Ciclostorica delle Terme

24 Maggio 2026: Le Terme alla 1° Ciclostorica delle Terme

Oggi, 24 maggio, è una data che profuma di storia. Per l’Italia intera ricorda l’inizio della Prima Guerra Mondiale e quell’indimenticabile verso” Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio; nella canzone del Piave (fu l’Inno Nazionale Provvisorio dal 1943 al 1946, dopo l’armistizio e prima dell’adozione dell’Inno di Mameli) ; per gli appassionati di ciclismo moderno è spesso il palcoscenico di una tappa cruciale del Giro d’Italia o proprio oggi il giorno della mitica e massacrante Nove Colli di Cesenatico, con migliaia di partenti al via.

Noi del Team LE TERME abbiamo il nostro impegnativo calendario sociale a cui non possiamo sottrarci, ma il 24 maggio era anche il giorno della 1° Ciclostorica delle Terme. Come potevamo noi, ciclisti vintage per definizione, mancare a questo appuntamento da giocare in casa? Impossibile!

Ed ecco che una nutrita rappresentanza del team ha deciso di rispondere all’appello, portando lustro a una manifestazione benefica organizzata in modo magistrale nel cuore del bacino Euganeo. Il regolamento, d’altronde, parla chiaro: per partecipare bisogna cavalcare una bicicletta rigorosamente antecedente al 1987 e indossare un abbigliamento adeguato all’epoca.

Per chi tra noi, come Paolo Maragotto, ha già masticato i polverosi percorsi di Eroiche, Artiche e altre ciclostoriche, è stato un gioco da ragazzi. Nessun problema nemmeno per Sandro Lazzaretto, di cui abbiamo già celebrato le gesta all’ultima Eroica. Per gli altri, invece, l’impresa è cominciata prima ancora di pedalare: rimettere in strada vecchie glorie d’acciaio con le levette del cambio sul telaio, tubolari da incollare o copertoncini strettissimi che sembravano persino affilati, è stato un vero grattacapo. Per non parlare del guardaroba: vecchie maglie di lana (che con il sole di maggio regalano un caldo infernale), berrettini colorati e quei simil-caschi a strisce di pelle che, se malauguratamente cadi, non ti garantiscono proprio nulla se non un brivido retrò.

Alla fine, però, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo recuperato tutto il necessario, caricato il “furgone delle meraviglie” e siamo arrivati con largo anticipo al punto di ritrovo. E quale miglior scelta logistica potevano fare gli organizzatori se non fissare la partenza presso un immenso deposito di birre, vini e liquori? Un segno del destino.

Lì abbiamo dato sfoggio di una grandiosa capacità organizzativa nell’approntare il nostro quartier generale. Piazzato il furgone, abbiamo montato due gazebo, due grandi tavoli con relative panche per il dopocorsa, le bandierine d’ordinanza e l’immancabile striscione “LE TERME”. Senza falsa modestia, crediamo di essere stati il punto di riferimento e l’attrazione visiva per tutti i partecipanti, che ci ammiravano un po’ invidiosi.

Lo start viene dato “puntualmente” alle 08:36 e il variopinto serpentone di maglie di lana, telai cromati e baffi d’altri tempi si è mosso, dando vita a una splendida sfilata di nostalgia e passione. Mi è sembrato di rivedere la partenza della mitica Coppa Cobram nel film “Fantozzi contro tutti” del 1980.

L’attraversamento della Città Termale ha destato molta curiosità tra i “foresti”, incuriositi da questo improbabile gruppo di ciclisti non competitivi, ma con tanto di numero attaccato alla schiena e sulla bicicletta. A proposito di numeri, la sorte ha deciso che io avessi il 49, ma so di gente che ha pagato un profumato supplemento pur di accaparrarsi il numero 69 (Carlo Garbo, per fare nome e cognome).

Nemmeno il tempo di fare qualche chilometro ed è già ora del primo ristoro: caffè e fetta di dolce d’ordinanza. L’accalcamento ricordava molto il primo giorno di ritiro delle pensioni alle Poste, ma la calca ha favorito i contatti umani, permettendoci di legare anche con partecipanti arrivati da fuori regione. Su tutti, le più gettonate sono state due signore in perfetta tenuta anni ’80, con cortissimo gonnellino scozzese, provenienti dalla Franciacorta: il nostro Beppi Sattin ha tentato subito l’approccio, “fraternizzando” a modo suo e piazzandosi saldamente sulla loro scia per tutto il percorso.

Il paesaggio che scorreva davanti ai nostri occhi dev’essere stato di grande fascino per chi visitava la nostra zona per la prima volta; ma anche per noi, procedere a un’andatura così “turistica” è stato un modo per guardare quelle colline con più attenzione e meraviglia. A bordo strada la gente applaudiva, ci incitava (forse ad andare ancora più piano?) e soprattutto ci regalava sorrisi. Ho avuto la netta sensazione di aver strappato un sorriso persino a un albero solitamente triste: un salice piangente..


