Giovedì 26 giugno faceva molto caldo (era scoppiata l’afa)
20 anime in missione ciclistica: 18 incalliti pedalatori (di cui due quote rosa), un autista (per l’occasione il nostro uomo di colore che ci ha sopportato con pazienza olimpica), e un fotografo di fama internazionale che con queste temperature non dovrebbe avere difficoltà a metterci a “fuoco” (ed invece….). Al seguito, 9 auto e il mitico furgone di Valter.
Ore 06:00 – Partenza da Abano, occhi ancora impastati di sonno ma pensieri già proiettati alla salita. Ore 08:00 – Arrivo al BiciGrill di Levico, dove una tazzina di caffè ha rimesso in moto uomini, donne e coronarie. Ore 08:30 – Partenza in bicicletta verso una prima posa artistica: sosta fotografica sulle sponde del Lago, tutti schierati come alla partenza di una tappa del Giro d’Italia.
Costeggiamo il lago con l’eleganza di una scolaresca in gita, con il presidente, come una Maestra, a dettare l’andatura, poi giù verso Pergine Valsugana e ancora verso Civezzano. Una bella stradina interna individuata dal presidente ci fa entrare in Trento come i trentatre trentini tutti trentatre trotterellando. Sbuchiamo con nostro stupore proprio davanti al Castello del Buonconsiglio e, complice una fontanella d’acqua, ci fermiamo anche per un paio di foto.
Attraversiamo la città con attenzione, fino alla sosta tecnica al bar della funivia Trento-Sardagna che è proprio al ponte sull’Adige: caffè, brioche e toilette. Qualcuno era anche attratto dalla possibilità di utilizzare la telecabina per salire a Sardana evitando così il primo tratto di salita.
Finalmente si parte, ed è subito salita vera. La mitica salita Trento Bondone teatro di epiche battaglie al giro d’Italia ma conosciuta soprattutto per la famosa cronoscalata automobilistica.
17 km di ascesa costante, fortunatamente, vista la giornata bollente, intervallata da numerose fontanelle d’acqua fredda, vere oasi nel deserto d’asfalto. Sarebbero state il “paradiso” del nostro alpino Beppi che purtroppo oggi non è potuto essere presente.
La scalata è lunga e ci vuole pazienza. Naturalmente si sale ognuno del proprio passo. C’è chi preferisce affrontarla da solo in silenzio, altri invece trovano conforto nella compagnia e preferiscono salire ascoltando l’affanno dei compagni (mal comune mezzo gaudio)
In cima, al Passo, ci attende il sollievo del panino e della bibita fresca, consumati con calma quasi ad assaporare assieme al panino anche il magico momento.
Foto di gruppo e poi… giù in discesa verso Garniga Terme (le terme ci seguono ovunque) e Aldeno. Questa discesa è proprio bella, bellissima, lunga, fresca, silenziosa, emozionante. Da gustare, da assaporare con calma, come il primo sorso di birra fresca.
Man mano che si scende la temperatura sale, sale sempre di più, sembra che qualcuno abbia lasciato acceso il riscaldamento.
E infine… scendiamo a valle…l’inferno: la valle tra i meleti roventi è stata ribattezzata “Phon-do-valle”. Qui sudava anche il Garmin e le ruote sembrava fossero sciolte nell’asfalto.
Ma non è finita: attraversiamo il Phon-do-valle arrivando a Mattarello dove facciamo un po’ d’acquagym alla fontana del paese prima di affrontare un’altra salita assassina verso Vigolo Vattaro, dove il sole gioca a fare da microonde. Sono 7 km d’inferno, con un paio di strappetti iniziali mica da ridere, ma anche qui, la fontana d’acqua fredda verso la cima ci salva dal collasso nervoso.
Ok è fatta. Ultimo sforzo verso “Caldo…Nazzo” (sì, anche qui il gioco di parole calza a pennello) dove una discesa finale ci accompagna tra applausi e calore (reale e metaforico) alle nostre roventi auto.
Ed è lì che Valter apre il suo furgone magico: birre, salumi, angurie, panini, e una crostata che avrebbe fatto piangere di gioia (sicuramente) anche Igino Massari.
