ROAD TO ROMA 2025 (4° Tappa)

Mercoledì 4 giugno 2025


ROMA – GROSSETO (206km – +1600m)

La prima cosa che ti viene in mente appena apri gli occhi: Ok, oggi comincia il ritorno e ci aspettano altre tre giornate mica da ridere. Oggi da Roma a Grosseto, domani Grosseto-Pistoia e poi Pistoia-Abano.
Ma procediamo con ordine.

Colazione.
Questa è la nostra seconda prima colazione all’Hotel La Pergola di Roma, per cui sappiamo bene come muoverci e soprattutto cosa arraffare di più.
Usciamo per andare a recuperare le nostre biciclette dal garage, quando arriva Valter incazzato come una iena a cui hanno rubato l’osso. Altro che Roma Ladrona. Arriva anche Fabio, anche lui visibilmente alterato.

Cos’è successo?
Hanno rubato carburante dai serbatoi dei furgoni, lasciati in garage con quasi il pieno: ora sono entrambi sotto la metà.
— Ma siete assolutamente sicuri?
— E come lo dimostriamo?

Andiamo all’autorimessa e oltrepassato il portone suona l’allarme

— Aò, ve levate dar c…. portone?! Dio bono, me sona l’allarmeee, me fate venì ‘n colpo secco!

Mi avvicino e con calma affronto “Er gnomo der garage“, quello lo strano personaggio vestito di nero con la cuffietta, simile alla mia in testa, che zampetta tra le macchine e assomiglia tanto a Igor di Frankenstein Junio, e spiego l’accaduto.

Risposta:
— A bello, ma che stai a scherzà? Qui nun se fanno ‘ste cose, ma che te sei messo in testa? Io so’ qua da quarant’anni, quaranta, capito?! E ‘na cosa così nun s’è mai vista, Dio bono! Mo’ chiamo er capo, vedi un po’ te!
E a uno così, che je dici? E soprattutto che je fai?

Recuperiamo le biciclette e, con soppressi propositi vendicativi, usciamo da Roma dopo aver salutato Mauro Stecca (er Fotografo de fama) e Davide Mingardi che rientreranno in treno come previsto.

Uscire da Roma in bicicletta per arrivare alla costa tirrenica era la mia preoccupazione più grande nel tracciare il percorso. La via più breve sarebbe stata attraversarla… ma con tempi biblici e rischi inimmaginabili. Ho deciso invece di tornare sulla Salaria, puntando verso nord-ovest in direzione Prima Porta.

Scelta azzeccatissima: dopo i primi 6/7 chilometri nel traffico cittadino, ci ritroviamo a percorrere una strada periferica con continui su e giù, ma trafficata in modo “normale”.

L’Olgiata, famoso quartiere periferico di Roma, si rivela un paesotto collinare con viali di pini marittimi, belle villette nascoste dalle sterpaglie e campi coltivati a grano… che fanno tanto paesaggio da Roma Antica.


Proseguiamo in direzione La Giustiniana, Storta, Osteria, Tagliatella. Prendiamo una stradina interna che si addentra nella campagna, tra allevamenti di pecore e piccole aziende agricole. Qualcuno mi fa notare che probabilmente neppure i ciclisti della zona la conoscono.

— Ciò, ma dove ea gheto tirà fora sta stradea

L’asfalto è effettivamente molto rovinato e datato, con buche a profusione. Ho pensato fosse quello originale prodotto dall’incendio di Roma e steso dallo stesso Nerone per proteggere il prezioso selciato in pietra.

Dopo una curva, nascosto da alti canneti, intravediamo il mare. Il Tirreno.
Pochi chilometri ed eccoci a Cerveteri (km 60), dove abbiamo previsto la pausa caffè.
Il Maron ne approfitta per comprare un gratta e vinci. In caso di vincita, giura che sarebbe tornato a casa comodamente seduto sulla slitta di Babbo Natale trainata dalle favolose renne volanti. Poi l’ho visto ancora in bicicletta… quindi presumo non abbia vinto niente.

A Cerveteri Marina imbocchiamo la famosa Via Aurelia, che da Roma risale lo stivale seguendo il profilo della costa occidentale.
In certi punti il mare è proprio lì, accanto a noi. E’ diverso dal nostro Adriatico, ma si muove costantemente con lo stesso moto ondulatorio. Il colore è simile anche se noi siamo abituati alle trasparenze di Sottomarina o a quelle di Rimini (quelli di Bologna).
Arriviamo a Santa Marinella (80km) e ci fermiamo per un paio di foto.


Qui, senza volerlo, scambio la mia bici con quella di Pasquale, che, scoperto il “furto”, ha un momento di mancamento (preludio di quanto sarebbe accaduto il giorno dopo).