Ma torniamo alla competizione!! Il premio di “più competitivo del giorno” va senz’altro a Valter Gambarato. Evidentemente ferito nell’orgoglio dopo la debacle di giovedì scorso sul Montello, Valter si è letteralmente trasformato, calandosi nei panni del mai dimenticato Marco Pantani. Stessa bici e medesimi colori della Mercatone Uno, stessa maglia, pur con qualche generoso rigonfiamento all’altezza dell’addome, e bandana d’ordinanza a coprire la testa rasata a zero e lucidata col Sidol. Per non farsi mancare nulla: orecchino d’oro (taroccato) al lobo sinistro e, dulcis in fundo, il tipico pizzetto “alla Pantani” tinto di giallo-ocra-marron (abbiamo evitato di chiedere che prodotto avesse usato per la colorazione). Il tocco di classe? Nelle tasche posteriori un altoparlante trasmetteva a tutto volume il loop delle gesta del Pirata sul Galibier e il leggendario duello con Ullrich, con la radiocronaca dell’epoca di Davide Cassani.

I chilometri sono scivolati via tra il ticchettio dei vecchi rapporti, qualche cambiata ruvida e i paesaggi senza tempo dei nostri Colli Euganei. Il passaggio più impegnativo è stato un tratto piuttosto lungo ricoperto da uno strato di ben dieci centimetri di ghiaia, in cui le affilatissime coperture delle nostre ruote sprofondavano pericolosamente. Personalmente mi sono letteralmente impantanato in questa specie di “ghiaie mobili”: ho lottato furiosamente con la gabbietta dei pedali che non voleva saperne di liberare la scarpa presa in ostaggio e, fortunatamente, sono riuscito a mettere il piede a terra un attimo prima di finire a gambe all’aria. Risultato? Ho praticamente bloccato l’intero gruppo alle mie spalle, costringendo tutti i ciclisti a seguire il mio esempio tra un coro di colorite imprecazioni. Certo, gli organizzatori avrebbero dovuto segnalare meglio un passaggio così insidioso; e invece, con impeccabile tempismo, il cartello di pericolo lo hanno piazzato ben 5 o 6 chilometri dopo… ironia della sorte, proprio in località Giarre!

Ovviamente non sono mancati gli imprevisti tecnici. A un certo punto, uno del gruppo (mi pare fosse proprio il nr. 69 Garbo Carlo) ha rischiato letteralmente di perdere la sella e la verginità, evocando lo spettro fantozziano della Cobram “alla bersagliera”. A salvarlo dal tragico destino ci ha pensato il nostro “uomo di colore”, Paolo Maron: con la sua immancabile borsa degli attrezzi degna del mitico Ispettore Gadget (fumetti vintage), ha fatto magie e in un baleno ha risolto il problema, confermandosi il meccanico ufficiale (e provvidenziale) del team.

Merita una menzione speciale anche il nostro fotografo ufficiale, Mauro Stecca, presente in veste di “imbucato speciale”. Per immortalare l’evento ha deciso di affrontarlo in Mountain Bike, senza iscriversi formalmente alla pur benefica manifestazione. Mauro ci ha sorpassato e rimontato un’infinità di volte alla caccia dello scatto perfetto, trasformandosi però in un vero e proprio pericolo pubblico per noi ciclisti, già alle prese con i freni d’epoca e la guida precaria dei nostri mezzi storici.

L’arrivo e l’attraversamento dello striscione del traguardo è sempre un momento emozionante. Una sistemata alla maglia e al berrettino per essere ordinati nelle foto e poi alzare le braccia al cielo sulla riga è d’obbligo. Io però, per sicurezza e per la poca dimestichezza con la bici d’epoca prestatami da mio cugino Lorenzo Lazzaro (vero appassionato di queste manifestazioni), ho preferito alzare solo il braccio che mi serviva meno per governare la bici, optando saggiamente per il sinistro; proprio per questo, i ragazzi mi hanno affibbiato il simpatico nomignolo di ‘Presidente Previdente’!

Stanchi ma con gli occhi pieni di bellezza, è scattato il momento migliore: il “Terzo Tempo”. Al nostro campo base sono comparsi bibite, birre, prosecco, il piatto di pasta offerto dall’organizzazione, la “Birra degli Eroi” etichettata per l’occasione, la nostra immancabile soppressa, la crostata di frutta e i cubetti di mortadella che sparivano alla velocità della luce, proprio come il formaggio davanti ai topi.

Abbiamo letteralmente creato un angolo di festa nella Festa. Mentre lo speaker di turno continuava a ringraziare sponsor e organizzatori, alternando gli interventi di personaggi politici e imprenditori locali che hanno contribuito alla buona riuscita della manifestazione, la nostra massima concentrazione era tutta rivolta ai nostri tavoli.

L’arrivo degli amici del Team che avevano invece effettuato il classico giro domenicale, e che ci hanno raggiunto solo per il Terzo Tempo, è stata la ciliegina sulla torta. Abbiamo condiviso con loro tutto il buono che avevamo ancora a disposizione, a conclusione di una giornata di sport, amicizia e solidarietà che rimarrà scritta nella storia del nostro gruppo.

Poi, tra sorrisi e arrivederci, abbiamo visto il piazzale svuotarsi progressivamente: tutti i ciclisti se n’erano andati e gli organizzatori hanno cominciato a smontare le strutture, festeggiando il successo dell’evento. Ogni tanto guardavano verso di noi, rimasti gli ultimi baluardi, quasi a voler capire come mai non volessimo andarcene. Il motivo è semplice: le cose belle vanno assaporate e vissute fino all’ultimo minuto perché, come diciamo noi scaramanticamente, “potrebbe sempre essere l’ultima volta”.

