito bambini e dopo aver messo al riparo i cellulari ci spruzziamo l’acqua fresca a vicenda bagnandoci completamente.

Ma non è ancora finita: si scende ma presto si risale verso Vallio Terme e poi Gavardo in fondo alla valle, e giusto perché mancava un po’ di dislivello saliamo a Soprazocco prima di tornare a rivedere il Garda da Puegnago.

Il finale è tutto un profumo di lago e trionfo: Puegnago, Manerba, Moniga del Garda e infine Desenzano, che ci riaccoglie sudati, stanchi, confusi ma felici e sinceramente soddisfatti.


🍺 Epilogo a modo nostro

Il furgone di Valter si trasforma in un Food Truck in un batter di ciglia e dal nulla spuntano: birra fresca 🍺, prosecco frizzante 🥂 e panini con sopressa 🌭.

Abbiamo fatto un gran bel giro… che ci ha lasciato tutti senza parole.
Anche perché, diciamolo: non si parla a bocca piena.

E con un panino in una mano, un bicchiere nell’altra, e il cuore pieno di curve, laghi e fontane,
ci siamo detti tutto… senza dire niente.

Alla prossima, amici ciclisti.
Sempre più stanchi, sempre più felici.



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ROAD TO ROMA (6° Tappa)

Venerdì 6 giugno 2025

PISTOIA – ABANO (220km – +1300m)

Il risveglio, questa volta, ha un sapore diverso. Questa sarà l’ultima tappa del nostro viaggio e, se da una parte c’è la soddisfazione di essere in vista del traguardo, dall’altra c’è la consapevolezza che sta per finire un bel sogno che non vorresti si concludesse. Anche Paolo sembra più taciturno del solito, ma forse è solo preoccupato per il volo programmato per domani mattina alle 5:00, che lo porterà a Londra per un’intensa settimana di visite alla città.

Oggi ci aspetta la tappa più lunga del viaggio: da Pistoia ad Abano sono circa 220 chilometri, e dovremo armarci di tanta pazienza. Una tappa lunga che sembra facile… ma non finisce mai (mi ricordo perfettamente dello stesso percorso fatto nel 2014 col dottor Ramin di rientro dalla Corsica).

Stesso albergo 11 anni dopo, e quasi gli stessi attori

Uno sguardo fuori dalla finestra. Il cielo è grigio, forse anche lui dispiaciuto che tutto finisca, e una serie di nuvole si addensa sulla montagna che dovremo scalare. “Mah”, penso, “sarà solo umidità del mattino, poi svanirà.”

Chiudo lentamente per l’ultima volta la lunga cerniera della valigia, e si scende a colazione. Le facce sono quelle affamate di sempre, ma è evidente che oggi è una giornata diversa per tutti.

Siamo pronti alla partenza. Arriva anche Monica Squarcina (oggi tocca a lei in bicicletta, mentre Luca, il marito, tornerà col camper). Mi aggiorno sulla situazione della malconcia bicicletta Pinarello di Pasquale: male. Il tecnico ha sostituito il forcellino del cambio, ma non è riuscito a completare il collegamento elettrico. Valter scende dal suo furgone: “Che problema c’è?” Guarda un tutorial su YouTube, telefona a Michael – il nostro meccanico di fiducia ad Abano – e si informa sul da farsi.

Prima di affrontare la salita, che inizia dopo appena 3km, facciamo una pedalata in centro cercando di individuare alla luce del sole i bei monumenti fotografati nella notte da Wolfgang.

Ok ora partiamo davvero, e come dicevo, subito in salita, percorrendo la Statale Porrettana che prevede 13 km circa di ascesa fino al Passo della Collina, a quota 900 m. Una salita pedalabile, costante ma lunga, da affrontare con il proprio ritmo. Monica di Bologna ha deciso di restare nel furgone con Valter, dice per non rallentare il gruppo, ma in realtà ha capito che Valter ha bisogno di un navigatore attento al suo fianco. Pasquale è nel furgone con Fabio, in attesa che Valter decida il destino della sua Pinarello.

C’è molta umidità e, man mano che si sale, le nuvole basse abbassano anche la temperatura. Strano ma vero: fa quasi freddo. La Monica in bicicletta, seguita come un’ombra dal teutonico Wolfgang, prende subito la testa del gruppo e sparisce all’orizzonte. Forse con qualcun altro, ma io sono troppo impegnato a tenere l’ultima posizione nel gruppo per sapere cosa succede davanti.

In salita, si sa, rimanendo da soli, si dà spazio ai pensieri più strani. E così, tra un respiro corto e uno sguardo al cielo, mi è venuto in mente che nel prossimo futuro forse anch’io dovrò chiedere un aiutino alla tecnologia per faticare un po’ meno in salita. Non una e-bike supertecnologia come Pasquale, sia chiaro, ma qualcosa di onesto, a basso costo, possibilmente ecosostenibile… magari anche con un po’ di stile.