Proseguiamo verso Civitavecchia (km 90), dove su uno svincolo un po’ complicato sbaglio strada… e non era possibile rientrare perché in contromano.
Dal gruppo parte una voce:
— “Maron, va avanti ti che te conossi e strade!”
Da non credere.

Con un po’ di pazienza e qualche parolaccia soppressa in gola (soppressa in questo caso non è l’insaccato veneto), rientriamo in traccia e ci lanciamo verso Sant’Agostino (km 98) per la pausa pranzo in uno spazio che all’imbrunire diventa meta di scambisti.

Alla ripartenza ancora qualche chilometro di strade tranquille e dimenticate da Dio… bono, eccoci arrivati all’incubo preannunciato di tutto il viaggio.
La nostra stradina si immette senza preavviso nell’Appia SS1 (E80), che è a tutti gli effetti una superstrada.
Dovremo restarci per circa 20 km.

Qualche giorno prima avevo anche telefonato al comando di polizia del comune di Montalto di Castro per chiedere informazioni su strade alternative o se fosse possibile entrare in E80 con le biciclette.
La gentile operatrice mi ha risposto in modo sibillino (probabilmente era originaria dei qui vicini Monti Sibillini):
— “Non ci sono strade alternative… e ufficialmente non le posso dire che potete entrarci, però mi capisca…”

E allora? Che facciamo? La sorvoliamo richiamando la slitta di Babbo Natale rimasta inattiva dopo il mancato gratta e vinci del Maron?

Entriamo.
Dopo mille raccomandazioni: in fila indiana, mantenendo rigorosamente la destra.
Qualche camion, superandoci, ci saluta con il fragoroso clacson e noi rispondiamo al gentile saluto con un signolile ed ondulato gesto della mano come la Regina Elisabetta.

Dai, tutto bene…. Potrebbe andare peggio.

Come? Potrebbe piovere come nel film “Frankenstein Junior” di Mel Brooks?
No protrebbero esserci dei lavori in corso!

Infatti: per lavori le due carreggiate si uniscono e anche chi viene in senso contrario entra nella nostra!
I nostri autisti, come angeli custodi, ci proteggono a turno mettendosi dietro al gruppo con le quattro frecce lampeggianti come una chioccia con i propri pulcini impauriti.
Credo che il rallentamento che abbiamo causato sia stato menzionato al TG1 delle 20:00.

Finalmente usciamo indenni verso Pescia Fiorentina (km 145).
Siamo in Toscana, e lo si capisce subito dal cambio di vegetazione, ma soprattutto dalle continue salitelle che ci accompagneranno fino a Grosseto.

Dopo lo scampato pericolo in autostrada, ci si ferma per uno Piss-Stop.
Nicola, la new entry (n°95 dei nostri tesserati), è costretto a cambiare il copertoncino posteriore (era nuovo… due anni fa, appena montato), prontamente recuperato dal Maron tra la nostra scorta di materiale di scorta. Carlo, non da meno, rompe il filo del cambio e rimane appiedato. Sale in furgone fino a Capalbio (km 150), che si pavoneggia tra le colline toscale e dove ci aspetta un bel gelato e — su consiglio del garbato Carletto — anche un fresco chinotto che non bevevo dal lontano 1965 (il prossimo, tra altri 60 anni).

Carlo riparte con la bicicletta in furgone di Fabio per cercare a Grosseto un meccanico che ripari il cambio, lasciandoci in ostaggio la moglie Monica (che non vedeva l’ora di liberarsi della zavorra del marito).
Ora la nostra signora bolognese, libera da legami coniugali, si trasforma, pedale in allegria con grande potenza, tanto che pochi di noi riuscivano a tenerne il passo in salita.
Ne è dimostrazione la foto, che diventerà iconica, che ritrae Monica mentre traina in salita tre ciclisti affaticati aggrappati alla sua gloriosa maglia (anche se c’è chi è pronto a scommettere che sia il Presidente a spingere i tre stanchi compagni, ma si sbaglia).

Grazie a Wolfgang per la bella foto che racchiude tutto lo spirito del nostro viaggio

Ammiriamo in “rapida” successione tre bellezze toscane: Marsiliana (km 165), Magliano in Toscana (km 175), e Montiano (km 184).

Vista l’ora modifichiamo leggermente il percorso sul finale, una piccola deviazione per evitare cinque chilometri di statale. Il Maron invece, ligio nel seguire la traccia, la percorre risultando alla fine 200 metri davanti al gruppo che entra in Grosseto.