Ora, sicuramente avrò dimenticato qualcosa o qualcuno in questo mio lungo resoconto e mi scuso, ma la stanchezza inizia a farsi sentire e mi fermo qui. Sono sicuro, però, che avremo presto altre occasioni per raccontarvi le nostre avventure sui pedali (e non solo). A partire da giovedì prossimo saremo infatti in trasferta per sei giorni sulle colline marchigiane e romagnole… e statene certi, ne avremo delle belle (e delle balle) da raccontare!



…. per Le Terme

HIP HIP HURRA’



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MONTELLO – ASOLO

L’Epopea del Montello e delle Prealpi Asolane


Prefazione

Ci sono giornate in sella che nascono sotto il segno dell’imprevisto, ma che proprio per questo si trasformano in imprese memorabili. Questo racconto non è la semplice cronaca di un’uscita sul Montello: è una vera e prodezza corale, nata dai dettagliati e millimetrici appunti del Dr. Ivano Zaghetto e poi plasmata dalla penna romanzesca del nostro Presidente Narratore.

Tra ruote che danno segni di ubriachezza, mitiche salite conquistate a ritmo di battute taglienti, clamorosi “gialli” d’alta velocità e insospettabili terapie intensive a base di birra e prosecco, vi invitiamo a salire in sella con noi. Perché il ciclismo, nel Team LE TERME, è prima di tutto una straordinaria storia di amicizia, goliardia e passioni condivise.

Buona lettura a tutti.

L’Adunata dei Diciotto e il Primo Presagio

Il sole del 21 maggio incendiava appena l’orizzonte quando diciotto anime e altrettante biciclette si diedero appuntamento nel piazzale dietro il Municipio di Volpago del Montello. I primi a prendere possesso dell’ampio parcheggio furono stranamente Valter e il suo “furgone delle meraviglie”. Uno alla volta arrivarono le altre auto e i rumorosi ciclisti a interrompere la quiete di questa bella mattinata ai piedi del Montello. Siamo pronti, foto di gruppo e via che si parte.

Prima di sfidare l’asfalto, però, la tradizione esigeva il rito propiziatorio del caffè. Fu lì, tra l’aroma delle tazzine e le chiacchiere del mattino, che una parrucchiera locale, già conosciuta l’anno scorso nella medesima occasione, rapita dal fascino magnetico delle nostre divise, pretese uno scatto fotografico: il Team LE TERME entrava così, ufficialmente, nella leggenda del luogo.

Ma gli dèi del ciclismo esigono sempre un tributo. Nemmeno il tempo di agganciare i pedali che il dramma si abbatté sul gruppo. Il buon Davide Buson (nomen omen), con lo sguardo gravato dal peso della sventura, annunciò il più amaro dei verdetti: «Torno a casa. La gomma anteriore, una ‘tubeless’ nuova di trinca, ha ceduto…». Il Buson ha un “buson” nella gomma.

Un brivido corse lungo la schiena del Presidente e dei compagni. Restare in diciassette? Mai. La superstizione ciclistica non lo avrebbe permesso. Fu così che, all’ombra protettrice di un panificio e ignorando i consigli di un passante che, mosso a compassione, indicava una vicina officina, cinque o sei prodi si fecero in quattro. Con la perizia di chirurghi e la forza della disperazione, domarono lo pneumatico ribelle. Il morale del Buson fu tratto in salvo e, finalmente, la flotta salpò col vento in poppa verso Selva del Montello.

La Conquista delle Prese e la ruota “ubriaca”

Il Montello non perdona, ma il Team non arretra. La prima vera sfida si materializzò sotto le sembianze della Presa 10, la mitica Via Murada. Guadagnata la dorsale con il cuore in gola e i polmoni in fiamme, piegammo a destra, per poi gettarci a capofitto verso Giavera lungo i tornanti della Presa 5, la Via degli Alpini.

Una rapida virata a sinistra ed eccoci su Via degli Arditi, in rotta verso Nervesa della Battaglia. Lassù, al cospetto del maestoso Ossario, ci concedemmo una tregua per immortalare il gruppo in una foto d’altri tempi.

Ma il destino bussò di nuovo: la ruota anteriore del buon Buson, maldestramente curata poco prima, aveva ripreso a sussultare vistosamente, preda di un’evidente “ubriachezza” da asfalto. Niente panico: ora i suggerimenti per risolvere il problema si sprecavano. Teorie di meccanici improvvisati e ciclisti di pluriennale esperienza hanno dato il loro apporto. Chi rimaneva ai margini della discussione approvava o disapprovava in silenzio con eloquenti espressioni facciali e minimi movimenti del capo. Grazie a uno sforzo corale e a un prodigioso intervento a più mani, la circonferenza del copertoncino tornò rotonda come il famoso cerchio di Giotto in un battibaleno. La dorsale del Montello era nostra: la percorremmo tutta, d’un fiato, fino a Ciano.