Insomma un terzo tempo da leoni, con brindisi, risate, racconti esagerati e una soddisfazione collettiva difficile da descrivere… ma che non dimenticheremo presto.
E il pensiero va già alla prossima settimana, dove affronteremo il Passo Fedaia da Caprile e il Passo Pordoi sperando di trovare temperature almeno un po’ più sopportabili.
Partenza da Desenzano, puntuali e brillanti, e subito una breve sosta per uno stimolante caffè. Stavolta sarà un Garda atipico, niente Gardesana: troppo traffico, troppa ansia, troppi turisti specialmente in questa stagione. Si opta per la dorsale, tra Polpenazze e Puegnago, con le prime salitelle che sanno già di “non sarà una passeggiata”.
Giù a Cunettone e i tornanti verso la bella Salò. La solita robusta vigilessa era di guardia all’ingresso della zona pedonale lungolago, per cui via dritti senza classica foto sulla passerella. Entriamo in gardesana solo per una quindicina di chilometri che sono sembrati un’eternità per il traffico che ci costringeva spesso a salire sul marciapiede.
Ma poi eccola lì, la tabella che indicava la direzione del Lago di Idro, la vera poesia della giornata: la salita da Gargnano a Navazzo. Sette chilometri panoramici, senza eccessi ma con personalità, di quelli che ti fanno sentire in gamba senza distruggerti le gambe. A ogni tornante la vista del lago dall’alto era un incanto.
Terminata la salita proseguiamo in direzione Valvestino e il suo laghetto artificiale: un luogo tranquillo, quasi mistico… se non fosse stato per un tratto sterrato che ha preteso tutta la nostra attenzione.
Poi altra salita, ancora 7 km, questa volta verso il Passo di San Rocco: qui sì che si sente il fiato corto, ma lo spirito è alto. In cima, respiriamo aria buona e soddisfazione pura.
E poi, finalmente, la lunga discesa al Lago d’Idro, che ci accoglie sulle sue panchine in riva al lago. Qualcuno mangia un panino mentre altri lo dividono con gli anatroccoli del lago.
Ripartenza con panino ancora in fase digestiva, via verso Vestone, Nozza e Barghe, sono solo punti di passaggio prima della nuova salita verso Preseglie, dove ci salva una fontana miracolosa. Davanti all’acqua fresca diventiamo subito bambini e dopo aver messo al riparo i cellulari ci spruzziamo l’acqua fresca a vicenda bagnandoci completamente.
Ma non è ancora finita: si scende ma presto si risale verso Vallio Terme e poi Gavardo in fondo alla valle, e giusto perché mancava un po’ di dislivello saliamo a Soprazocco prima di tornare a rivedere il Garda da Puegnago.
Il finale è tutto un profumo di lago e trionfo: Puegnago, Manerba, Moniga del Garda e infine Desenzano, che ci riaccoglie sudati, stanchi, confusi ma felici e sinceramente soddisfatti.
🍺 Epilogo a modo nostro
Il furgone di Valter si trasforma in un Food Truck in un batter di ciglia e dal nulla spuntano: birra fresca 🍺, prosecco frizzante 🥂 e panini con sopressa 🌭.
Abbiamo fatto un gran bel giro… che ci ha lasciato tutti senza parole. Anche perché, diciamolo: non si parla a bocca piena.
E con un panino in una mano, un bicchiere nell’altra, e il cuore pieno di curve, laghi e fontane, ci siamo detti tutto… senza dire niente.
Alla prossima, amici ciclisti. Sempre più stanchi, sempre più felici.
Il risveglio, questa volta, ha un sapore diverso. Questa sarà l’ultima tappa del nostro viaggio e, se da una parte c’è la soddisfazione di essere in vista del traguardo, dall’altra c’è la consapevolezza che sta per finire un bel sogno che non vorresti si concludesse. Anche Paolo sembra più taciturno del solito, ma forse è solo preoccupato per il volo programmato per domani mattina alle 5:00, che lo porterà a Londra per un’intensa settimana di visite alla città.