Entriamo da eroi nella cittadina maremmana, e all’albergo ci aspettano i furgoni… e soprattutto Carlo, preoccupato per la sorte della moglie.
A lui abbiamo raccontato di averla spinta su ogni salita, e come prova portiamo la foto dove effettivamente sembra che siamo noi a spingere… mentre in realtà siamo noi ad essere trainati da lei.
(Piccole bugie… per salvare un matrimonio.)

Il resto è storia: doccia, cena e birra davanti all’albergo.
Fusto di birra finito! Tragedia greca! Game over? Neppure per sogno!

Ho spiegato allo sprovveduto portiere di notte dove avevo visto delle bottiglie di birra nel frigo dei vini in ristorante durante la cena. Risolto!!


Tutto è bene ciò che finisce bene.

Vorrei chiudere con una citazione perché in questa quarta tappa, più che pedalare verso casa, ci siamo lasciati trasformare dal viaggio: dalla pazienza di fronte ai guai, alla solidarietà tra compagni, fino alla mitica maglia di Monica che traina tre uomini in salita. È la strada che ci sta scrivendo addosso la nostra epica personale.

“Non si fa un viaggio. Il viaggio ci fa e ci disfa, ci inventa.”
David Le Breton

A domani. Buonanotte.

Continua…

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ROAD TO ROMA 2025

4 GIORNO A ROMA PER IL GIUBILEO

Martedì 3 giugno 2025

Oggi non si pedala, per fortuna niente salite, ma si sale comunque. Si sale spiritualmente.

Risveglio nella Capitale. C’è chi ha dormito profondamente come un pellegrino arrivato a Compostela, e chi invece ha passato la notte a sentire i rumori del traffico romano chiedendosi se fosse già il Giudizio Universale. Ma l’aria è diversa, lo sentiamo: oggi è il giorno per cui siamo partiti. Il giorno del Giubileo.

Colazione da campioni. Dopo l’astinenza alimentare subita ad Assisi (che qualcuno ha definito “digiuno francescano”), ci rifacciamo con un buffet come Dio comanda (anzio Dio Bono comanda). Cornetti, uova, affettati, yogurt e quell’irrinunciabile caffè che, anche se mediocre, a Roma ha sempre un sapore solenne.

Ore 8:00: appuntamento davanti all’hotel. Salutiamo Simone e Ermanno che devono rientrare a casa. Zainetti sulle spalle, marsupi carichi, cappellini con visiera (niente caschi), scarpe comode e pantaloni lunghi come impone il protocollo d’ingresso in Basilica. Il Presidente, con lo sguardo serio di chi guida anime (e gruppi disordinati), imposta Google Maps e parte in processione verso la stazione metro più vicina: 800 metri che percorriamo in religioso silenzio, rotto solo da commenti su quanto manca. Recuperati i biglietti preventivamente prenotati e pagati on-line scendiamo per tre scale mobili fino al binario.

La Metropolitana di Roma. Per molti è la prima volta. Un mondo sotterraneo dove l’aria sa di metallo e umanità compressa. I ciclisti, abituati all’aria in faccia, si guardano intorno con diffidenza. La porta della carrozza strapiena di passeggri si chiude e si parte. Il nostro uomo di colore (il Maron) allergico a queste situazioni si aggrappa a un palo con lo stesso sguardo di chi affronta una discesa senza freni. Il treno accelera, frena, striscia sulle rotaie. Valter guarda Stecca e gli chiede:
– “Ma ti gheto mai guidà ‘na metropoitana?”
– “No, ma so come se fa.”
Rassicurante, il fatto che non sia veramente lui alla guida. Contiamo con apprensione le fermate che mancano all’arrivo. Le carrozze sono super affollate e i contatti umani (e gli odori) si sprecano. “Attenzione ai borseggiatori” annuncia l’altoparlante e intanto Valter, oggi libero dagli impegni del furgone, famigliarizza con una bellezza locale costringendola all’angolo.

Arriviamo alla fermata OTTAVIANO. Una risalita verso la luce, quasi dantesca. Riveder le stelle è più che un’espressione: ci sentiamo veramente pellegrini che tornano in superficie, un po’ spaesati ma guidati da un flusso inarrestabile di turisti e fedeli. Siamo diretti tutti alla stessa meta.

San Pietro ci aspetta. L’imponenza della piazza, la vastità del colonnato, la cupola che domina il cielo romano: ci sentiamo piccoli e grandi allo stesso tempo.
Il nostro ingresso è prenotato per le ore 11:00, ma ci aggregano (visto che parliamo la stessa lingua) a un gruppo di indonesiani molto sorridenti con cui comunichiamo a gesti e… un inglese improbabile. Ma si fraternizza: il cuore parla più delle lingue.