Il panorama di Pistoia dall’alto è bellissimo, anche se la foschia ne smussa i contorni. La strada è ampia e l’asfalto accettabile. Si sbuffa e si sale fino ad arrivare alla galleria che ora, rispetto al 2014, è ben illuminata. All’uscita, fine della salita, il gruppo si ricompatta e inizia una lunga discesa verso Porretta Terme (ma questo è proprio il giro delle Terme!).

In discesa, io non ho nessuna difficoltà… sì, ma a rimanere in coda al gruppo. Gli altri si lanciano in quella che per me sarebbe una discesa libera, mentre io, a ogni curva, testo la tenuta dei freni mettendo a dura prova la durata delle pastiglie. Gli altri invece godono del vento in faccia e del brivido della velocità.

Mi è stato raccontato da Carlo di Bologna che Wolfgang scendeva a una velocità molto alta affrontando le curve in modo “temerario”, al punto che lui, pur conoscendo molto bene quel tratto di strada, non si è azzardato a seguirlo da vicino. La cosa che più l’ha stupito è come affrontava le curve: busto eretto, faccia alta e un gran sorriso stampato in volto, felice come un bambino su una giostra che va troppo veloce per i genitori, ma perfetta per chi ha ancora il cuore incosciente.

Tutti ci siamo meravigliati delle prestazioni di Wolfgang Ma forse abbiamo scoperto il segreto del ciclista teutonico. L’altro giorno, da un controllo a sorpresa nella sua camera (alla ricerca di qualche flaconcino sospetto), abbiamo trovato un “pizzino” con la formula segreta delle sue straordinarie prestazioni. Mangia la metà di noi, evitando tutto ciò di cui noi andiamo ghiotti e – per di più – niente birra! Quindi è chiaro che qualcosa di sospetto doveva esserci. Era scritto in tedesco, forse con qualche codice segreto… ma al rientro ad Abano prometto che lo decifrerò, smascherando l’illecito sportivo.

Arriviamo a Porretta Terme, al Bar Roma, ora gestito da una gentile signora di Pechino che parla un emiliano perfetto. Consumiamo il nostro elenco di macchiatoni, decaffeinati, caffè lunghi, corti, macchiati, ecc.

Nel frattempo Valter rompe gli indugi. Scende dal furgone, estrae un treppiedi da meccanico, generatore di corrente, saldatore a stagno e tutta una serie di chiavi e attrezzature – più per far scena (e far vedere che ce le ha) che per reale necessità. Inforca gli occhiali, mette sul tavolo operatorio la Pinarello di Pasquale, che passeggia nervosamente avanti e indietro come se stesse aspettando fuori dalla sala parto il suo primo figlio. Ad assistere Valter in sala operatoria, l’attrezzista Fabio: passa i ferri necessari e asciuga il sudore dalla fronte del “chirurgo”, come la più fidata delle infermiere.

Dopo qualche momento di apprensione – e una pausa teatrale per sottolineare l’attimo – Valter esplode in un più che esplicito:
“Ho finito. È fatta. Come nuova!”
Pasquale, a quelle parole, saltella dalla gioia e monta in sella alla Pinarello per provare il cambio.
FUNN-ZI-OO-NA (come in Franckenstein Junion) . Grande Valter!

Con il gruppo al gran completo, si riparte in direzione Bologna. Alla testa del gruppo Carlo, che conosce bene queste strade, ignorando che il mio percorso prevedeva di evitare la statale e restare nella vecchia Porrettana. Poco male, qui dovremmo guadagnare qualche minuto. Anche l’attraversamento di Bologna viene gestito da Carlo, che gioca in casa.

Stavo intonando la canzone di Lucio Dalla “Disperato erotico stomp”, proprio sulla strofa:

“Girando ancora un poco ho incontrato
Uno che si era perduto
Gli ho detto che nel centro di Bologna
Non si perde neanche un bambino
Mi guarda con la faccia un po’ stravolta
E mi dice ‘Sono di Berlino’”

quando, proprio in quel momento, mi accorgo che, a causa di un paio di semafori e rotonde, eravamo rimasti solo in tre (tre somari e tre…): io, l’alpino Mauro De Col e il garbato Carletto. Proseguiamo ancora un po’ verso Castel Maggiore, ma nessuna traccia del gruppo. Chiamo al telefono, ma non rispondono. Faccio il punto: la cosa migliore è rientrare nella traccia originaria che mi porterà sicuramente a Pegola (subito dopo Altedo), dove abbiamo previsto la pausa pranzo.
Mi chiama Carlo Peroni e gli spiego che siamo sulla Statale Porrettana. Mi risponde: “È impossibile! Non potete essere davanti a noi.”

Ci vediamo a Pegola. Chi arriva ultimo, paga da bere…

Arriviamo a Pegola prima noi e salutiamo Gabriele, il presidente del Pedale Bolognese, che per festeggiare i suoi ciclisti e la nostra gemellata amicizia ha portato ogni ben di Dio… bono!
Anguria fresca, meloni, bibite, prosecco e una mortadella tagliata rigorosamente a grandi cubetti (perché, come dicono i medici, gli affettati fanno malissimo). Dopo un’attesa “interminabile”, arriva anche il gruppo, che dovrà accontentarsi dei nostri “avanzi”. Naturalmente scherzo: roba da mangiare ce n’era fin troppa, ma l’attesa sì, quella è stata davvero “interminabile”😂.