Oggi ci aspetta la tappa più lunga del viaggio: da Pistoia ad Abano sono circa 220 chilometri, e dovremo armarci di tanta pazienza. Una tappa lunga che sembra facile… ma non finisce mai (mi ricordo perfettamente dello stesso percorso fatto nel 2014 col dottor Ramin di rientro dalla Corsica).
Stesso albergo 11 anni dopo, e quasi gli stessi attori
Uno sguardo fuori dalla finestra. Il cielo è grigio, forse anche lui dispiaciuto che tutto finisca, e una serie di nuvole si addensa sulla montagna che dovremo scalare. “Mah”, penso, “sarà solo umidità del mattino, poi svanirà.”
Chiudo lentamente per l’ultima volta la lunga cerniera della valigia, e si scende a colazione. Le facce sono quelle affamate di sempre, ma è evidente che oggi è una giornata diversa per tutti.
Siamo pronti alla partenza. Arriva anche Monica Squarcina (oggi tocca a lei in bicicletta, mentre Luca, il marito, tornerà col camper). Mi aggiorno sulla situazione della malconcia bicicletta Pinarello di Pasquale: male. Il tecnico ha sostituito il forcellino del cambio, ma non è riuscito a completare il collegamento elettrico. Valter scende dal suo furgone: “Che problema c’è?” Guarda un tutorial su YouTube, telefona a Michael – il nostro meccanico di fiducia ad Abano – e si informa sul da farsi.
Prima di affrontare la salita, che inizia dopo appena 3km, facciamo una pedalata in centro cercando di individuare alla luce del sole i bei monumenti fotografati nella notte da Wolfgang.
Ok ora partiamo davvero, e come dicevo, subito in salita, percorrendo la Statale Porrettana che prevede 13 km circa di ascesa fino al Passo della Collina, a quota 900 m. Una salita pedalabile, costante ma lunga, da affrontare con il proprio ritmo. Monica di Bologna ha deciso di restare nel furgone con Valter, dice per non rallentare il gruppo, ma in realtà ha capito che Valter ha bisogno di un navigatore attento al suo fianco. Pasquale è nel furgone con Fabio, in attesa che Valter decida il destino della sua Pinarello.
C’è molta umidità e, man mano che si sale, le nuvole basse abbassano anche la temperatura. Strano ma vero: fa quasi freddo. La Monica in bicicletta, seguita come un’ombra dal teutonico Wolfgang, prende subito la testa del gruppo e sparisce all’orizzonte. Forse con qualcun altro, ma io sono troppo impegnato a tenere l’ultima posizione nel gruppo per sapere cosa succede davanti.
In salita, si sa, rimanendo da soli, si dà spazio ai pensieri più strani. E così, tra un respiro corto e uno sguardo al cielo, mi è venuto in mente che nel prossimo futuro forse anch’io dovrò chiedere un aiutino alla tecnologia per faticare un po’ meno in salita. Non una e-bike supertecnologia come Pasquale, sia chiaro, ma qualcosa di onesto, a basso costo, possibilmente ecosostenibile… magari anche con un po’ di stile.
Il panorama di Pistoia dall’alto è bellissimo, anche se la foschia ne smussa i contorni. La strada è ampia e l’asfalto accettabile. Si sbuffa e si sale fino ad arrivare alla galleria che ora, rispetto al 2014, è ben illuminata. All’uscita, fine della salita, il gruppo si ricompatta e inizia una lunga discesa verso Porretta Terme (ma questo è proprio il giro delle Terme!).
In discesa, io non ho nessuna difficoltà… sì, ma a rimanere in coda al gruppo. Gli altri si lanciano in quella che per me sarebbe una discesa libera, mentre io, a ogni curva, testo la tenuta dei freni mettendo a dura prova la durata delle pastiglie. Gli altri invece godono del vento in faccia e del brivido della velocità.
Mi è stato raccontato da Carlo di Bologna che Wolfgang scendeva a una velocità molto alta affrontando le curve in modo “temerario”, al punto che lui, pur conoscendo molto bene quel tratto di strada, non si è azzardato a seguirlo da vicino. La cosa che più l’ha stupito è come affrontava le curve: busto eretto, faccia alta e un gran sorriso stampato in volto, felice come un bambino su una giostra che va troppo veloce per i genitori, ma perfetta per chi ha ancora il cuore incosciente.