L’avvicinamento alla Porta Santa. Il Presidente (me tocca fare tutto mi) prende coraggio, si mette davanti e guida una breve preghiera. Il gruppo risponde con un “Prega per noi” che cresce, si unisce, si fa sentire.

Il momento diventa intenso e solenne quando attraversando la Porta Santa ognuno con la propria sensibilità e fede prova a collegarsi con il Signore chiedendo la remissione dei propri peccati. In quel momento c’è qualcosa di vero. Ognuno ha il suo pensiero, la sua colpa, la sua richiesta.

L’ingresso nella maestosità della Basilica di San Pietro con rispetto e con emozione è devastante. Gli occhi si alzano, il cuore rallenta. Affreschi, statue, altari, sepolcri. Ci accoglie sulla destra “La Pietà” di Michelangelo che è quasi commovente se si pensa che mano umana possa essere riuscita a dare queste forme, questa delicatezza, questa umanità a un pezzo grezzo di marmo che diventa carne.  

 

Qualcuno resta ipnotizzato davanti alla tomba di Giovanni Paolo II, semplice ma intensa. È un luogo che parla. Parla anche a chi non crede. Perché in certi posti, si sente il bisogno di ascoltare.

Proseguendo rimaniamo imbambolati nell’ammirare l’altissima volta affrescata che sembra rispendere d’oro. Per noi abituati a semplici chiese di paese o addirittura a cappelle campestri ci sembra immensa. D’altronde se Roma era il Centro del Mondo questo è veramente il centro della Cristianità. Ci vengono alla mente i tanti potenti del mondo che solo qualche giorno fa si sono incontrati qui per il funerale di Papa Francesco che così come noi avranno ammirato questa meraviglia tutta italiana.

Vacanze Romane

Usciamo ordinatamente dal Vaticano, con lo sguardo ancora pieno di bellezza e il cuore che digerisce lentamente tutta la sacralità vissuta. C’è chi resta in silenzio, chi fa foto al colonnato, chi si chiede se la benedizione ricevuta duri almeno fino alla fine del viaggio. Una certezza però l’abbiamo tutti: fa caldo e il caldo fa brutti effetti. Per cui meglio recuperare qualche bottiglietta d’acqua.

Ci dirigiamo verso Castel Sant’Angelo, monumento imponente e misterioso, dove la storia si mescola alla leggenda. Attraversiamo il Ponte degli Angeli: statue, selfie e sguardi che cercano scorci da cartolina. Cellulari che fotografano di continuo, come se temessimo di dimenticare ogni dettaglio.
Oggi siamo turisti a tutti gli effetti, ma con un’anima da pellegrini.

Proseguiamo verso Piazza Navona, che ci accoglie con le sue fontane barocche. Anche qui scattiamo, sorridiamo, respiriamo l’aria densa di storia. Oltre le bancarelle e i bar affollati, riusciamo a intravedere un po’ di romanità vera: un’anziana che discute col vigile, un bambino che rincorre i piccioni, una suora che mangia una coppetta alla fragola. Roma è anche questo. Ci fermiamo anche noi per gustarci una coppetta di gelato.

Si riparte, fincheggiamo Palazzo Madama in direzione Pantheon. Prima però una sosta ai “nasoni”, le celebri fontanelle romane che sputano acqua fresca come se non ci fosse un domani. Riempiamo le borracce come ciclisti assetati a un ristoro della Granfondo.

Il Pantheon ci accoglie con la sua cupola perfetta e l’occhio aperto verso il cielo. Qualcuno azzarda un confronto con la cupola di San Pietro, altri si concentrano su come trovare un po’ d’ombra.

Riprendiamo la marcia, come un gruppo di scout un po’ cresciutelli. Passiamo per Montecitorio e Palazzo Chigi, palazzi e nomi che vediamo quotidinamente al telegiornale, ma che immersi nel centro di questa enorme città diventano quasi parte di essa perdendo importanza. Proseguiamo sempre cercando di non perdere nessuno per strada e il Presidente come un vero Tour Leader vorrebbe innalzare su un’asta la sua famosa cuffietta per farsi seguire dal gruppo (fortunatamente non la trova).

Ma proprio quando il caldo e la fatica della passeggiata romana sembrava aver raggiunto il culmine… ecco l’apparizione: una porchetta in vetrina. Dorata, succulenta, irresistibile. La tentazione è più forte della cultura. Come le sirene per Ulisse, ci attira. Non c’è monumento che tenga.

– Presidente, facciamo un panino?
– Panino? Qui ci vuole un filone intero
.