L’Inferno del Mostaccin e i Cavalieri di Asolo

Superate le insidiose e contorte geometrie di Crocetta, Nogarè e Cornuda, dove il mercato settimanale ha cercato di mandare fuori traccia il pur attento Presidente, l’orizzonte si restrinse ai piedi di Maser. Lì ci attendeva il giudice supremo della giornata: la mitica Forcella Mostaccin, affrontata da questo lato per la prima volta.

I rapporti si fecero corti, i muscoli tesi. Tra i battistrada, il monumentale Ivano Zaghetto strinse i denti ed ingaggiò una lotta d’altri tempi contro la gravità, arpionando una leggendaria, quanto inattesa, top ten (forse!) ed inseguendo come un’ombra il redivivo Davide Buson, ormai indistruttibile.

Navigando sulla traccia GPS e seguendo ciecamente la scia del nostro Presidente, la spedizione fece il suo ingresso trionfale ad Asolo. Alla storica e zampillante fontana del centro, il fiero Dr. Zaghetto, con il volto rigato di sudore ma il cuore colmo di gioia, raggiunse gli scalatori d’élite e, con finta nonchalance, domandò: «Da quanto tempo mi aspettate?». La replica del buon Claudio Crivellaro (lo Chef) risuonò come una sferzata d’arguzia: «Eh, abbiamo già fatto tre giri del paese!».

Il dramma a “Porchetta a Manetta” e il giallo di Monfumo

Incredibile ma vero, il Presidente chiede democraticamente se fermarci qui come tradizione o se si preferisse proseguire. Un coro unanime: proseguiamo. Nessun banchetto in piazza, solo un rigenerante sorso d’acqua gelida e via, di nuovo in sella.

Il lento passaggio della nostra imponente carovana davanti al mitico e consueto ritrovo “Porchetta a Manetta” ha scatenato lo sconforto più totale dei gestori: la solita cameriera, non appena ha riconosciuto le divise del Team LE TERME ed ha intuito che non ci saremmo fermati ai suoi tavoli, sopraffatta dall’emozione, si è sciolta in un pianto disperato togliendosi il grembiule!

A monte di Castelcucco la fatica si sciolse di fronte alla bellezza: ci fermammo a contemplare lo stupendo panorama del Tempio del Canova, immersi in un silenzio mistico interrotto solo dal cinguettio di invisibili volatili. Attraversammo poi il centro di Costalunga, un borgo dove il tempo sembrava essersi fermato, a differenza delle nostre ruote che continuavano a girare.

In località Forner di Monfumo, l’idillio rischiò di trasformarsi in un thriller. Il buon Claudio Crivellaro (lo Chef), rapito dal brivido della velocità, si involò in una discesa solitaria verso Monfumo sbagliando strada. «Claudiooooo, Claudioooooo!». Le urla e i richiami a squarciagola di Zaghetto si persero nel profondo della valle. Claudio non sentiva. Fu solo grazie alla prontezza tecnologica di Marco Molini, che lo raggiunse con una telefonata salvifica, che si riuscì a riportarlo all’ovile, mentre il resto della truppa incrociava le dita per scongiurare, di nuovo, lo spettro dei diciassette ciclisti.

La strada ci cullò verso Palazzo Neville e Ca’ Balbi, fino a regalarci il fresco abbraccio boschivo di via Bosco del Fagarè. Ripassate Cornuda e Nogarè, puntammo decisamente verso Ciano del Montello per affrontare l’ultima fatale asperità, l’ultimo “dentin”: la Presa 18, alias via Generale Vittorio Fiorone.

In cima alla dorsale, il conteggio degli uomini rivelò una dolorosa verità: eravamo sedici. Valter Gambarato e l’uomo di colore (il mitico Paolo Maron) erano svaniti nel nulla. Seguirono minuti di febbrile attesa, squilli di telefono e ansia crescente. Poi, come eroi che riemergono dalla nebbia della battaglia, i due desaparecidos riapparvero all’orizzonte. Il gruppo era compatto. Fu subito discesa, fu subito felicità.

L’Epilogo: Il Terzo Tempo

Il falsopiano finale fu una passerella trionfale. Costeggiando il canale che scorre impetuoso ai piedi del Montello giungemmo sereni, radiosi e uniti sul luogo sacro del mitico “Terzo Tempo”.

Qui l’assenza del VicePresidente Pasquale, sempre molto generoso nelle porzioni, ha dato modo al Presidente di essere più conservativo, risparmiando nelle quantità di panini, cubetti di mortadella, birre, bibite varie, prosecco, arachidi e colombe pasquali in aria di scadenza.

Il più provato del gruppo, l’amico Valter, in ritardo di preparazione, sdraiato in poltrona e amorevolmente assistito in “terapia intensiva” con flebo di birra e prosecco, è stato infine dichiarato fuori pericolo dal Primario Salmistraro.

È questo il momento in cui il gruppo da il meglio di se, si fonde tra sorrisi, pacche sulle spalle e tanta amicizia. Lì, tra calici sollevati e promesse di nuove imprese, si è suggellata una giornata che tutti noi del Team LE TERME custodiamo gelosamente nella mente, nel cuore e nell’anima, ma che ci fa immensamente piacere condividere qui con tutti voi.