Tutti ci siamo meravigliati delle prestazioni di Wolfgang Ma forse abbiamo scoperto il segreto del ciclista teutonico. L’altro giorno, da un controllo a sorpresa nella sua camera (alla ricerca di qualche flaconcino sospetto), abbiamo trovato un “pizzino” con la formula segreta delle sue straordinarie prestazioni. Mangia la metà di noi, evitando tutto ciò di cui noi andiamo ghiotti e – per di più – niente birra! Quindi è chiaro che qualcosa di sospetto doveva esserci. Era scritto in tedesco, forse con qualche codice segreto… ma al rientro ad Abano prometto che lo decifrerò, smascherando l’illecito sportivo.
Arriviamo a Porretta Terme, al Bar Roma, ora gestito da una gentile signora di Pechino che parla un emiliano perfetto. Consumiamo il nostro elenco di macchiatoni, decaffeinati, caffè lunghi, corti, macchiati, ecc.
Nel frattempo Valter rompe gli indugi. Scende dal furgone, estrae un treppiedi da meccanico, generatore di corrente, saldatore a stagno e tutta una serie di chiavi e attrezzature – più per far scena (e far vedere che ce le ha) che per reale necessità. Inforca gli occhiali, mette sul tavolo operatorio la Pinarello di Pasquale, che passeggia nervosamente avanti e indietro come se stesse aspettando fuori dalla sala parto il suo primo figlio. Ad assistere Valter in sala operatoria, l’attrezzista Fabio: passa i ferri necessari e asciuga il sudore dalla fronte del “chirurgo”, come la più fidata delle infermiere.
Dopo qualche momento di apprensione – e una pausa teatrale per sottolineare l’attimo – Valter esplode in un più che esplicito: “Ho finito. È fatta. Come nuova!” Pasquale, a quelle parole, saltella dalla gioia e monta in sella alla Pinarello per provare il cambio. FUNN-ZI-OO-NA (come in Franckenstein Junion) . Grande Valter!
Con il gruppo al gran completo, si riparte in direzione Bologna. Alla testa del gruppo Carlo, che conosce bene queste strade, ignorando che il mio percorso prevedeva di evitare la statale e restare nella vecchia Porrettana. Poco male, qui dovremmo guadagnare qualche minuto. Anche l’attraversamento di Bologna viene gestito da Carlo, che gioca in casa.
Stavo intonando la canzone di Lucio Dalla “Disperato erotico stomp”, proprio sulla strofa:
“Girando ancora un poco ho incontrato Uno che si era perduto Gli ho detto che nel centro di Bologna Non si perde neanche un bambino Mi guarda con la faccia un po’ stravolta E mi dice ‘Sono di Berlino’”
quando, proprio in quel momento, mi accorgo che, a causa di un paio di semafori e rotonde, eravamo rimasti solo in tre (tre somari e tre…): io, l’alpino Mauro De Col e il garbato Carletto. Proseguiamo ancora un po’ verso Castel Maggiore, ma nessuna traccia del gruppo. Chiamo al telefono, ma non rispondono. Faccio il punto: la cosa migliore è rientrare nella traccia originaria che mi porterà sicuramente a Pegola (subito dopo Altedo), dove abbiamo previsto la pausa pranzo. Mi chiama Carlo Peroni e gli spiego che siamo sulla Statale Porrettana. Mi risponde: “È impossibile! Non potete essere davanti a noi.”
Ci vediamo a Pegola. Chi arriva ultimo, paga da bere…
Arriviamo a Pegola prima noi e salutiamo Gabriele, il presidente del Pedale Bolognese, che per festeggiare i suoi ciclisti e la nostra gemellata amicizia ha portato ogni ben di Dio… bono! Anguria fresca, meloni, bibite, prosecco e una mortadella tagliata rigorosamente a grandi cubetti (perché, come dicono i medici, gli affettati fanno malissimo). Dopo un’attesa “interminabile”, arriva anche il gruppo, che dovrà accontentarsi dei nostri “avanzi”. Naturalmente scherzo: roba da mangiare ce n’era fin troppa, ma l’attesa sì, quella è stata davvero “interminabile”😂.