E così: panino con porchetta e birra per tutti (naturalmente Peroni in onore dell’amico Bolognese Carlo Peroni). La benedizione l’abbiamo già ricevuta stamattina, possiamo anche concederci un momento di lussuria gastronomica.

Poi, finalmente, arriviamo alla Fontana di Trevi. Qui il colpo d’occhio è incredibile. Turisti ovunque, braccia alzate per le foto, monetine che volano nell’acqua con desideri assortiti. Qualcuno del gruppo lancia la sua moneta con la speranza di tornare (ma vista l’età sarà improbabile), mentre ho visto qualcuno dei nostri cercare di prendere al volo le monetine lanciate dagli altri turisti.

Non ci resta che arrivare al Quirinale, prendere un caffè con Sergio (Mattarella), scendere ai Fori Imperiali (da evitare in bicicletta per non forare) e raggingere Altare della Patria e Colosseo.

A parte i tanti antichi “rovinassi” che spero portino via presto, qui l’immersione nella storia è totale, da pelle d’oca, pensare a come deve essere stato questo posto 2000 anni fa. Pasquale e Maron fanno una foto con la statua di un loro campagno di scuola anche se non si ricordano quale sia il cognome e quale il nome; Giulio o Cesare?

Roma è una concentrazione di arte, storia, religiosità che non può essere paraganata a nessun’altra città del mondo. Dobbiamo essere veramente fieri ed orgogliosi di essere nati in questa nazione.

Il Presidente (sempre lui) propone di chiudere la visita romana a Santa Maria Maggiore per una preghiera alla tomba di Papa Francesco. Naturalmente il gruppo si aggrega volentieri e allora via un’altra immersione nella Metrò Romana.

Dopo la toccante visita alla tomba di Papa Francesco ritorniamo a piedi a Roma Termini per riprendere la metro che ci riporterà in albergo. Quasi al capolinea una ragazza che fino a quel momento sembrava assorta in lettura escalma:

“Che belo sentir parlar veneto anca qua a Roma”
“Perchè ti de dove sito cara?
“De Vicensa….”
Non l’avesse mai detto. Ecco che parte tutta una serie esclamazioni: “Noi andiamo sempre sui Berici”, “Conosco Vicenza come le mie tasche”, “Sono stato sul Monte Berico anche la settimana scorsa”. Per fortuna il treno arriva al capolinea e la ragazza si dilegua tra la gente.

Rientriamo in albergo verso le 17:00 per cui abbiamo il tempo di riposare un po’, lavare le divise per i prossimi giorni e con calma fare un aperitivo prima di ritornare all’Osteria i Faavolosi per la seconda volta e stavolta il menù non ammette incertezze.

Salutaimo la partenza di Francesco Cuccato e Davide Buson che rientrano in treno per riprendere domani il loro lavoro. Beati loro a tutti noi spettano altri tre impegnativi giorni di bici per rientrare a casa.

Ma a questo ci penseremo domani…

Buonanotte.

Continua….


 

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ROAD TO ROMA 2025 (3° Tappa)


2 giugno 2025

ASSISI – ROMA (185km 1659m)

Veniamo svegliati prima dell’alba da un boato! Un attentato dinamitardo? No nel furgone di Valter, parcheggiato nel cortile della struttura, scoppia una bottiglia di Coca Cola nel congelatore. Il luogo sacro ha frenato maledizioni ed improperi.

Il brusco risveglio del terzo giorno è comunque un po’ più complicato: i muscoli sono irrigiditi, un dolorino si fa sentire al collo, alle spalle, e il solito fastidioso bruciore al culo. Anche la valigia mostra segni di insofferenza: il suo contenuto non è più ordinato come alla partenza, e cercare qualcosa al suo interno è ormai un’impresa archeologica.
Ieri sera, arrivando tardi in albergo, non ho fatto in tempo a lavare la divisa da ciclista, che mi porterò fino a Roma racchiusa in una busta… insieme a tutta la sua pericolosa flora batterica.

La colazione non è prevista prima delle 7:30: accumuliamo subito ritardo sulla tabella di marcia. Ma, per fortuna, il buffet non è ricco come il giorno prima. La scelta è semplice: cappuccino e brioche, oppure caffè e brioche. Così almeno le operazioni per la colazione sono più rapide.

Partiamo comunque qualche minuto dopo le 8:00, scendendo da una ripida discesa che porta alla chiesetta di San Damiano e al Santuario del Sacro Tugurio di Rivotorto, due luoghi frequentati da San Francesco nel primo periodo della sua predicazione, oggi mete di pellegrinaggio. Ci fermiamo in quest’ultimo per una breve visita e qualche foto.