P.S. Una nota di puro paradosso: proprio in questo giro, in cui non era presente nemmeno una bicicletta elettrica nel gruppo, abbiamo finito per incrociare e scalare così tante “Prese”… che a tutti noi è sembrata proprio una bella presa per il c..o!

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I CACCIATORI DI URAGANI

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PROSSIMAMENTE AL CINEMA

Dimenticate i blockbuster di Hollywood. La vera sfida contro l’apocalisse non si combatte su un set, ma sulle colline venete. È in arrivo nelle migliori sale e su tutte le piattaforme di streaming il film dell’anno: “I CACCIATORI DI URAGANI“.

Una sfida contro il destino

Il destino ha i capelli grigi e il cuore d’acciaio. Un manipolo di temerari (e orgogliosamente attempati) ciclisti del Team Le Terme decide che nessuna previsione meteo può fermare la leggenda. Il “Giro del Zoba” viene anticipato a oggi, martedì 12 maggio, nel disperato tentativo di evitare i tanti temporali previsti per giovedì prossimo. Ma la natura non accetta sfide senza combattere.

Come evitare una tempesta apocalittica ma beccarne un’altra

Sin dai primi colpi di pedale, lo sguardo a ovest incontra un cielo carico d’oscurità, che incombe minaccioso sulla squadra. Arrivati in vista dei Berici, il nero delle nuvole si fa assoluto. La squadra, su suggerimento del prudente Pasquale, tenta una manovra evasiva verso sud, ma la tempesta non si lascia ingannare: un primo, violento scroscio d’acqua punisce l’audacia del gruppo.

Fede, Mercati e Ciliegie

Qualcuno batte in ritirata, ma il nucleo degli impavidi prosegue. Sotto un cielo che alterna sprazzi di blu cobalto a un inquietante “grigio Londra”, i nostri eroi raggiungono Lonigo, dove si fermano al cospetto del Duomo per ringraziare le divinità per lo scampato pericolo…… fino a quel momento.

Rinvigoriti nello spirito, percorrono gli ultimi chilometri per entrare trionfalmente in Soave, fendendo la folla del mercatino settimanale. Il vento di primavera li asciuga, come panni stesi al sole, proprio mentre affrontano l’ascesa a Castelcerino.

Sotto l’influenza tentatrice del nostro uomo di colore (Paolo Maron) e del decano Pasquale, una parte del gruppo si lancia in un’appropriazione indebita di ciliegie a chilometro zero: un piccolo peccato di gola spacciato per ‘carico di zuccheri’ fondamentale prima dell’ultimo atto.

L’ultimo atto: L’uomo contro gli elementi

Il rientro è un’epopea di resistenza. Il vento soffia costantemente in faccia, trasformando ogni metro in una conquista. Sulla salita di Meledo Alta, le prime gocce tornano a battere il ritmo. Qui, dominando gli elementi che infuriano, la robusta e solitaria sagoma del Presidente, scollina con un “imbarazzante ritardo”, atteso dalla pazienza infinita dei suoi generosi compagni.

Dopo l’ultima fatica del Cereo, perché, come dice il saggio Pasquale con accento veneto-abruzzese, “il giro no ze beo se non femo anca el sereo“ , la battaglia finale ha inizio.

Il finale: L’animale isolato

Mentre ad Abano i guerrieri del Team guadagnano i loro rifugi uno alla volta, il destino riserva al Presidente l’atto finale più brutale. A Mezzavia, la trappola si chiude: il temporale lo sovrasta come una belva affamata che ha isolato l’esemplare più prezioso dal branco.

Non è più una pedalata, è una lotta per la sopravvivenza. Le raffiche di vento laterale schiaffeggiano la bici cercando di scaraventarla nei fossi ormai colmi, mentre l’acqua trasforma l’asfalto in una scivolosa lingua di specchi neri. Come un capitano in mezzo a una tempesta perfetta, il Presidente sfida il muro d’acqua che gli nega il respiro. Ogni colpo di pedale è un atto di pura volontà contro la forza bruta della natura che tenta di minare fisico e spirito.

In un montaggio frenetico tra lampi che squarciano il cielo e il rombo dei tuoni che deflagrano tutt’attorno, l’eroe intravede finalmente il miraggio: la serranda del garage. Con un’ultima, disperata volata contro il muro di pioggia, riesce a infilarsi al sicuro un istante prima che l’apocalisse si scateni definitivamente all’esterno.

Post Scriptum: Peccato che nessuno possa confermare quest’ultima parte della storia, ma vi assicuro che è la pura verità… o quasi! In fondo, ogni grande regista sa che tra la realtà e la leggenda, è sempre meglio pubblicare la leggenda.

NON PERDETE L’EVENTO CINEMATOGRAFICO DELLA STAGIONE.

Un film dove la fatica è vera, l’acqua è tanta e la gloria… è bagnata, ma eterna.



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IL POETA E’ TORNATO

Mi avete chiesto in molti: “Flavio, perché non scrivi più? Dove sono finiti i fantastici resoconti delle nostre interminabili pedalate?”

A tutti ho risposto con onestà. Per scrivere serve entusiasmo, servono motivazioni e, soprattutto, serve quel sorriso che trasforma una pedalata in una storia. Anche a causa di una sempre più scarsa condizione fisica, le mie uscite si erano trasformate più in sofferenza che divertimento; la musa che mi accompagnava è svanita, portando con sé anche il sorriso.