Qui, a parte gli scherzi, dobbiamo veramente ringraziare la grande generosità di Gabriele e del suo Pedale Bolognese, per essere venuti a salutarci in questo modo non scontato e assolutamente molto gradito. Forse, nel caldo e nella stanchezza del momento, non l’abbiamo fatto nel modo dovuto, ma GRAZIE Gabriele, veramente grazie di cuore.
È ora di salutare e ringraziare anche Carlo Peroni per aver condiviso il nostro viaggio, e con un abbraccio quasi commosso salutiamo anche sua moglie Monica Zamboni, che ha dato a tutti una grande lezione affrontando il percorso sempre caparbiamente concentrata, sempre al massimo delle sue possibilità e decidendo di mettere il piede a terra più per non rallentare il gruppo che per una sua reale necessità. Conosciamo tutti personaggi che egoisticamente avrebbero continuato infischiandosene degli altri. Grazie Monica, sei fortissima! Da parte nostra, il massimo riconoscimento e rispetto.
Riprendiamo il cammino sotto il sole cocente. Le montagne sono alle nostre spalle e davanti a noi si estende la grande Pianura Padana, ricca di storie contadine, di lavoro e sudore. All’orizzonte, distorta dal calore che sale dall’asfalto, sembra di intravedere un ciclista con la nostra maglia. Man mano che ci avviciniamo, la figura si fa più nitida. È lui: Sandro Lazzaretto, che abbiamo lasciato da queste parti sette giorni fa quando ci ha accompagnato per un centinaio di chilometri. E’ ancora qui, probabilmente, ha girovagato tutto il tempo senza trovare la strada di casa.
Vieni, Sandro! Hai fame? Sete? Unisciti a noi, che ti riportiamo a casa.
Con Sandro, che per paura di rimanere indietro mantiene costantemente le prime posizioni, entriamo a Ferrara per ammirarne il centro storico, il Duomo, il Castello e il Palazzo dei Diamanti.
Attraversiamo il Po e la sua imponente portata d’acqua come si varca un confine abbandonato tra gli stati europei: senza caselli né dogane, senza niente da dichiarare (un fiorino), e rientriamo nel nostro amato Veneto.
Prossima tappa: Fratta Polesine, dove ammiriamo Villa Badoer, la bella villa palladiana che dà lustro al “triste” paesotto rodigino. Ci rinfreschiamo alla fontana di fianco alla villa e al bar del centro con una bibita fresca.
La meta si avvicina, ma – come sempre – gli ultimi chilometri sembrano dilatarsi. Non finiscono mai (come i famosi rotoloni…). A rincuorarci, ora, anche le sagome dei Colli Euganei che si stagliano all’orizzonte, alzandosi dalla pianura come vecchi amici che ci aspettano a braccia aperte, pronti a farci sudare nuovamente.
L’attraversamento dell’Adige è un altro bel passo avanti, ma abbiamo bisogno di una pausa a Vescovana per arrivare almeno presentabili. Ecco Monselice, Battaglia Terme, Mezzavia… ci siamo: siamo tornati ad Abano Terme!
Qualcuno vuole che sia io il primo ad entrare in piazza mercato, dove parenti e amici sono venuti a festeggiarci. Uno speaker ci acclama, un interminabile applauso ci accoglie tra sorrisi e pacche sulle spalle. Tanti scatti, video di gruppo. Qualche impressione a caldo da comunicare al microfono, un po’ di imbarazzo per tante attenzioni. In fondo… cos’abbiamo fatto di così straordinario?
Un salto a Roma. E ritorno.
Abbracciamo le nostre signore, salutiamo gli amici rientrati da Roma in treno, a cui restituiamo le bici caricate nei furgoni e che sono curiosi di sapere com’è andata la seconda parte del viaggio (anche per loro ho scritto questo diario).
Oltre al gesto fisico e sportivo, questo lungo viaggio ha avuto una profonda componente spirituale e religiosa, che ognuno di noi ha sicuramente vissuto in modo personale e che custodirà gelosamente nel proprio cuore.