Da qui inizia il viaggio che ci porterà a Roma, meta del nostro pellegrinaggio, ma ci aspettano circa 180 km sotto un sole cocente (i primi veri caldi della stagione si fanno sentire) e un paio di salite niente affatto banali.

Dopo qualche chilometro di falsopiano arriviamo a Foligno (km 16). Attraversiamo il centro storico, sconvolgendo la quiete della cittadina in questo giorno festivo. Ci fermiamo di fronte alla magnificenza del Duomo di San Feliciano, che con il suo rosone domina la bella piazza medievale.

Uscendo da Foligno imbocchiamo la vecchia Flaminia, e la mente corre indietro nel tempo: viandanti, carri, legioni romane… già 2000 anni fa percorrevano questa strada per arrivare a Roma Caput Mundi. Peccato non avessero ancora inventato la bicicletta: sarebbe stato uno spettacolo vederli pedalare con l’elmo in testa, daga alla cinta e i sandali a sgancio rapido.

Con questi pensieri attraversiamo Trevi (che ci fa subito pensare alla famosa fontana) e arriviamo alle porte di Spoleto (km 43). Qui il bravo Presidente aveva individuato, su Google Maps, un bar in Piazza della Vittoria, perfetto per la nostra sosta. Peccato che fosse chiuso e in ristrutturazione probabilmente dal Giubileo del 1975. Per fortuna, individuiamo subito un chiosco che ci serve caffè e macchiatoni in bicchierini di carta, di qualità decisamente inferiore anche a quelli del mitico food-truck di Valter.

Alla ripartenza, primo incidente: Luca, riprendendo la bicicletta, tocca malauguratamente la Look nuova fiammante di Paolo Maragotto, che cade e si becca una storta al forcellino del cambio. Panico! Tentiamo di raddrizzarlo a mano, con il rischio di romperlo del tutto. Alla fine lo raddrizziamo “alla viva il parroco”: ora il cambio funziona, ma non permette di usare tutti i rapporti. Paolo non si perde d’animo (o forse non mostra il suo vero stato d’animo…) e prosegue indefesso fino a Roma con il cambio malandato con la speranza di trovare un meccanico capace nella capitale.

Lasciamo Spoleto, perla umbra, senza visitare né il Ponte delle Torri né la Rocca Albornoziana, il castello che la domina (conosciuto ai più come il carcere nella fiction Don Matteo).
Rientriamo in salita sulla Flaminia, che sale costantemente fino ai 663 metri del Passo della Somma (km 54), da dove inizia una lunga discesa di 17 km che ci porta quasi senza pedalare fino a Terni (km 73) di cui vediamo solo la periferia, costeggiando la vecchia acciaieria del fiume Nera.

All’altezza dell’ospedale svoltiamo a sinistra per salire verso Marmore, famosa per le sue cascate. La salita è breve (6 km), ma il caldo la rende più dura del previsto. Il gruppo rallenta per aspettare chi resta indietro (io, per esempio). In cima, ci accoglie una fontana d’acqua fresca, benedetta come l’acqua di Lourdes… ma più fresca e senza lunghe code.

Ripartiamo con slancio, ormai sono le 13:00. L’appetito si fa sentire, ma mancano ancora una trentina di chilometri all’appuntamento con il nostro panino. Per fortuna la strada è tutta in falsopiano, bella e spesso ombreggiata. Ma la fatica annebbia la vista: qualcuno scambia la rinnovata linea ferroviaria che scorre li vicino per una pista ciclabile. Viene subito corretto prima di finire in pasto a Trenitalia.

Tra una pedalata, una battuta e una marea di cazzate entriamo vittoriosi a Rieti, ma non troviamo il nostro punto ristoro: si era trasferito per cercare un po’ d’ombra sul lato opposto della città, che dobbiamo attraversare sotto il sole cocente dando prova di molto self control.

Dopo la meritata pausa ripartiamo e sono ormai le 15:00: mancano ancora 80 km a Roma. Entriamo in Salaria, altra gloriosa strada romana, che ovviamente ci accoglie in salita e sotto un sole cocente.
Il Presidente (sempre chi scrive), colto da improvvisi crampi intestinali, si ferma d’urgenza nel primo bar disponibile. Scopre troppo tardi, con orrore, di essere finito nel peggiore dei peggiori bar di Caracas.  Il bar disponeva sì dei servizi ma che di igienici non avevano ne il nome, ne una serratura sulla porta, ne la catenella, ne la carta igienica. Il presidente è uscito dal tugurio sconvolto e incazzato come una iena e pochi hanno notato che sotto il casco …..non portava più la sua cuffietta. Fuori dal disastroso locale ad aspettarlo, e a guardia della “Force One” (la bici del Presidente), il teutonico Wolfgang in ferma come un pastore tedesco.