Si era inoltre insinuato in me il sospetto che alcuni dei miei lettori pensassero che i miei racconti fossero opera dell’intelligenza artificiale e non solo della mia fervida immaginazione. Questo pensiero, lo confesso, mi ha fatto perdere fiducia ed entusiasmo per un po’.

Ma lasciatemi dire una cosa: i miei fantasiosi resoconti hanno anticipato di qualche anno l’avvento dell’IA. E ora che il tempo è passato, vedo che nessuno, con o senza algoritmi, ha saputo prendere il mio posto. L’intelligenza artificiale può imitare uno stile, ma non può provare l’empatia che ci lega in sella. Quindi, eccomi qui. Sono tornato, perché la realtà vissuta dal Gruppo LE TERME è troppo vibrante per essere lasciata a un processore.

E ora sono di nuovo qui, davanti alla tastiera, nel cuore della notte, pronto a dare voce alle gesta di questo manipolo di datati (ma mai domi!) ciclisti in cerca di gloria. Perché se è vero che le gambe a volte protestano, la voglia di raccontare la nostra amicizia su due ruote è tornata a spingere sui pedali più forte di prima.

Ho trascorso questa lunga pausa immerso nello studio. Ricordate la spedizione dell’anno scorso nel Regno dei Sette Laghi? Ricordate quando, tra una salita a Vetriolo e un incontro ravvicinato con i discendenti dei draghi nella Valsugana, riuscimmo a documentare l’esistenza di Nessie dei Mòcheni? Quella scoperta, e la sua successiva pubblicazione nelle autorevoli riviste scientifiche più titolate, ha segnato un punto di non ritorno per me e per la nostra equipe di scienziati-ciclisti.

Non potevo fermarmi lì. Mi sono immerso nello studio comparato delle creature lacustri e le tracce mi hanno portato inevitabilmente verso le acque profonde e misteriose del grande Lago di Garda. Se Nessie dei Mòcheni era la “parente sconosciuta” di Nessie di Loch Ness, qui ci troviamo di fronte al re dei segreti sommersi: Bennie.

Bennie, o meglio il Benacosaurus Lacustris, è una leggendaria creatura spesso definita il ‘mostro buono’ del Garda, descritta come un enorme serpentone lungo dai 15 ai 20 metri. Avvistato sin dal Medioevo, con numerose segnalazioni moderne a partire dal 1965, si dice viva negli abissi vicino a Torri del Benaco. La sua figura attira curiosi e appassionati di criptozoologia, alimentando il fascino misterioso delle acque del Benaco (antico nome del Lago di Garda).

La spedizione ciclo-scientifica

La nostra spedizione ha avuto inizio molto prima che i primi timidi raggi di sole prendessero il posto delle tenebre. La carovana di ricercatori-ciclisti, guidata dal Prof. Salmistraro, era composta da 20 temerari che, carichi di entusiasmo, speranze e una scorta strategica di barrette e gel energetici, avevano allestito il campo base nei pressi di Gardaland, il celebre parco divertimenti sulle rive del lago.

Siamo partiti in direzione di Sirmione e Desenzano, pedalando in formazione compatta. La disciplina scientifica imponeva una concentrazione massima: un occhio vigile all’asfalto e l’altro costantemente rivolto a scrutare le limpide acque del lago, che tenevamo rigorosamente alla nostra destra. Ogni increspatura, ogni ombra sotto la superficie, poteva essere il segnale che Bennie era lì, a pochi metri da noi, intento a osservare quel manipolo di scienziati in bicicletta.

Sempre seguendo le sponde del lago arriviamo a Manerba e a San Felice dove ci scattiamo la tradizionale foto che registra il nostro annuale passaggio e pedalando in discesa scendiamo a Salò ricordando la rovinosa caduta del Prof. De Col di qualche anno fa.

L’Ottava Meraviglia e l’Occhio del Cacciatore

Ma il Prof. Salmistraro sa bene che per scovare una creatura di 20 metri non basta guardare dall’alto di un muretto a bordo lago. Serve prospettiva. Serve quota. Serve l’Ottava Meraviglia del Mondo.

Per questo, la nostra carovana ha imboccato la leggendaria Strada della Forra. Inaugurata nel 1913 e progettata dal geologo Arturo Cozzaglio, questa via è un capolavoro ingegneristico che si snoda nella gola scavata dal torrente Brasa. Tra gallerie scavate nella roccia viva, tornanti a strapiombo e improvvisi squarci di luce che illuminano il turchese del lago sottostante, i nostri ricercatori-ciclisti hanno faticato non poco (pendenze costanti, ma il fiato mancava più per lo stupore che per lo sforzo).



Nonostante l’impegno scientifico profuso, non sono mancati i momenti di altissima tensione all’interno della spedizione. Quando il Prof. Salmistraro ha annunciato ufficialmente la scalata, tra i 20 ricercatori è calato un gelo improvviso, più gelido delle acque abissali del Benaco.

Qualcuno, i cui nervi erano già tesi per la stanchezza ha iniziato a mormorare, interpretando il nome “Forra” come un nefasto e ineluttabile presagio.