Qui, a parte gli scherzi, dobbiamo veramente ringraziare la grande generosità di Gabriele e del suo Pedale Bolognese, per essere venuti a salutarci in questo modo non scontato e assolutamente molto gradito. Forse, nel caldo e nella stanchezza del momento, non l’abbiamo fatto nel modo dovuto, ma GRAZIE Gabriele, veramente grazie di cuore.

È ora di salutare e ringraziare anche Carlo Peroni per aver condiviso il nostro viaggio, e con un abbraccio quasi commosso salutiamo anche sua moglie Monica Zamboni, che ha dato a tutti una grande lezione affrontando il percorso sempre caparbiamente concentrata, sempre al massimo delle sue possibilità e decidendo di mettere il piede a terra più per non rallentare il gruppo che per una sua reale necessità. Conosciamo tutti personaggi che egoisticamente avrebbero continuato infischiandosene degli altri. Grazie Monica, sei fortissima! Da parte nostra, il massimo riconoscimento e rispetto.

Riprendiamo il cammino sotto il sole cocente. Le montagne sono alle nostre spalle e davanti a noi si estende la grande Pianura Padana, ricca di storie contadine, di lavoro e sudore. All’orizzonte, distorta dal calore che sale dall’asfalto, sembra di intravedere un ciclista con la nostra maglia. Man mano che ci avviciniamo, la figura si fa più nitida. È lui: Sandro Lazzaretto, che abbiamo lasciato da queste parti sette giorni fa quando ci ha accompagnato per un centinaio di chilometri. E’ ancora qui, probabilmente, ha girovagato tutto il tempo senza trovare la strada di casa.

Vieni, Sandro! Hai fame? Sete? Unisciti a noi, che ti riportiamo a casa.

Con Sandro, che per paura di rimanere indietro mantiene costantemente le prime posizioni, entriamo a Ferrara per ammirarne il centro storico, il Duomo, il Castello e il Palazzo dei Diamanti.

Attraversiamo il Po e la sua imponente portata d’acqua come si varca un confine abbandonato tra gli stati europei: senza caselli né dogane, senza niente da dichiarare (un fiorino), e rientriamo nel nostro amato Veneto.

Prossima tappa: Fratta Polesine, dove ammiriamo Villa Badoer, la bella villa palladiana che dà lustro al “triste” paesotto rodigino. Ci rinfreschiamo alla fontana di fianco alla villa e al bar del centro con una bibita fresca.

La meta si avvicina, ma – come sempre – gli ultimi chilometri sembrano dilatarsi. Non finiscono mai (come i famosi rotoloni…). A rincuorarci, ora, anche le sagome dei Colli Euganei che si stagliano all’orizzonte, alzandosi dalla pianura come vecchi amici che ci aspettano a braccia aperte, pronti a farci sudare nuovamente.

L’attraversamento dell’Adige è un altro bel passo avanti, ma abbiamo bisogno di una pausa a Vescovana per arrivare almeno presentabili.
Ecco Monselice, Battaglia Terme, Mezzavia… ci siamo: siamo tornati ad Abano Terme!

Qualcuno vuole che sia io il primo ad entrare in piazza mercato, dove parenti e amici sono venuti a festeggiarci. Uno speaker ci acclama, un interminabile applauso ci accoglie tra sorrisi e pacche sulle spalle. Tanti scatti, video di gruppo. Qualche impressione a caldo da comunicare al microfono, un po’ di imbarazzo per tante attenzioni. In fondo… cos’abbiamo fatto di così straordinario?

Un salto a Roma. E ritorno.

Abbracciamo le nostre signore, salutiamo gli amici rientrati da Roma in treno, a cui restituiamo le bici caricate nei furgoni e che sono curiosi di sapere com’è andata la seconda parte del viaggio (anche per loro ho scritto questo diario).

Oltre al gesto fisico e sportivo, questo lungo viaggio ha avuto una profonda componente spirituale e religiosa, che ognuno di noi ha sicuramente vissuto in modo personale e che custodirà gelosamente nel proprio cuore.

È finita. Siamo consapevoli di essere stati veramente fortunati, il meteo perfetto per tutta la settimana ma sopprattutto nessun incidente, nessuno che si sia fatto male. Il cuore è colmo di gioia e la soddisfazione di aver coronato un sogno è immensa.

Lo sguardo cerca quello dei compagni di viaggio: negli occhi degli altri leggiamo la stessa emozione che ci vibra dentro. Tra noi non servono parole, ci basta un sorriso, un cenno, perché abbiamo condiviso qualcosa che ci ha arricchiti dentro.

Un’esperienza indimenticabile, amplificata dalla consapevolezza della nostra maturità e della forza silenziosa del gruppo.

Grazie di cuore, davvero, a tutti.


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