Ora la strada è diventata una lunga, larghissima e interminabile discesa che ci accompagna quasi fino a Roma. Il traffico aumenta, e gli automobilisti romani ci danno fragorosamente il benvenuto suonando clacson a raffica. Una vera sinfonia di benvenuto.

Lasciamo volontariamente la Salaria per salire su via della Marcigliana, una stradina secondaria che si inerpica su una collinetta dove la raccolta differenziata “alla romana” viene praticata con zelo: frigoriferi a destra, divani a sinistra, e a piacimento tutti i ritiuti indiferizzati, più in la anche un camper parcheggiato da anni, con l’edera che ormai fa da antifurto naturale. Qualcuno tra i più “attenti” intuisce che quella collinetta, tra poche ore, diventerà teatro di scambi umani più o meno legali.

Sembra tutto irreale, fuori dal mondo, ma siamo a pochi passi dal centro di Roma. Scendendo tra campi incolti e pecore curiose, ci fermiamo per ammirare il Cupolone, che si staglia a qualche chilometro. È fatta. Siamo a Roma!!!

Il nostro pellegrinaggio è giunto al termine. La soddisfazione è palpabile in ogni sorriso, in ogni sguardo.

Arriviamo in albergo, scarichiamo i bagagli, e telefoniamo al garage convenzionato per bici e furgoni. Ma il guardiano ci risponde stranito: Biciclette? Io non aspetto nessuno. Quelli co’ le bici dovevano arrivare ieri, ma non so’ venuti. Chiamame tra mezz’ora, che adesso chiamo er capo… Dio Bono, io nun so’ niente!

(Questa frase, “chiamo er capo, Dio Bono”, diventerà il tormentone ufficiale del resto del viaggio.)

Andiamo comunque al garage e vediamo un ometto piccolo e magro, con una cuffietta nera in testa (identica a quella “persa” dal presidente), che sgambetta tra un box e l’altro, salta su un’auto per spostarla, e farne uscire un’altra, mentre l’allarme suona. Ve dovete da spostà, Dio bono! Che l’allarme sona che state sotto ar portone!

Alla fine arriva er Capo e lasciamo le nostre amate biciclette nelle mani di… Dio… bono.

Roma, non far la stupida stasera.

Cena alle 21:00 all’Osteria I Faavolosi, che si aspettavano un gruppo di ciclisti immaginando giovani e asciutti sportivi. Invece si trovano davanti un’orda di barbari padani affamati. Con il cameriere (il camerlengo), sosia di Giovanni del famoso trio Aldo Giovanni e Giacomo, riusciamo con un po di insistenza a farci rifare un menu più sostanzioso e tradizionale romano, anche per la sera successiva.

Rientriamo in albergo cercando ovunque una birra… anche al McDonald ma a quell’ora non servono alcolici. Soprattutto ai ciclisti veneti.

Domani è un altro giorno.
E se qualcosa va storto… chiamo er capo, Dio Bono.…
…ma in fondo lo sappiamo: chi pedala con il cuore, prima o poi arriva alla meta, anche se sbaglia strada.

Buonanotte

Continua….



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ROAD TO ROMA 2025 (2° Tappa)

CESENA – ASSISI (195km +2300m)

Domenica 1 giugno 2025

A Cesena il sole sembra sorgere prima che ad Abano. Forse è solo l’eco delle voci venete nei corridoi dell’albergo a svegliarci all’alba: Valter è già operativo, armeggia sotto la mia finestra nel suo furgone, Pasquale e Luca arrivano carichi di entusiasmo e svegliano probabilmente anche i clienti del terzo piano chiamandoci dal cortile come se stessero cercando la partenza di una granfondo.
Valigia chiusa al volo, giù per la colazione alle 6:30. In condizioni normali ci basterebbe un caffè e un biscotto. Qui invece siamo finiti nel paese dei balocchi: uova e bacon, succhi, cereali, yogurt, brioche, affettati, formaggi, frutta, caffè e cappuccini a volontà. Una trappola ben architettata per ciclisti golosi. Ma noi siamo in “pellegrinaggio”, parola che, da sola, dovrebbe imporre qualche rinuncia.

Il gruppo oggi è al completo: si aggiungono Carlo e Monica da Bologna, Pasquale e Luca, e oggi anche Monica S. pedalerà con noi prima di alternarsi da domani con Luca suo marito alla guida del loro camper.
La tappa di oggi è sulla carta la più tosta: 195 km e oltre 2.300 metri di dislivello. Una roba da professionisti (in pensione).