“La Forra? Ma sio fora? Siete impazziti? Se si chiama Strada della Forra vorrà pur dire che si fora!” ha urlato un assistende in preda al panico, scrutando con terrore i propri copertoncini. C’è voluto tutto il carisma del Prof. Salmistraro per convincere i più scaramantici e superata la crisi mistico-meccanica, i nostri eroi hanno ripreso la via, toccando ferro a ogni metro di asfalto (quando l’asfalto c’era).

Mentre pedalavamo nel ventre della montagna, l’eco delle nostre catene rimbalzava contro le pareti di roccia, quasi a voler risvegliare il Benacosaurus dai suoi abissi. Winston Churchill la chiamò l’ottava meraviglia del mondo; James Bond (007) ci ha girato inseguimenti mozzafiato; noi del Team LE TERME, non da meno, l’abbiamo usata come torretta di avvistamento privilegiata sul grande lago.

Ringraziamo il Dr. Urban per le scrupolosa documentazione cine-fotografica che mostra i nostri intrepidi ciclo-ricercatori nella impervia scalata della Forra.

L’Apparizione e l’Ira del Benaco

Dalla terrazza di Tremosine, sospesa a 423 metri di altezza, lo sguardo del Prof. Salmistraro ha solcato con precisione chirurgica la superficie increspata del lago verso Torri del Benaco. All’improvviso, un movimento: era solo un’onda anomala o Bennie che si stava palesando ai nostri occhi increduli?

Proprio nel momento in cui è sembrato che la fantomatica creatura stesse per sbucare dalle acque, un terrificante e sinistro rumore ha echeggiato tra le pareti della Forra. Un suono sordo, ancestrale, che molti di noi hanno scambiato per il verso della bestia emersa dagli abissi.

Ma la natura è gelosa dei suoi segreti. Quel brontolio misterioso è stato subito doppiato da un minaccioso ed inaspettato tuono proveniente direttamente dalla montagna. Volgendo lo sguardo verso l’alto, abbiamo scoperto che il cielo si era improvvisamente rabbuiato, chiudendosi sopra di noi come un sipario di piombo. Il temporale era imminente, e il messaggio del Garda era chiaro: per oggi, il mistero di Bennie doveva rimanere tale.

La Fuga da Tremosine: Mantelline e rapporti disumani

I nostri ricercatori, temprati da mille battaglie contro il vento e la salita, non si sono fatti prendere dal panico. Al primo scroscio, hanno indossato le inseparabili mantelline e hanno affrontato, sprezzanti del pericolo, l’acquazzone improvviso. Tutti, tranne la Dr.ssa Bernardi e il Dr. Gambarato, che, con una leggerezza poco scientifica, erano sprovvisti dell’attrezzatura considerata il minimo indispensabile per ogni ricercatore-ciclista in escursioni d’alta quota.

Ma la natura, come detto, protegge i suoi segreti con artigli affilati. La discesa verso Limone del Garda ha riservato un ulteriore, drammatico colpo di scena: il cambio della Dr.ssa Bernardi ha deciso di arrendersi definitivamente. Nemmeno le sapienti mani del nostro uno di colore il Dr. Maron, luminare di meccanica applicata alla bicicletta, hanno potuto risolvere il problema. Risultato? Per i successivi 80 km la nostra eroina è stata costretta a spingere un rapporto disumano, una sfida che avrebbe fatto tremare i polpacci anche al più preparato degli atleti.

Forse è stato un sabotaggio magnetico del Benacosaurus, o forse solo la dura legge della strada, ma una cosa è certa: la missione per svelare il mistero di Bennie si è conclusa con un’ultima, estenuante prova di resistenza. Il segreto del mostro è salvo… per ora.

Scesi a Limone, abbiamo trovato riparo in un bar, dove abbiamo dato prova di un inesauribile senso di inadeguatezza. Sotto gli occhi ilari di camerieri e clienti, abbiamo ordinato consumazioni a caso: tè caldi con improbabili bustine di gusti esotici, caffè americani accompagnati da birre fresche, macchiatoni, brioches, toast, piadine e strudel a profusione.

Il Prof. Salmistraro, sconvolto da tanta approssimazione e dal caos gastronomico-esistenziale del bar, ha approfittato di un momento di tregua meteo per porre fine alla farsa. “Tutti in sella! Si riparte senza indugi!” è stato l’ordine perentorio.

Ma la carovana scientifica somigliava ormai più a una scolaresca in gita che a un’equipe di ricerca. Manca all’appello l’esimio Prof. Scopino, ritiratosi in bagno per un consulto d’urgenza con lo sciacquone; appena rientrato lui, scompare il Dr. Troisi, colto da improvvisa cecità scientifica perché non trova più gli occhiali.

Tra urla, ricerche di accessori smarriti e incertezze, il gruppo ha finalmente ripreso la via. Bennie, nel profondo del Benaco, avrà sicuramente tirato un sospiro di sollievo vedendo allontanarsi quel manipolo di geniali pasticcioni.

Superata la crisi degli occhiali e dei consulti in bagno, la spedizione ha ripreso vigore. Abbiamo oltrepassato il confine tra Lombardia e Trentino-Alto Adige come una legione romana in ritirata, ma con il morale a mille.