È finita. Siamo consapevoli di essere stati veramente fortunati, il meteo perfetto per tutta la settimana ma sopprattutto nessun incidente, nessuno che si sia fatto male. Il cuore è colmo di gioia e la soddisfazione di aver coronato un sogno è immensa.
Lo sguardo cerca quello dei compagni di viaggio: negli occhi degli altri leggiamo la stessa emozione che ci vibra dentro. Tra noi non servono parole, ci basta un sorriso, un cenno, perché abbiamo condiviso qualcosa che ci ha arricchiti dentro.
Un’esperienza indimenticabile, amplificata dalla consapevolezza della nostra maturità e della forza silenziosa del gruppo.
La preoccupazione maggiore di tutti i ciclisti “accoppiati” in camera doppia sembra essere una sola: riuscire a dormire se il compagno russa. Personalmente non ho questo problema: mi addormento ancor prima di appoggiare la testa sul cuscino. Russo? Mia moglie dice di sì, Paolo, il mio compagno di stanza non si esprime. Io, sinceramente, non mi sono mai sentito e di notte non mi svegliano neanche le cannonate. Per l’utilizzo del bagno si rispetta rigorosamente l’ordine alfabetico… a meno di necessità impellenti che non ammettono democrazia.
Ormai siamo abituati alla sveglia delle 06:00. L’affiatamento con il compagno di stanza è importante ed è fontamentale sincronizzarsi e muoversi alternativamente per non calpestare biancheria, valigie e zainetti disordinatamente sparsi ovunque. Cavetti di ogni genere, per ricaricare il navigatore, il cellulare, le luci, ecc. spuntano da ogni presa disponibile. La divisa lavata alla viva il parroco nel bidet penzola stancamente ormai asciutta dalla finestra. La stanza sembra un accampamento di nomadi dopo il passaggio di un tornado.
Ributtiamo tutto “ordinatamente” in valigia e scendiamo già in tenuta ciclistica per la colazione, che, come sempre, è abbondante. Pronti per la partenza, c’è ancora il tempo per qualche foto ricordo davanti all’albergo e noto che alla mattina siamo tutti sempre molto più sorridenti rispetto al resto della giornata.
Partiamo ordinatamente in direzione Siena su una bella ciclabile rossa che ci porta a Roselle, importante città commerciale etrusca conquistata poi dai romani ora frazione di Grosseto e sede di un famoso sito archeologico.
Ben presto la strada si inerpica tra boschi magnifici fino a Colombaio, Batignano e Paganico (24 km), che attraversiamo entrando dalla porta principale come un esercito vittorioso… o quasi.
Ora le salite si fanno più dure, e le medie previste dal navigatore vengono smentite da pendenze a doppia cifra. Si sbuffa e si sale su strade di collina semi-deserte, popolate solo da qualche trattore o furgoncino. Tutt’intorno, il paesaggio trasmette serenità: la vegetazione ricopre i monti fino all’orizzonte e, in lontananza, sulle sommità, si intravedono antichi borghi, probabilmente anch’essi poco abitati.
Sulla strada per Casal di Pari la natura chiama Pasquale a fermarsi per una goccia di pipì. Fermo a bordostrada, ammirando il paesaggio, si appoggia la bici alla schiena per avere entrambe le mani libere. Probabilmente scossa da un brivido di troppo del Pasquale l’amata Pinarello, nuova fiammante, cade rovinosamente a terra.
Disgrazia delle disgrazie, tragedia greca in piena Maremma toscana! Con un tonfo secco e un gemito metallico, la Pinarello nuova fiammante di Pasquale crolla al suolo come un cavallo ferito in battaglia con il forcellino del cambio … spezzato di netto. Se fosse davvero un cavallo dovremmo estrarre la pistola e dargli il colpo di grazia. Il silenzio cala tra i presenti come all’attraversamento della Porta Santa. Nessuno osa parlare. Gli sguardi vanno dalla bicicletta a Pasquale, poi di nuovo alla bicicletta. C’è chi trattiene le lacrime, chi cerca invano di ricomporre le frasi e chi già pensa a come raccontare l’episodio senza ridere troppo forte. Pasquale, da gran signore, non impreca, non piange, non si dispera. Resta immobile, come un monaco zen, fissando la sua bici ferita a morte.