Il percorso merita un plauso speciale. Studiato scrupolosamente da mesi nei minimi dettagli dal Presidente (cioè io), caricato nei navigatori, è il nostro filo di Arianna digitale. Basta seguirlo senza troppe domande, senza idee alternative, e si arriva sani e salvi. Fidarsi è bene, seguirlo è meglio.

Si parte da Cesena, si sale verso Verghereto, poi su ancora, attraverso l’Appennino, per sconfinare in Toscana e Umbria. La strada è bellissima, asfaltata da poco, ed è piena di ciclisti: c’è in corso una manifestazione ciclistica, a giudicare dal ritmo dei partecipanti che ci sfrecciano accanto ignorando i nostri tentativi di socializzazione.

Attraversiamo Borrello e Mercato Saraceno, dove qualcuno riconosce la temibile salita del Barbotto, già affrontata nella nostra recente Nove Colli. A San Piero in Bagno (alt. 467, km 50) ci concediamo la prima pausa: caffè e macchiatoni come se piovesse (sorprendendo il simpatico barista).

Si riparte in salita, sempre in salita. Il paesaggio diventa via via più montano, la strada danza tra le pieghe delle colline, serpeggiando sotto i piloni della superstrada Ravenna-Orte. Finalmente si arriva al Passo di Montecoronaro (865 m s.l.m.), dove ci ricompattiamo per la classica foto di rito sotto il cartello.

La discesa verso Ville di Montecoronaro è veloce, qualcuno sbaglia al bivio, lanciato come se avesse il traguardo del Tour davanti. Tocca tornare indietro, e in salita, con annessi commenti poco spirituali. Ma il tratto verso Balze è semplicemente magnifico: boschi, silenzio, natura incontaminata. Pochi notano il cartello che indica un ruscello fragoroso. Quello, signori, è il fiume Tevere, ancora in fasce, che ci ritroveremo maestoso a Roma. Dunque dopo Agide e Po abbiamo attraversato anche il terzo fiume più grande d’Italia. Curiosità storica: qui ora siamo in Romagna, ma nel 1923 Mussolini spostò il confine regionale della Toscana per fare in modo che le sorgenti del Tevere cadessero nella sua provincia natale. Ego geologico.

Si scende ancora velocemente, poi si attacca l’ultima salita della mattina: il temuto Valico di Viamaggio (km 93, alt. 983 m). E’ una bella salita con pendenze impegnative ma con un paesaggio mozzafiato. In cima ci attende Fabio, il nostro accompagnatore (ed ex carabiniere), che ha appena placato le ire della barista locale per il presunto abuso di parcheggio. Lei pretendeva clienti, noi… eravamo già stati conquistati dal bar ambulante di Valter, con il suo caffè irrinunciabile.

Dopo il pranzo, una lunga spettacolare discesa con vista sul lago di Montedoglio ci accompagna verso la valle. Si attraversano Sansepolcro, Città di Castello e poi Umbertide (km 150). Qui nessuno vuole caffè, ma gelati, bibite fresche.  

Ripartiamo ed in effetti la temperatura è abbondantemente sopra la media e una fresca salvifica fontanella individuata dall’occhio sempre attendo del nostro Tour Leader (sempre io) ci viene in soccorso. Giochiamo nell’acqua come bambini. Peccato che manchino ancora 50 km.

Con qualche brivido attraversiamo con coraggio Casa del Diavolo (nome poco rassicurante), poi saliamo a Piccione. Doveva essere una salita innocua, ma si rivela più ostica del previsto. I cartelli per Assisi si fanno sempre più frequenti, e ogni chilometro è un incoraggiamento. Fino a che, improvvisamente, la Basilica di San Francesco ci appare davanti, meravigliosa, maestosa, luminosa.

Ci siamo! O meglio… siamo ai piedi della salita che porta ad Assisi.

Arriviamo più tardi del previsto, niente visita prima di cena. La nostra struttura è una casa di preghiera: semplice, silenziosa, perfetta per chiudere questa giornata con uno spirito più… contemplativo. La cena è semplice ma abbondante, e subito dopo si decide: tutti a fare quattro passi in centro.

Assisi ci accoglie come una perla illuminata, affollata di turisti, viva. Una passeggiata, un gelato, una birra, tanti sorrisi. Una seconda giornata magnifica, intensa, condivisa con la nostra bicicletta… e i nostri amici.

Concluderei una citazione perfetta per descrivere l’impresa del giorno: quasi 200 km, 2300 metri di dislivello… ma insieme, passo dopo passo, l’impossibile si fa realtà.

“Cominciate col fare ciò che è necessario,
poi ciò che è possibile.
E all’improvviso vi sorprenderete
a fare l’impossibile.”
🌿 San Francesco d’Assisi

Continua…


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