Attraversata Riva del Garda, è accaduto l’impossibile: il vento in poppa. Un evento rarissimo sul lato orientale del Garda, quasi come l’avvistamento di un Benacosaurus. Spinti da questa forza invisibile, abbiamo sorvolato Torbole e la località Tempesta (un nome, un presagio che oggi si è mantenuto fin troppo fedele). Con il vento che soffiava nelle schiene stanche e la pioggia ormai alle spalle, ci siamo lanciati a folle velocità (… si fa per dire!!) verso Malcesine, pronti a chiudere questo incredibile anello del Benaco.

Proprio quando tutto sembrava perduto tra caffè americani e occhiali smarriti, il cielo ha deciso di fare pace con noi. In pochi chilometri, l’azzurro è tornato a dominare e il sole ha iniziato ad asciugare le divise dei nostri miserabili, ma indomiti, ricercatori.

Il lago scorreva veloce, sempre alla nostra destra, sfoggiando con vanità le sue migliori sfumature di verde e azzurro, quasi a voler farsi perdonare per lo spavento di poco prima. In questo scenario da cartolina, il silenzio del gruppo era rotto solo dal fruscio delle catene.

Ma mentre gli altri si godevano il tepore, l’occhio attento del Prof. Salmistraro non concedeva tregua: ogni singola onda, ogni minimo riflesso, veniva passato al setaccio. Come il Capitano Achab cercava incessantemente Moby Dick, la sua balena bianca, così il Professore scrutava gli abissi del Benaco alla ricerca della sua ossessione. Bennie era lì, da qualche parte, protetto dalla bellezza accecante della giornata, conscio che la sua leggenda era al sicuro nel diario di bordo di un manipolo di ciclisti in cerca di gloria.

Giunti a Cassone abbiamo incrociato il fiume Aril, Con i suoi 175 metri di lunghezza, è ufficialmente il fiume più corto del mondo.
Il Prof. Della Croce, esimio accademico geo archeologo ci conferma l’origine glaciale del Lago del Benaco ma non riesce a spiegarsi come un fiume di così piccolo portata possa dare vita al lago più grande d’Italia. Ma è stato proprio sul ponte dell’Aril che il tempo è sembrato fermarsi. Per un istante infinito, abbiamo avuto la sensazione di trovarci faccia a faccia con il Benacosaurus Lacustris. Bennie era lì, a pochi metri da noi, maestosa e fiera, intenta ad abbeverarsi alle acque fresche e purissime che scaturiscono direttamente dal Monte Baldo.

Per un momento si è mostrata in tutta la sua gloria, quasi si fosse messa in posa per la Storia. I nostri ricercatori, colti da un fremito, hanno scattato foto a raffica, con la foga di chi sa di avere il mondo intero come spettatore. Ma la natura sa come difendere i propri segreti: una volta tornati al campo base, abbiamo scoperto che le immagini erano tutte bruciate, sfuocate, invisibili. Tutte… tranne questa.

L’ultimo chilometro: Il trionfo della volontà

Ormai ci siamo. Dopo 160 chilometri siamo quasi arrivati al nostro campo base, ma quell’ultima manciata di metri sembra infinita, specialmente per chi ha dovuto lottare contro la sorte.

Il pensiero va al Dr. Gambarato, reduce da una rovinosa caduta che lo ha visto, per un istante terribile, bussare quasi alla porta di San Pietro. Nonostante lo spavento e una preparazione atletica definibile come “precaria” (per usare un eufemismo accademico), il Dr. Gambarato ha stretto i denti. Ha sofferto in silenzio, metro dopo metro, dimostrando che la curiosità scientifica e lo spirito di squadra (o forse la promessa della meritata birra) sono più forti di qualsiasi dolore muscolare o sfortuna meccanica.

Vederlo arrivare alla meta è stato il vero successo della giornata, forse più importante del presunto avvistamento di Bennie. Perché se il mostro è leggenda, la fatica dei nostri ricercatori è la più pura delle realtà.

Il Terzo Tempo: La vera scoperta scientifica

Non ci resta che festeggiare un’altra epica impresa del gruppo LE TERME che, come sempre, primeggia nel saper concludere una giornata memorabile con un “terzo tempo” sempre più appagante. Bennie o non Bennie, il divertimento è stato il vero protagonista.

Il periplo del Lago di Garda, pur se trafficato e insidioso, regala scorci magnifici, ma la ciliegina sulla torta è stata senza dubbio la scalata della Strada della Forra, con la sua gola unica e impareggiabile, scavata nella roccia da millenni di instancabile scorrere dell’acqua.

La coesione e l’empatia tra tutti i venti “ricercatori d’amicizia” hanno fatto il resto. L’appetito, come prevedibile, non è mancato; i brindisi si sono susseguiti senza sosta e la consapevolezza di far parte di un gruppo straordinario ci pervade tutti. Alla fine, poco importa se Bennie resterà un mistero: la nostra missione è compiuta.


“Ecco, il Poeta è tornato. E se veramente siete arrivati a leggermi fino alla fine, mettete un ‘like’ o scrivetemi le vostre impressioni nei commenti. Il vostro calore e il vostro contributo saranno il carburante migliore per spingermi a continuare questa narrazione.
Alla prossima impresa!”


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