Contattiamo Valter, che col furgone è già a Casciano ad attenderci per la pausa caffè. Ma ci dividono 17km, e tocca aspettare. Alcuni di noi intanto proseguono lentamente, mentre i più fedeli, tra cui il genero Luca che ha promesso alla moglie Veronica di non perderlo mai di vista, restano con lo sfortunato anziano ciclista per confortarlo. Il tempo passa tra chiacchiere e prese in giro (affettuose), con Pasquale che rimane impassibile. Si pensa anche di abbandonarlo a bordo strada con un paio di barrette e dei fiammiferi per accendere un fuoco nella notte (opzione subito scartata). Scatta l’SOS: parte anche Fabio, che arriva prima di Valter, il quale nel tentativo di accorciare il tragitto si infila in una mulattiera degna dell’Eroica. Carichiamo Pasquale e bici, proprio in questo ordine nel furgone di Fabio e ripartiamo (naturalmente in salita) per ricongiungerci al gruppo che ci attendeva allo scollinamento.
Ancora colline, ancora salita, ancora boschi… All’improvviso, un forte odore ci investe: ai bordi della strada, un paio di ragazzi “rasta” fumano un cannone (sarà quello l’odore?). Roulotte, auto parcheggiate, sembra un accampamento indiano: molti fumano il calumet della pace. Dall’antico ponte in pietra vediamo, sul greto del fiume, gente a mollo, altri che camminano sull’acqua, uno pare proprio Gesù, e un altro in mutande impegnato in una sorta di rituale di arti marziali con movimenti fluidi e molto coordinati tipo Karate Kid ma probabilmente era Thai-Chi o Qi-Gong.
Insomma, un luogo mistico. Un cartello arrugginito (o corroso dallo zolfo) svela il mistero: siamo alle Terme di Petriolo. Noi di Terme ce ne intendiamo e l’avevamo capito subito e qui ci sentiremmo a casa. Ma la nostra (casa) è ancora lontana, meglio proseguire.
Lasciamo la strada principale e svoltiamo a destra verso Montepescini, sempre in salita. Dopo poco, arriva voce che Monica ha deciso di far compagnia a Valter nel furgone, per evitare che sbagli strada di nuovo. A Casciano arriviamo alle 12:30, con un imbarazzante ritardo sulla tabella di marcia. Niente caffè, ma girano pizzette, panini e bibite fresche. Alla nostra pausa pranzo di Castellina Scalo mancano ancora 37km e di pianura nemmeno l’ombra.
E per fortuna non è pianura! Altrimenti non potremmo godere di questo patrimonio dell’umanità. Le Crete Senesi sono uno spettacolo che il mondo ci invidia. Le torri di Siena sullo sfondo impreziosiscono il quadro generale, colline ondulate dipinte di giallo dal da grano, di verde dei campi, casolari che sembrano principesche regge e cipressi che svettano come sentinelle a protezione di questo patrimonio. Una tavolozza di colori che nemmeno Van Gogh saprebbe stato in grado imitare. La fatica e il caldo? In mezzo a tanta bellezza si sentono meno, ma si sentono.
Passiamo a due passi da Siena e lasciamo il borgo murato di Monteriggioni sulla destra prima di arrivare esausti a Castellina Scalo (93km) per il pranzo e sono da poco passate le 14:00.
Ad accoglierci, oltre ai soliti furgoni, il festoso gazebo di Valter addobbato con bandierine e un cartello: “BUON COMPLEANNO MARON”. Ahhh… ecco cos’era quel confabulare di stamattina! Tutto organizzato a mia insaputa. Dal furgone di Valter spunta un altoparlante che intona “Happy Birthday to you…”. Panini, frutta e oggi anche il dolce per Paolo, che compie i suoi primi 69 anni. Qualcuno sceglie la birra, altri la Coca-Cola, ma c’è anche il prosecco di Paolo (l’acqua rimane sconsoltamente in disparte). AUGURIIIII PAOLO
Nel frattempo Pasquale ha preso appuntamento telefonico con un meccanico Pinarello di Pistoia per rianimare la biciletta ferita a morte…. vedremo domani.
Si riparte. Fortunatamente niente più salite importanti (almeno sulla carta), ma a Pistoia mancano ancora 90 km, mica bruscolini. Uscendo da Castellina Scalo, ci imbattiamo subito in un castello avvolto da ragnatele, tanto da sembrare abitato dal Conte Dracula… o forse da Spiderman, chissà. È il Castiglion Ghinibaldi, un’antica fortezza le cui origini risalgono all’XI secolo. Sorgeva lì per controllare la vicina via Francigena. (le so tutte!!)
Poi via, più veloci della luce… sì, però quella fioca delle candele nella notte, verso Poggibonsi, Certaldo e Castelfiorentino (129 km), dove una sosta gelato-bibita ci ridà vita.
Direzione Empoli, che lasciamo a destra, e poi via verso Vinci, patria di Leonardo l’italico genio e ancora fino a Monsummano Terme. Alla scritta Terme il Presidente, preso da non si sa quale impeto, si lancia in un allungo furioso (forse pensava di essere vicino ad Abano). Solo i più forti tengono la ruota. Risultato? Dopo qualche chilometro, batterie scariche, gambe molli e lingua che striscia sull’asfalto.
Ma il colpo di grazia deve ancora arrivare. La strada scelta per scollinare a Pistoia si rivela massacrante. Una stradina stupenda, in mezzo al nulla… ma sempre in salita. E, come ciliegina, un cartello: “strada interrotta per lavori”. Tornare indietro? Ma nemmeno per sogno. Viene mandato Beppi l’Alpino in avanscoperta. Dopo qualche minuto ci comunica, urlando ad alta voce dalla valle opposta, che si può passare: stanno rifacendo un ponticello, basta scavalcare la recinzione (che ci vuole?).
Superato l’ostacolo qualcuno si ferma a una fontanella mentre altri, preoccupati per l’orario, proseguono. Arriviamo a Pistoia in ordine sparso e con il gruppo diviso. Al Presidente si scarica tutto: gambe, fiato, telefono, navigatore. Senza il suo prezioso contributo individuare la posizione dell’albergo non è stato semplice, ma alla fine tutte le pecorelle entrano all’ovile. Non resta che avvisare il ristorante di non chiudere le cucine. Arriviamo, tardi ma arriviamo…
La trattoria prenotata era talmente anonima che la cercavamo con Google Maps ed eravamo davanti alla porta d’ingresso. Sembrava la sala di un patronato di parrocchiale anni 70, con tanto di perlinato alle pareti e un odore di ragù in sala che non saprei se definire invitante. La cena abbondante, semplice ma buona conferma le tante recenzioni positive visto anche il prezzo turistico proposto.
Dopo cena, Wolfgang e Fabio optano per una passeggiata scioglimuscoli al chiaro di luna nel centro città, regalandoci foto notturne da cartolina.
Nel cortile dell’albergo, i soliti irriducibili si raccolgono sotto le stelle. Chiedono birra al portiere. Non ce n’è. Ma c’è il furgone di Valter, da cui spunta un fustino da 5 litri di birra non filtrata, fresca fresca. Spuntano anche noccioline e tarallucci, e propone di tagliare un salame ma scartiamo immediatamente l’idea. I primi tentativi di aprire il fustino di birra sono tragicomici, ma alla fine lo schiumoso nettare inizia a fluire, riempiendo bicchieri a profusione.
Ben presto, il tono del vociare cresce… e verso l’una, nel buio della notte si apre una persiana dell’albergo. Una voce che tuona in romanesco, che pare famigliare, una voce conosciuta, ma si, sembra proprio lui, Igor, er gnomo der Garage:
– “Aho, mo basta! La dovete smette’ co’ ‘sto casino, ve lo dico! Dio bono, ma che v’avete bevuto er cervello?! Domattina me devo da arza’ pe’ annà a lavorà! Ve lo giuro su mi madre, Dio bono, chiamo er capo… er CAPO dei carabinieri! E ve mando tutti a quer paese… ma pe’ davero, eh! Dio bono … mortacci vostra!”
Per il grande rispetto che tutti noi nutriamo per i lavoratori e per la tappa che ci aspetta domani mattina, alziamo silenziosamente i tacchi ed andiamo a dormire.